FINANZA/ Da Prodi a Monti, la “sindrome del tesoretto” fa tremare l’Italia

- Stefano Cingolani

Sui mercati, per quel che riguarda lo spread, sembra esserci una relativa tregua per l’Italia. Sarà capace di sfruttare questo tesoretto dei tassi? L’analisi di STEFANO CINGOLANI

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Romano Prodi (Infophoto)

Ci risiamo, la sindrome del tesoretto colpisce ancora. Nel 2008 era il tesoretto delle tasse, oggi quello dei tassi, ma la reazione è sempre la stessa. Le cose vanno un po’ meglio? Che la festa ricominci. Quel che sta accadendo attorno alla legge di stabilità, la prima finanziaria firmata da Vittorio Grilli, mostra che la classe politica italiana non ha imparato la lezione. Diventa di nuovo forte, allora, il rischio che i mercati tornino a far sentire il loro ruggito. E a far politica.

Lo spread, il differenziale tra titoli decennali italiani e tedeschi sembra ormai inchiodato a quota 300, ciò vuol dire che i tassi di interesse sul debito pubblico sono inferiori al 5%. Non è ancora a livello di sicurezza, ma certo si apre una finestra di opportunità da cogliere al volo. I mercati sono in una fase di tregua e di attesa. Come mai? Aspettano di capire cosa farà il governo spagnolo, il quale tentenna e non chiede aiuto all’Unione europea perché la signora Merkel consiglia di procrastinare il più possibile.

La Cancelliera non vuole risvegliare gli eroici furori contro i vizi e gli ozi mediterranei, non ha intenzione di infilarsi in un lungo e rischioso contenzioso con il Bundestag e i falchi che lo occupano. Adelante, con juicio; come don Ferrante in mezzo ai tumulti per il pane. Altro che tecnocrazia europea, qui l’intera Unione sta diventando dipendente dal ciclo politico tedesco.

La pausa, dunque, è carica di minacce. I fondamentali non sono a posto in Spagna. Ma nemmeno in Italia, perché il debito continua ad aumentare nonostante tasse e tagli. Non appena sarà chiaro cosa succede a Madrid e quali saranno le condizioni che Mariano Rajoy dovrà accettare, gli operatori dei mercati, quelli che muovono i capitali fluttuanti, decideranno il da farsi. Oggi non vogliono gettarsi in campagne alla cieca. Senza contare che siamo alla vigilia delle elezioni americane. Dipenderà dalla Casa Bianca e dal nuovo Congresso la sorte della politica fiscale negli Stati Uniti che orienterà i flussi finanziari nei prossimi mesi. Tutti, insomma, stanno attenti a non bruciassi le dita. Ma il nuovo ballo dello spread non risparmierà l’Italia.

Tuttavia, questa fase di relativa calma offre qualche margine di manovra in più. La riduzione dei tassi per circa due punti percentuali è l’alfa e l’omega del governo Monti. I tecnici hanno fatto cose buone, cose inevitabili e anche parecchi pasticci. Ma hanno aumentano il merito di credito dell’Italia sui mercati internazionali. In tal modo, consentono di risparmiare sul servizio del debito e portano il costo del denaro a livelli più accettabili. Davvero, non è poco.

A fronte di questo, sia il decreto Salva Italia, sia (in misura minore) la finanziaria di Grilli hanno pesato troppo sulle tasse (circa il 60% delle nuove risorse deriva da un aumento delle entrate) e poco su risparmi effettivi (la maggior parte delle riduzioni decise riguarda impegni di spesa, non le erogazioni su base storica). Quindi, è giusto e legittimo chiedere una correzione o un ribilanciamento. Ma quest’assalto alla diligenza, con la minaccia di non votare la legge di stabilità e far cadere il governo (quando tra l’altro siamo a ridosso del voto di primavera) assume un’aria di antichi rituali, logori e pericolosi.

Non si può fare a meno di ricordare cosa accadde al breve e confuso governo Prodi. Quando il ministro del tesoro Tommaso Padoa Schioppa riuscì a raggranellare qualche miliardo più del previsto, soprattutto grazie alla lotta all’evasione, venne fuori la storia del tesoretto. Avrebbe dovuto essere usato per ridurre il debito pubblico, esattamente come hanno fatto altri paesi, tra i quali il Belgio che per dieci anni ha incassato più di quanto ha speso. Invece, è scattata una rincorsa a sinistra, alla quale ha risposto l’opposizione di destra, fiutando la debolezza intrinseca del governo. Come finì tutti dovrebbero ricordarlo: niente tesoretto, niente riduzione del debito e niente più governo.

È un canovaccio perverso che l’Italia non si può permettere, perché i tassi sono etero-diretti (dalla domanda di moneta e dalla Banca centrale europea). Quindi il vantaggio di oggi può trasformarsi in una catastrofe domani. Sarebbe opportuno che il governo e i partiti della strana maggioranza discutessero come cambiare la finanziaria per renderla più efficace, non meno. Monti ha avvertito che il saldo non si tocca: a ogni euro in meno di imposte (e ce ne vorrebbero parecchi) un euro in meno di spese. Non basta.

Forse potrebbe anche convincere i partiti e l’opinione pubblica a usare la tregua dei tassi per ridurre un debito che non smette di aumentare. Sarebbe, oltre tutto, un’assicurazione per il momento in cui riprende la sarabanda (che guarda caso è una danza spagnola). Perché riprenderà, eccome se riprenderà.

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