LEGGE DI STABILITA’/ Iva e non profit, una “retromarcia” che conviene allo Stato

- int. Giuseppe Guerini

Per GIUSEPPE GUERINI il non profit non chiede di avere privilegi, ma soltanto di poter continuare a esprimere al meglio la sua vocazione imprenditoriale in un contesto di economia sociale

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Una mensa della Caritas (InfoPhoto)

La Camera dei Deputati ieri ha approvato il testo del ddl stabilità che, contrariamente a quanto previsto in una delle bozze precedenti, mantiene le agevolazioni Iva (4% e non 10%) per le cooperative sociali. Montecitorio conferma così la decisione già presa lo scorso 15 novembre dalla commissione Bilancio. Giuseppe Guerini, presidente nazionale di Federsolidarietà Confcooperative, nonché membro del Comitato economico sociale europeo (Cese) di Bruxelles, spiega il significato di questa vittoria del non profit.

Il fatto che tanta parte del mondo del terzo settore si sia mosso insieme ha contribuito a questo risultato?

Sì, esserci mossi insieme ha dato la misura della capacità e dell’importanza del terzo settore. Il fatto che la nostra fosse una richiesta giusta e ben motivata ha portato dalla nostra parte persone di tutti gli schieramenti politici. Ciò documenta che non stavamo conducendo una battaglia per difendere dei privilegi. Volevamo piuttosto che si affermasse una scelta ragionevole, come già era avvenuto nel 1991 con l’introduzione dell’Iva agevolata per le cooperative sociali. Era stato un provvedimento di una modernità che solo oggi è riscoperta a livello di Ue, a proposito della necessità e opportunità di trovare strumenti per rendere più imprenditoriale il terzo settore e il non profit.

Le agevolazioni Iva hanno davvero insegnato al terzo settore a lavorare in un’ottica imprenditoriale?

Venti anni di esperienza con l’Iva agevolata ci dimostrano che concedere questa possibilità alle cooperative le abitua a lavorare in una logica di maggiore capacità e propensione all’investimento. Nello stesso tempo, le rende partecipi di un’economia trasparente caratterizzata da un utilizzo significativo della leva fiscale per far crescere la dimensione imprenditoriale delle cooperative. Sono queste le argomentazioni che hanno fatto sì che entrambi i relatori della legge si schierassero dalla nostra parte. Pier Paolo Baretta del Pd e Renato Brunetta del Pdl esprimono culture politiche molto diverse, eppure tra i due c’è stata una convergenza sulle nostre richieste.

Se il ddl stabilità non fosse stato modificato, quali sarebbero stati gli effetti dell’aumento dell’Iva per le cooperative sociali?

Se l’aumento dell’Iva fosse entrato in vigore dal gennaio 2013, avremmo avuto un enorme aggravio sulla spesa che non sarebbe stato gestibile. Le cooperative sociali si sarebbero dunque dovute accordare con i Comuni, riducendo i servizi alle persone realizzati in affidamento e mantenendo nello stesso tempo le somme versate dalle amministrazioni locali. Sarebbe inoltre aumentata la disoccupazione, in quanto sarebbe stato necessario diminuire il personale.

Il bilancio dello Stato avrebbe però guadagnato 153 milioni di euro…

Ciò sarebbe sicuramente avvenuto per quanto riguarda il 2013, ma nel 2014 e, soprattutto, nel 2015 la situazione sarebbe cambiata in modo drastico. Nell’arco dei due o tre anni successivi all’abolizione delle agevolazioni Iva, sarebbe stato necessario costruire un piano per consentire alle cooperative sociali di operare nel nuovo regime. Quasi tutte le cooperative che operano con la Pubblica amministrazione sarebbero state costrette a scegliere il regime di esenzione Iva, per tutelare la loro capacità di servizio.

 

E quindi?

 

Le maggiori entrate previste dallo Stato con il nuovo regime, pari a 153 milioni, si sarebbero perse. Le cooperative avrebbero inoltre rallentato la loro capacità complessiva di fare investimenti, riducendo le loro spese. L’effetto a medio termine sarebbe stato addirittura controproducente per le entrate fiscali. Grazie alla retromarcia del governo salviamo il 2013, ma occorre iniziare immediatamente un’azione politica molto forte a livello europeo, che deve essere giocata in prima persona dal nostro Consiglio dei ministri. La posizione Ue sulla concorrenza sembra appunto penalizzare la storia della cooperazione italiana.

 

Lei che è membro del Cese quali scenari vede?

 

L’Ue vive una situazione di “schizofrenia”, in quanto per troppi anni abbiamo lasciato che il progetto di integrazione comunitaria fosse affidato soprattutto a una gestione tecnica anziché politica. Per non scomodare i livelli politici, ciascuna Commissione europea ha lavorato per filiere e compartimenti stagni. L’effetto paradossale è stato che la gestione si è a tal punto irrigidita che oggi dobbiamo compiere uno sforzo enorme per riportare la politica all’intero dell’Ue. Alcune direzioni o commissari europei sottolineano la necessità di sviluppare l’imprenditorialità sociale, e altri nello stesso tempo seguono la strada della concorrenza come un monolite per imporre il mercato unico, che è stato per troppi anni la linea guida di tutte le decisioni prese a livello comunitario.

 

Quali sono le conseguenze per il nostro Paese?

 

L’Italia, che ha il sistema di economia sociale più sviluppato al mondo, non lo riesce a valorizzare perché deve applicare un livello teorico di competitività. E’ in questo senso che parlo di una “schizofrenia” che va corretta, e per farlo il nostro Paese deve aumentare la sua capacità di interloquire con i livelli europei. Non vorrei che l’autorevolezza del nostro governo tecnico dipendesse soltanto dall’obbedienza e dall’ossequio alle norme. Occorre tornare a giocare tutte le capacità dell’Italia, Paese fondatore dell’Ue, che ha dato vita al progetto europeo quando ancora il Bel Paese era in una difficile fase di ricostruzione post-bellica.

 

(Pietro Vernizzi)

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