FINANZA/ 1. Bertone: 2013, 5 buone notizie per l’Italia

- Ugo Bertone

L’arrivo della campagna elettorale in Italia non sembra promettere un periodo sereno per il Paese. Ma, a guardarci attorno, spiega UGO BERTONE, non mancano i segnali positivi

Operaio_FornaceR439
Infophoto

Ma davvero va tutto così male? Le scene da esodo biblico che si ripetono da giorni nell’atrio della stazione delle Ferrovie Nord di Cadorna a Milano offrono un’immagine plastica ed efficace di una società che patisce quel che il Censis ha definito lo “smottamento”: valori e certezze, anche le più ovvie, che si sbriciolano, una dopo l’altra, quasi che un tarlo invisibile abbia ormai intaccato le radici del Paese.

Il 2012, l’anno dell’incredibile naufragio del comandante Schettino, si congeda così con l’imbarazzante immagine di un sistema ferroviario locale che ha alle spalle secoli di onorato servizio che si arrende di fronte alla congiunzione degli astri negativi che dominano i cieli del Bel Paese: inefficienza burocratica (uffici che non dialogano tra loro come le tre scimmiette), pressapochismo nell’execution (pochi e parziali collaudi del sistema), intervento immancabile della magistratura che, in questo caso incolpevolmente, amplifica il disastro. E così, come già era successo davanti alle coste dell’isola del Giglio, un pezzo del sistema Italia implode da solo, incapace com’è di far funzionare un software che da Madrid a Bogotà ha finora funzionato a dovere.

Data la premessa, verrebbe voglia di ripetere il vaticinio di Nouriel Roubini all’inizio di gennaio: “Il 2011 ha senz’altro un pregio: è stato meglio di quel che sarà il 2012”. Possiamo ripetere lo stesso per il 2013? C’è sperare, anzi da credere, che non andrà così. Certo, i prossimi mesi, segnati dalla campagna elettorale in Italia e dall’avvicinamento alla scadenza del voto tedesco in autunno, promettono fuochi d’artificio ed esagerazioni. Ma, a guardarci attorno, non mancano i segnali positivi. Una volta tanto, insomma, si può sperare che le Cassandre possano avere torto. Vediamo perché. Partiamo dalle novità macro di questi giorni.

A) Partiamo dagli Usa, ove la Fed ha confermato la scelta di immettere liquidità nel sistema in misura abbondante (85 miliardi di dollari al mese) finché la disoccupazione non scenderà sotto la soglia del 6,5% (grosso modo la metà di quel che si prevede per l’Italia a fine 2013). Al di là della decisione, val la pena di spendere una parola sui nuovi criteri che ne stanno alla base. La banca centrale ha adottato la teoria della “optimal policy”.

In parole povere, alla base delle scelte delle autorità monetari ci sono migliaia e migliaia di simulazioni matematiche attraverso algoritmi che permettono di individuare le scelte ottimali in base agli obiettivi scelti ovvero, come afferma la banca di Washington, l’obiettivo del pieno impiego senza creare tensioni inflazionistiche eccessive. In cifre, secondo quanto afferma Janet Yellen, la vice di Ben Bernanke che potrebbe raccogliere la sua eredità, l’“optimal policy” non prevede aumenti dei tassi (oggi quasi zero) fino al 2016, quando la disoccupazione sarà tornata al 6% circa. L’inflazione, nonostante questa politica di denaro “facile”, non dovrebbe superare il 2,25%. La politica monetaria espansiva dovrebbe rimettere in moto consumi e investimenti della prima economia del pianeta. A vantaggio dell’export, anche italiano

B) Ancor più importanti sono i segnali di distensione sul fronte della crisi europea. L’accordo di principio sull’Unione bancaria, nonostante la parziale defezione di Londra, della Repubblica Ceca e della Svezia, segna un salto di qualità nella gestione della crisi. Non solo perché rappresenta il passaggio chiave per i salvataggi bancari (Madrid in testa) o per la supervisione unica dei conti. Ma soprattutto perché il principio della garanzia comune sui bilanci bancari potrebbe far cadere le barriere invisibili, ma quasi invalicabili, che hanno messo a rischio la libera circolazione del credito nell’Ue. L’Italia, al pari della Spagna, ha patito più di altri il ritiro di 400 miliardi di capitali da parte delle istituzioni finanziarie, sotto la scure del rischio della fine dell’euro. Oggi questi quattrini possono tornare verso il Bel Paese, attratti dalla maggior redditività e dal livello infimo del prezzo di alcuni assets, obbligazionari e azionari.

