BERLUSCONI VS SPREAD/ Francia e Germania i veri bersagli del Cavaliere

Secondo JAMES CHARLES LIVERMORE, lo spread potrebbe effettivamente tornare a determinare serie ripercussioni sulla sostenibilità del nostro debito e sull’economia reale

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Silvio Berlusconi - Infophoto

I toni della ridiscesa in campo iniziano a essere quelli che ci si attendeva. Le dichiarazioni di Berlusconi sullo spread, solamente tenendo conto dei modi, sembrano il preludio agli imminenti slogan antieuropeisti e antitedeschi: «Lo spread è un’invenzione con cui si è cercato di abbattere una maggioranza votata dagli italiani e che governava il Paese», ha dichiarato l’ex premier, ospite de La telefonata di Maurizio Belpietro, su Canale 5. Proseguendo nel ricordo della sua caduta, nel novembre 2011, ha aggiunto: «Prima non ne avevamo mai sentito parlare, se ne parla solo da un anno, e cosa ce ne importa?». Proprio in questi giorni, all’indomani della decisione del Pdl di non votare il dl sviluppo, aprendo così la crisi di governo, lo spread italiano ha ripreso a veleggiare attorno ai 350 punti base. Abbiamo chiesto a James Charles Livermore, esperto operatore finanziario, se la questione si possa affrontare in questi termini.

Come valuta l’affermazione di Berlusconi?

La frase va, anzitutto, interpretata sul piano comunicativo. Si tratta di un’affermazione estremamente cruda, volta a sconfessare e infrangersi contro il duopolio franco-tedesco e, in fondo, anche contro la Gran Bretagna, che sul bilancio europeo sta conducendo una battaglia durissima. C’è, poi, il livello dei fondamentali economici.

Ovvero?

Lo spread esiste sul serio, e ha una sua ragion d’essere, fondata sulla percezione della sostenibilità del nostro debito rispetto a quello degli altri Paesi, in primis la Germania. Sebbene alcuni episodi inducano a pensare che la situazione non sarà rosea, non dobbiamo dimenticare che la scienza delle finanze non è una scienza esatta. Intendo dire che lo spread è stato tirato fuori in un momento in cui era comodo tirarlo fuori. Così come il debito pubblico. Si tratta di indicatori che, per quanto importanti, non forniscono una descrizione esauriente dell’economia di un Paese.  

In ogni caso, l’incertezza di questi giorni e l’acuirsi dello spread potrebbero produrre effetti concreti?

Sicuramente lo spread inciderà sull’andamento del debito pubblico nei mercati e, di conseguenza, sulla vita economica del Paese.

Partiamo dal debito pubblico: in che termini inciderà?

Lo spread “fisiologico” determinato da una serie di pregiudizi duri a morire, quali la convinzione circa la virtuosità in senso assoluto della Germania, dovrebbe collocarsi attorno ai 100 punti. I recenti avvenimenti, ed eventuali atteggiamenti irresponsabili dei leader politici italiani, potrebbero riportarlo sui 400. Significa che, rispetto alla percentuale naturale, abbiamo un surplus di 300 punti, ovvero del 3%. Se applichiamo al nostro debito pubblico di 2000 miliardi di euro tale percentuale, e se essa dovesse mantenersi invariata per una anno, dovremmo pagare 60 miliardi di euro di interessi in più.

E sull’economia reale, quali saranno gli effetti prodotti?

Gli elevati tassi cui sono remunerati i bot e i btp si ripercuotono sui tassi di interesse che le famiglie devono pagare per accendere un mutuo o le imprese per ottenere credito.  

Da qui alle elezioni, quando si saprà da chi sarà composto il prossimo governo, è possibile che la situazione torni alla calma?

Se il passaggio di fine legislatura sarà gestito con responsabilità, da parte del mercato non ci saranno colpi di testa estremi.

 

 

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