FINANZA/ Se nemmeno l’uscita dall’euro basta a salvare l’Italia

- Giovanni Passali

Tornare alla sovranità monetaria come sostiene Paolo Barnard, spiega GIOVANNI PASSALI, è una condizione necessaria, ma non sufficiente per sperare in una ripresa dell’Italia

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Tra i tanti contestatori dell’euro, della Bce e del Governo Monti ve n’è uno che in questo periodo si sta mettendo in evidenza più degli altri, con interviste, commenti, interventi in trasmissioni e appelli vari. Stiamo parlando di Paolo Barnard, ex giornalista di Report, e strenuo sostenitore del “movimento” MMT (Modern Money Theory), movimento economista che fa riferimento alle teorie esposte dal fondatore, Warren Mosler. L’intervento pubblico più recente è la pubblicazione in uno spazio pubblicitario acquistato su Il Corriere della Sera del manifesto intitolato “Non eravamo Piigs, torneremo Italia”. Il titolo del manifesto è stato anche il titolo del summit nazionale svoltosi a Rimini il 20 ottobre scorso.

La parte sicuramente da apprezzare delle cose che dice Barnard è relativa alle critiche al comportamento dissennato e (politicamente) criminale della Bce e di Monti. Giustissimo è anche il rilievo col quale sottolinea la situazione di rarefazione monetaria in cui si trova l’economia reale. Da questa considerazione discende la caratteristica principale della teoria MMT: occorre che si re-immetta moneta nel sistema economico e occorre che a farlo sia lo Stato (visto che ormai il sistema bancario non è più in grado di farlo), spendendo in deficit, cioè aumentando il debito. E l’aumento del debito, per uno Stato in grado di utilizzare la propria sovranità monetaria, non è mai un problema decisivo. Occorre quindi tornare alla sovranità monetaria.

L’esempio del Giappone è un esempio chiarificatore in materia. Il Paese del Sol Levante ha un debito pubblico che supera abbondantemente il 200% del Pil, ma nessuna difficoltà con lo spread e con la vendita dei titoli di Stato, poiché gli investitori sanno che il Giappone, in caso di necessità, sarà sempre in grado di stampare la sua moneta in quantità ampie a piacere, soddisfacendo così ogni richiesta monetaria.

Cosa c’è che non va in questa dottrina economica? Dal punto di vista strettamente economico, la mancanza più grave è piuttosto evidente: non si può pensare di risolvere i problemi economici di un Paese semplicemente stampando moneta, poiché, estremizzando i concetti, se un Paese si limitasse a stampare moneta senza mai lavorare, prima o poi accade che la sua moneta non verrà accettata da nessuno. Ora, è pur vero che l’Italia non si trova certo in questa situazione; ma è pur vero che tanti problemi italiani non possono essere risolti da un sistema monetario differente.

In altre parole, il ripristino della sovranità monetaria è certamente necessario, ma non sufficiente. Occorre una politica industriale di Stato, nella quale lo Stato e la politica siano i primi attori della crescita del benessere comune. In altre parole, non occorre solo che vi sia abbastanza moneta per tutti noi e per dare lavoro a tutti, e questo oggi è il principale problema in Italia e in Europa; ma occorre pure che il lavoro da svolgere non sia inutile o uno spreco, come purtroppo ne abbiamo tanti in Italia (ospedali non finiti, ponti non terminati, strade a quattro corsie che terminano nel vuoto, ecc.).

Questa mancanza di giudizio di Barnard e del movimento MMT dipende da un vero e proprio vuoto culturale, di cui è vittima tutta la cultura economica moderna. Per trovare qualche cenno di quanto voglio affermare, occorre andare alla dottrina della Chiesa e in particolare alla sua Dottrina sociale.

Qual è questo vuoto culturale? Il vuoto culturale è il vuoto dei valori, il vuoto sul valore, cioè l’affermazione implicita di una dottrina nichilista, ossia la dottrina della “mancanza di valori”. Questa mancanza si riflette anche nel fatto che per Barnard e gli economisti seguaci della teoria MMT la proprietà e il valore della moneta non sono un problema. Anzi, non sono nemmeno un argomento. Pure che lo Stato si indebiti e non abbia alternative, seppure lo faccia arricchendo l’economia reale, non è un problema. Secondo loro, si tratta di una questione puramente contabile, puramente formale.

Ma questo limita drasticamente l’azione di un sistema monetario: la moneta non serve solo a comprare beni e servizi, ma anche a pagare il lavoro umano. Voglio dire che l’azione monetaria porta sempre con sé un’azione morale. Pure l’azione di scegliere se finanziare il traffico di armi o la costruzione di un ospedale è una scelta morale, che facilmente sarà opposta rispetto alla scelta della convenienza. Quindi la questione monetaria non può mai essere banalmente ridotta a una questione puramente tecnica. In questo senso, la teoria MMT compie lo stesso errore della dottrina economica ufficiale, nel suo tentativo nichilista di togliere il tema del valore su uno strumento tanto delicato e decisivo per il bene comune.

Del resto, è fin troppo ovvio considerare che lo strumento monetario, come ogni altro strumento che funziona, vale perché funziona (e vale più o meno se funziona più o meno bene). E vale proprio nella misura in cui riesce a valorizzare le risorse insite in un territorio, in una comunità umana, in un popolo. Per questo occorre sempre tenere conto della moneta come valore sociale. Questo non vuol dire negare l’aspetto individuale, poiché lo scambio economico si svolge sempre tra soggetto e soggetto. Ma tale scambio si attua all’interno di un ambiente sociale di cui occorre tenere conto.

E queste cose la Chiesa le diceva 80 anni fa: “Così, per evitare l’estremo dell’individualismo da una parte, come del socialismo dall’altra, si dovrà soprattutto avere riguardo del pari alla doppia natura, individuale e sociale propria, tanto del capitale o della proprietà, quanto del lavoro. Le relazioni quindi fra l’uno e l’altro devono essere regolate secondo le leggi di una esattissima giustizia commutativa, appoggiata alla carità cristiana” (Lettera enciclica Quadragesimo Anno, 1931). Oggi abbiamo tutt’altro che una esattissima giustizia commutativa: abbiamo invece un fortissimo sbilanciamento a favore della finanza speculativa, la quale arriva addirittura a determinare e limitare le scelte dello Stato in tema di servizi sociali.

Da quanto detto appare evidente che non basta per il bene comune che vi sia uno Stato col potere di gestire una quantità di moneta infinita da spendere a piacere. Occorre che lo Stato sia promotore attivo del bene comune. Quindi occorre una comunità umana, una società attiva e propositiva costruttrice del bene comune. Pure i sistemi di Moneta complementare, da me tanto spesso citati, devono essere un sostegno efficace a questo tipo di rivoluzione culturale. Una critica che spesso rivolgo ad alcuni amici e conoscenti è quella di trattare la Moneta complementare come se fosse senza valore, ricadendo così ancora una volta nella dottrina nichilista della cultura oggi dominante.

Al contrario, occorre affermare il valore delle comunità locali, senza le quali pure il valore di uno Stato, di una struttura centralizzata, rischia di evaporare, rischia di non avere presa sul territorio. Occorre anche che il valore di una comunità locale trovi una propria rappresentazione attraverso uno strumento monetario, cioè uno strumento che valorizzi l’aspetto commerciale delle relazioni umane. E con la scelta di un proprio strumento monetario, come ripeto spesso, una comunità locale dà valore ai propri valori.



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