C) La reazione ordinata dei mercati al disordine imperante nella vita politica italiana dimostra che la finanza, quando vuole, sa vedere benissimo oltre le turbolenze di facciata. L’Italia, dopo un anno durissimo, si affaccia al 2013 con una bilancia commerciale positiva. La recessione ha ridotto il differenziale dei prezzi Italia-Eurolandia a un modesto 0,4% con prospettive positive vista la dinamica dei prezzi del petrolio. Migliorano, soprattutto, i conti pubblici: l’obiettivo del pareggio strutturale di bilancio è a portata di mano già nel 2013 grazie all’avanzo primario (3,6% del Pil, un primato mondiale). In questa cornice è lecito attendersi, dopo le elezioni, un allentamento della pressione di Bruxelles e di Berlino, oggi già assai meno arcigni nei confronti di Madrid, Dublino e Lisbona rispetto alle richieste nei confronti dell’Italia.

D) Già, le elezioni. Sarà una corsa sull’ottovolante che riserverà emozioni degne di Gardaland? Oppure la ripetizione di un film già programmato troppe volte negli ultimi anni per fare ancora cassetta? Vista dai mercati l’eccitazione non è giustificata. In estrema sintesi: o prevale una coalizione che vuol ridiscutere i patti siglati in sede Ue o si prosegue sul percorso già segnato. Che accadrà in caso di vittoria dei partiti anti-patto di stabilità? Esiste il precedente di Irlanda e Portogallo. Il Governo aveva firmato un patto severo per uscire dalla crisi, poi sono andati alle elezioni e ha vinto l’opposizione che aveva osteggiato l’azione di governo. Tempo quindici giorni e si sono dovuti ricredere perché non c’erano altre alternative. Sarà così anche per l’Italia? Risposta affermativa, al di là delle chiacchiere, delle piroette e degli accordi palesi o sottobanco.

E) A questi fattori se ne possono aggiungere altri. Il ruolo della Cina, che non farà da locomotiva delle economie ma non sarà quel “buco nero” temuto da molti. Anzi, la politica della nuova leadership potrebbe favorire i beni di consumo “leggeri” temuti da molti e il turismo di massa verso l’Europa, foriero di shopping di lusso per il made in Italy.

In sintesi, non mancano le ombre a partire dall’effetto (moderatamente) restrittivo della politica fiscale americana, dopo il probabile accordo tra Obama e il Congresso. Ma questo sarà compensato a livello globale da una politica fiscale europea sempre più indulgente verso i disavanzi mediterranei (e con una Bce che si prepara a scendere in campo con acquisti diretti di titoli spagnoli e, in prospettiva, portoghesi e italiani). La Cina, dal canto suo, non prepara manovre espansive paragonabili a quella imponente del 2008-2009, ma darà comunque un po’ di gas all’edilizia, sostenendo in questo modo l’industria pesante cinese e quella mineraria globale.

Insomma, a partire dalla metà del 2013 l’Italia potrebbe tornare a crescere sulla spinta di numerosi fattori positivi. Sottolineati dal Bollettino mensile della Bce: “Nel prosieguo del 2013 – spiega la Bce – si dovrebbe registrare una graduale ripresa grazie al rafforzamento della domanda mondiale e della trasmissione all’economia dell’orientamento accomodante della politica monetaria della Bce e del netto miglioramento della fiducia sui mercati finanziari”. Ma sarà in grado il Bel Paese di sfruttare il nuovo clima?

Se si guarda allo spettacolo offerto dall’Italia ufficiale, che riesce a dividersi sul dilemma “Sanremo sì, Sanremo no” in coincidenza con le elezioni è lecito dubitarne. Ma il Paese che ha affrontato tagli feroci al proprio reddito con proteste contenute e modeste ha una fibra eccellente: può arretrare, sotto la spinta dello “smottamento”, ma ha già elaborato gli anticorpi per la nuova risalita. “Sono convinto che dopo questa crisi, i giovani ci sorprenderanno, siamo noi che spesso dimentichiamo le loro potenzialità di adattamento”, sottolinea Mario Deaglio, l’economista torinese che ha appena dato alle stampe “Sull’asse di equilibrio”, l’ultimo rapporto sul Capitalismo che cura per conto del Centro Einaudi. “Spesso si trascura – aggiunge – che il 30-40% dei lavori non è stato ancora inventato. Io stesso incontro i miei ex studenti che hanno saputo inventarsi una professione, hanno creato dal nulla società e lavori impensabili, dando a loro volta lavoro ad altre persone. La tecnologia, le nuove scoperte e lo spirito di adattamento dei giovani ci sorprenderà”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori