GIGANOMICS/ I 41 miliardi “persi” da Befera e “l’agente segreto” dell’Economist

- Gianni Gambarotta

L’evasione fiscale in Italia sembra non arrestarsi nonostante tutti i blitz e gli strumenti messi in campo dall’Agenzia delle Entrate: nel 2012 sono sfuggiti al fisco 41 miliardi di euro

Vignetta_171212R439
Vignetta di Claudio Cadei

Befera e i 41 miliardi. Caro Dottor Attilio Befera, direttore delle Entrate e presidente di Equitalia, leggendo i giornali di stamane si ha l’impressione che le cose sul fronte della guerra all’evasione fiscale non vadano come ci viene raccontato; che tutti i successi vantati dalla sua Agenzia e copiosamente reclamizzati sui media, in realtà siano effimeri. Su Il Corriere della Sera un’inchiesta a firma di Fiorenza Sarzanini, giornalista che ha dato innumerevoli prove di sapersi documentare, fotografa una realtà diversa da quella ufficiale. Cito testualmente: “L’evasione fiscale aumenta e segue strade sempre più sofisticate. Il bilancio della Guardia di Finanza per il 2012 mostra un buco pari a ben 41 miliardi di euro (…) Irregolare uno scontrino su tre (…) Ammonta a 2 miliardi il valore dei sigilli, ma finora soltanto 900 milioni sono stati incassati”. Insomma, non è un bollettino di vittoria, Anzi. E dimostra che la lotta all’evasione fiscale è una lunga guerra, fatta di infinite battaglie. Non bastano i colpi di scena, le irruzioni nei locali chic di Cortina o Portofino a convincere gli evasori a cambiare vita. Quelle sono operazioni che vanno bene per la tv, per portare a casa risultati ci vuole altro, ci vuole un paziente, efficiente, silenzioso lavoro quotidiano. Da applicare in tute le pratiche, anche in quelle che non danno visibilità mediatica.

Per esempio, se Lei ieri sera avesse visto la puntata di “Report” avrebbe tratto degli spunti interessanti per il suo lavoro. Milena Gabanelli, dopo essersi diffusamente occupata di Eni, ha spostato l’obiettivo sulle multinazionali. Su una in particolare: Amazon. Questo colosso americano fattura 50 miliardi di dollari e da qualche tempo è sbarcato in forze in Italia aprendo un centro di logistica in provincia di Piacenza e un ufficio direzionale a Milano, accanto alla Stazione Centrale. Amazon non fa sapere nulla del suo business italiano: né a quanto ammonta, né quanto le rende. L’Italia, come le altre attività italiane, fa capo a una società lussemburghese, quella che emette le fatture ogni volta che un cliente compra un libro sia cartaceo, sia elettronico, un dvd o altro. La ragione è ovvia. Gli affari li conclude in Italia, i soldi li guadagna in Italia, ma le tasse le paga nel più ospitale Granducato. Proprio per questa abitudine, la Francia ha aperto una procedura contro Amazon chiedendole circa 250 milioni di euro per tasse non pagate e penali. Non potremmo seguire l’esempio dei vicini francesi? Non potrebbe anche Lei interessarsi dei signori di Amazon?

L’agente Emmott. Sempre “Report” di Milena Gabanelli si è occupata dell’Eni e del giro di miliardi che accompagna tutti i business legati agli idrocarburi. In particolare, si è interessata dei contratti di fornitura di gas russo all’Italia. Intervistato da un redattore di “Report”, l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, ha detto che quel business nasconde interessi personali dell’ex presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Affermazione non di poco conto. La fonte? Emmott candidamente l’ha indicata nei servizi segreti britannici. Interessante. E lui come fa a saperlo? È una sorta di agente Betulla? Ed è vero che l’intelligence inglese è convinta di questo e va in giro a dichiararlo a giornalisti? E perché lo fa? Se qualcuno dice qualcosa a un giornalista, desidera che questo lo comunichi. Siccome Emmott non è un signore qualunque e “Report” non è una trasmissione semiclandestina di una tv di provincia, forse il nostro ministro degli esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, potrebbe fare due chiacchiere con l’ambasciatore britannico in Italia e sapere se quanto ha dichiarato l’ex direttore dell’Economist a “Report” risponde a verità, se davvero il servizio segreto inglese va in giro a fare simili affermazioni.

Mentre c’è potrebbe ricordargli un altro fatto, noto a tutti, e riemerso proprio nella stessa trasmissione di ieri: tutte le eventuali – chiamiamole come sono – ruberie che accompagnano frequentemente il business degli idrocarburi, sono possibili grazie a paradisi fiscali che garantiscono l’assoluta segretezza ai protagonisti-beneficiari. E su gran parte di questi paradisi sventola ancora l’Union Jack, come le Isole Vergini Britanniche, usate proprio da oscuri intermediari della partita gas russo-Italia. Questo particolare il solerte e Bill non lo ha citato. Ed è una dimenticanza che dovrebbe dirci molto sulla mitica, autorevolissima stampa britannica. L’abbiamo sempre magnificata come esempio di professionalità, di neutralità nel dare informazioni, senza guardare in faccia nessuno. Ma è proprio così? Non è che invece la stampa inglese si schiera semplicemente a fianco degli interessi nazionali? Per usare un termine ora di moda: non è un po’ embedded?

 

Giganomics.it@gmail.com

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori