FINANZA/ 2. La nuova bolla “a mandorla” che spaventa i mercati

L’intenzione del nuovo premier giapponese di spingere la Bank of Japan a stampare moneta in misura massiccia, spiega MAURO BOTTARELLI, potrebbe determinare ripercussioni sul mondo intero

20.12.2012 - Mauro Bottarelli
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Shinzo Abe (Infophoto)

Presi come siamo dalla campagna elettorale italiana, di fatto già ampiamente cominciata, rischiamo di lasciar passare inosservato l’esito di una tornata di voto che si è già tenuta: da domenica, infatti, il Giappone ha un nuovo leader, Shinzo Abe, già in carica nel biennio 2006-2007 e ora tornato al potere con un’agenda che è tutta un programma. Spingere la Bank of Japan a stampare moneta come se non ci fosse un domani per dar vita a uno shock reflattivo, ovvero la ripresa da una deflazione che riattivi la moribonda economia nipponica e spinga al ribasso lo yen. E, per fare questo, Abe ha già detto chiaramente di essere pronto a tutto, minacciando la BoJ affinché «non vada contro la volontà del popolo».

Insomma, il Paese più indebitato al mondo, ratio debito/Pil al 230%, è pronto ad attivare le presse con una politica di stimolo che qualcuno vede come benigna per Borse e mercato obbligazionario, la versione sovrana del carry trade dei primi anni del nuovo millennio ma su scala globale. Simon Derrick di BNY Mellon non ha dubbi: «Penso che questo possa essere l’inizio di un nuovo ciclo reflattivo per il sistema globale, un qualcosa che combinato con la ripresa negli Usa potrebbe trasformarsi in un punto di svolta della crisi». Ottimista anche Lars Christensen di Danske Bank, per il quale «questa scelta è tremendamente importante per la crescita globale e i mercati stanno cominciando a prenderne nota». Avendo un mandato elettorale molto chiaro a livello di seggi, Abe può alzare la voce e imporre la sua agenda alla Bank of Japan, a dir poco conservativa come banca centrale: inflazione al 2% e stimolo monetario illimitato.

E se i “consigli” non dovessero apparire sufficienti, ecco che Abe si è detto pronto a cambiare lo statuto e la governance della Bank of Japan, la quale riunirà oggi il suo board per la prima volta dopo il voto: «Siamo di fronte alla nascita di un attacco alla deflazione in piena regola», ha sentenziato Jesper Koll, capo di JP Morgan in Giappone. Il problema è che una politica così aggressiva, pur a fronte di crescita zero del Pil negli ultimi quindici anni, comporta dei rischi, oltre a minacciare l’indipendenza della banca centrale. Lunedì, quando il risultato elettorale era chiaro, lo yen si è deprezzato ai minimi da due anni contro il dollaro, con i traders certi che questa volta Ldp, il partito di Abe, avrà la meglio sulla BoJ. Di più, la moneta nipponica ha perso il 5% nell’ultimo mese, aiutando l’indice Nikkei a guadagnare circa il 10%, nonostante la Borsa di Tokyo sia ancora sotto del 75% rispetto ai massimi del 1989.

Insomma, il Giappone sembra destinato a copiare la ricetta svizzera di acquisto di bond esteri per porre fine alla corsa del franco. Berna ottenne il suo scopo e di fatto finanziò i deficit di budget dell’eurozona con i soldi stampati, Tokyo rischia di trasformare la sua politica in un QE per il mondo intero. Non so voi, ma io vedo una bolla in espansione e pronta a fare un boom spaventoso.

Certo, lo yen forte ha asfissiato le esportazioni e colpito ancora di più un’economia già piegata dall’incidente di Fukushima, costretta a subire uno shock di import energetico a causa della chiusura degli impianti nucleari. Insomma, lo storico surplus commerciale nipponico è evaporato. Inoltre, il rallentamento economico e le dispute territoriali con la Cina hanno assestato un duro colpo alle esportazioni nipponiche verso Pechino, portando il deficit commerciale di Tokio a 953,4 miliardi di yen, il terzo peggiore risultato mensile in trent’anni e il quinto mese di calo consecutivo. E la scelta di Abe potrebbe comportare un aggravamento nella bilancia commerciale nipponica visto che, come faceva notare Junko Nishioka, economista di RBS, «uno yen svalutato potrebbe sì migliorare l’export, ma renderebbe anche più costoso l’import, aggravando il deficit commerciale».

Ma non tutto è male in Giappone. La disoccupazione è al 4,2%, il tasso più basso dell’anno e in netto calo dai massimi del 2009, quando raggiunse il 5,6%. Inoltre, è migliorato e di molto il dato relativo alla disoccupazione giovanile, tanto che in vista di marzo – quando finisce l’anno scolastico in Giappone – il 61% dei diplomati giapponesi ha già accettato una proposta di lavoro, contro il 58,6% dello scorso anno. Di converso, è vero che il Giappone è in cronica deflazione, ma anche in equilibrio abbastanza stabile, visto che il valore reale dei risparmi sta salendo, contrariamente a quanto accade in Occidente. C’è però un primo rischio: un ritorno all’inflazione potrebbe portare con sé un aumento dei costi per il debito e una svendita di titoli di Stato giapponesi, ipotesi quest’ultima che colpirebbe duramente le banche nipponiche, visto che le detenzioni di bonds pesano per il 900% del Core Tier 1 del loro capitale.

