FINANZA/ Sapelli: i mercati “festeggiano” l’addio dei tecnici

- Giulio Sapelli

C’era attesa ieri per la reazione che avrebbero avuto i mercati alla notizia delle dimissioni annunciate da parte di Mario Monti. Il commento di GIULIO SAPELLI

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Tuoni, fulmini e saette! Chi l’avrebbe mai detto che l’articolo più pertinente al mio povero pensiero sul Finis Monti l’avrei trovato sul Financial Times, che puntuale, nonostante le poste italiche, mi giunge a casa ogni mattina? “Politics have burst through a Mario Monti bubble” titolava Wolfgang Munchau a pagina 9, quella importante della giornata. Eppure era vero: l’ho ancora dinanzi a me.

Mario Monti, secondo il mio caro articolista, aveva sbagliato – udite udite! – quasi tutto, in primis con l’austerità e poi non aveva valutato la necessità di aprire un negoziato non subalterno con la Merkel, che si avvia a venir glorificata dal suo partito, ma nel contempo a dar vita a una terribile crisi in Europa per la protervia e la cocciutaggine di chi rifiuta ogni passo innanzi verso una coordinata politica europea di salvataggio delle banche tutte dell’Eurozona, comprese quelle tedesche che emergono come le più inquinate da assets tossici e comprese le terribili risposte di non recevoir inviate a ogni tentavo tipo Eurobond. Perché questo vorrebbe dire condividere il destino di paesi con deficit commerciali e paesi con surplus commerciali. E questo non si vuol fare: muoia Sansone con tutti filistei. Ciò che Berlusconi fa in Italia, la Merkel con altri mezzi fa in Europa…

Non c’è che dire: avrei potuto scriverlo io quell’articolo che nessuno in Italia, salvo pochi specialisti, leggerà e buona parte di coloro che lo leggeranno faranno di tutto per occultarlo ai più. Mario Monti, come affermava bene La Stampa, giornale subalpino per eccellenza, “ha compiuto uno strappo”. Che tipo di strappo? Ma costituzionale of course. Appena si è elevata una voce di contrarietà verso il suo Governo e si è annunciata una forte opposizione pur rimanendo in aula e facendo non mancare il numero legale, cosicché il percorso di fiducia si è inverato, appena Alfano ha pronunciato un violento ma fermo e corretto discorso non contro la persona ma contro la politica montiana – la stessa criticata da Munchau -, il Premier ha infilato le scale del Quirinale e qui, senza un voto di sfiducia, ha annunciato che rinunciava all’incarico e il Presidente ha accettato tali dimissioni. O meglio ha affermato che lo farà una volta che si sia consumato il rito importantissimo del voto sulla Legge di stabilità e sulla legge sull’Ilva. Una procedura inconsueta, come inconsueta fu quella delle dimissioni senza sfiducia di Berlusconi…

Siamo fuori ormai da qualsivoglia Costituzione; siamo tutti immersi in una mortatiana costituzione materiale che ci mortifica e ci avvilisce, perché di essa si fa virtù e non necessità: essa si fa nuovo volto dei poteri visibili e invisibili con una protervia che francamente ci appare indegna di una nazione di grandi giuristi. Mi viene alla mente Capograssi, il maestro di Moro, mi viene alla mente Leopoldo Elia e il mio maestro Alberto Predieri: che cosa avrebbero detto? La Costituzione è calpestata e il potere presidenziale emerge – in una meccanica dei partiti e della Costituzione tutta parlamentare – come unico centro, invece, di aggregazione del potere e di disvelamento del ruolo dei poteri invisibili della poliarchia.

Volete un esempio? Lo spread non è risalito alle stelle come si temeva, ma sono invece crollati i titoli delle banche, cadute nel panico per non avere più un punto di collegamento con la Banca centrale e i poteri situazionali di fatto delle tecnocrazie europee. Una caduta pesante in Borsa ma una sostanziale tenuta della differenza in merito ai titoli di stato europei e teutonici in specie. Buone notizie, dunque, e conferma che ciò che tranquillizza i mercati è la prospettiva di stabilità politica e di crescita delle economie. Monti non assicurava la crescita, anzi la deprimeva e minacciava il futuro della pace sociale addensandola di nubi: un’austerità devastante e una tassazione che affogava le imprese e le classi medie soggette a un impoverimento epocale.

Il popolo scopriva altresì a poco a poco che Monti non poteva essere un risanatore, perché era uno dei protagonisti emblematici del potere che per trent’anni tra università grandi imprese che decadevano – Fiat in testa – in crisi profonda e apparentamento con tutti i governi di destra, di centro e di centrosinistra, che si erano via via succeduti nello stivale, era un esponente di quel potere che l’Italia aveva sommerso di debito, che l’Italia aveva privato dell’istruzione come ascensore sociale -anche di quello a pagamento che non facevano più salire, ormai, nemmeno i paganti.

La borsa certo cede ma non sprofonda, lo spread aumenta ma non alle stelle. Eppure tutti annunciavano sconquassi. Niente di tutto ciò. I mercati non esistono: sono frutto di azioni personali e consapevoli. Tutti sono ben felici che un’imbarazzante situazione costituzionale e, sopratutto, non efficace sul fronte dell’implementazione di politiche pubbliche eque sia per volgere al termine. I tecnici incompetenti – una nuova figura sociologica del potere – sono in viaggio per ritornare nella caverna di un Platone accecato.

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