Il problema principale del Giappone, infatti, è di natura fiscale: debito e deficit non possono più essere tenuti sotto controllo, quindi i tassi d’interesse devono obbligatoriamente restare pressoché a zero, visto che lo Stato non può permettersi di pagare rendimenti che superino quella cifra. E il fatto che i fondi pensione pubblici e privati, incapaci di ottenere un rendimento dalle loro detenzioni, stiano pagando a un sempre maggior numero di pensionati benefits in crescita, aggrava la situazione.

E che non tutti sposino l’ottimismo di Abe e di qualche traders rispetto alla svolta giapponese lo conferma la decisione proprio di alcuni fondi pensione nipponici di investire in oro per la prima volta, chiaro sintomo di timore per nuovi shock sul mercato azionario e obbligazionario, mentre fino a oggi l’investimento preferito era in azioni di aziende nazionali e bonds, mai asset fisici. Ad esempio, il Government Pension Investment Fund, il fondo pensioni pubblico più grande del mondo, detiene il 64% dei suoi assets in bonds nipponici, l’11% in azioni giapponesi, il 9% in bonds stranieri e il 12% in azioni straniere, stando ai dati di fine settembre. Ma quando la crisi picchia duro come sta facendo, anche i grandi player piangono: il Fondo giapponese ha perso il 7,6% nell’anno fiscale 2008. Quindi, si diversifica il portafoglio. Lo ha fatto, ad esempio, lo Okayama Metal&Machinery Pension Fund, che gestisce i fondi pensione di circa 260 piccole e medie azione nell’area di Okayama, che ha cominciato a comprare oro nel mese di marzo, circa 600 milioni di yen a fronte di asset per 40 miliardi di yen. Lo stesso ha fatto e per la cifra di 2 miliardi di yen Mitsubishi UFJ Trust and Banking Corporation attraverso un gold fund creato sempre a marzo.

Insomma, oro per combattere l’inflazione, esattamente il timore che sta scatenando la decisione di Abe di mettere il turbo alle presse e comprare bonds senza limite. E mentre la maggior parte dei fondi pensioni sta ancora alla larga dall’oro, essendo un investimento che non offre rendimento e che, in caso di oro fisico, comporta invece costi per lo stoccaggio, sempre più analisti pensano che un eventuale picco inflattivo potrebbe cambiare completamente la prospettiva, con operatori pronti ad aumentare le quote percentuali dei portafogli anche attraverso Etf sull’oro.

Insomma, quella giapponese appare una prospettiva da tenere molto sotto controllo. Tanto più che i nippo-entusiasti ritengono la scelta di Abe in grado di riattivare la crescita globale se combinata con la ripresa negli Usa. Quale ripresa, però? Guardate il grafico a fondo pagina: compara le spedizioni negli Usa del corriere FedEx con l’andamento del Pil. Cose si evince? Che la crescita Usa è sotto zero, altro che le panzane che ci stanno raccontando! Tutto bloccato, non si spediscono manco le letterine a Babbo Natale.

Direte voi: c’è sempre la Cina. Le esportazioni cinesi sono cresciute a novembre, su base annua, solo del 2,4%, risultato non brillantissimo se confrontato con il +11,6% di ottobre e con le previsioni del 9%, mentre le importazioni sono cresciute di un 2,4% anno su anno, contro le previsioni del 2%. Questo ha portato a una riduzione del surplus commerciale dai 32 miliardi di dollari di ottobre a solo 19,6 miliardi di dollari, contro una previsione di oltre 25 miliardi di dollari. Il calo dell’export è soprattutto dovuto non solo a un forte calo dell’export verso l’Ue, con un oltre -2%, ma anche dal fatto che il calo non è stato compensato da una crescita negli Usa. Insomma, i soldi stampati in cantina dalla BoJ su ordine di Abe dovrebbero quindi far ripartire l’economia globale da soli? Io me lo auguro, per carità, ma non ci crederebbe nemmeno Keynes.

P.S. Piccola annotazione per gli esegeti della stabilità di governo. Ieri, nella confusione più totale non solo sui tempi del voto ma anche sulla connotazione degli schieramenti in campo, la Borsa è salita e lo spread è sceso sotto quota 300. Come la mettiamo? Non è che i movimenti tellurici dei mercati siano, come dico da mesi, quasi unicamente eterodiretti e a orologeria? E’ tutta un’enorme e pericolosissima farsa, cari lettori e a testimoniarlo ci ha pensato ieri con un comunicato ufficiale nientemeno che la Bce, la quale ha reso noto che ricomincia ad accettare carta da parati greca come collaterale. Detto fatto, l’euro è salito ai massimi da aprile sul dollaro: chissà se qualche banca in stato di agonia era long sul cross euro/dollaro e ora sta facendo vagonate di soldi grazie all’Eurotower?

 



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