FINANZA/ Dagli Usa un attacco alla Germania che fa “esultare” l’Italia

- Mauro Bottarelli

Ieri gli spread europei sono calati. Questo, spiega MAURO BOTTARELLI, dipende dal fatto che un report del Tesoro Usa ha puntato l’indice contro la Germania

merkel_monti_pianiR400
Infophoto

Evviva, lo spread è sotto quota 300 punti base. Accidenti, questa agenda Monti è un vero portento! Ieri a comprimere il differenziale tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi e a mettere il turbo alle Borse ci hanno pensato l’annuncio da parte del governo greco del buyback del proprio debito per 10 miliardi di euro e il dato cinese sull’attività manifatturiera, che a novembre ha registrato la sua prima espansione dopo 13 mesi. Domenica, poi, la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, dalle pagine della Bild am Sonntag, ha aperto alla possibilità che il debito di Atene possa essere cancellato nell’arco dei prossimi anni.

Accidenti, vuoi vedere che stavolta siamo davvero fuori dalla crisi? Attenti, perché i media tendono sempre a dirvi solo una parte della verità. Se è vero, come è vero, che il differenziale tra decennali greci e tedeschi ieri è sceso sotto la soglia del 15%, al 14,60%, dopo l’annuncio del buyback, è altrettanto vero che Atene ha fatto male i conti e sarà costretta a pagare più dei 35 centesimi sull’euro dai creditori privati per riacquistare il suo debito. Già, si parla di almeno 40-42 centesimi, quindi a fronte dei 10 miliardi – ancora da stanziare e non si sa da chi, se non l’Efsf appena degradato della tripla A da Moody’s – sarà minore lo stock di debito che si potrà abbattere riportandolo a casa, con somma gioia della speculazione che quel titoli li ha comprati a 10 centesimi sull’euro e nessun sollievo per l’economia ellenica.

Direte voi, va bene ma il cambio di marcia della Merkel è decisamente importante. Vero, peccato che sottenda qualcos’altro. Mi spiego. Ecco le parole della Cancelliera: «Se la Grecia arriverà un giorno a uscirne con i suoi mezzi senza contrarre nuovi debiti, dovremo rivedere e valutare la situazione. Questo non accadrà prima del 2014-2015, se tutto procede come previsto. Il programma di aiuti alla Grecia in corso si estende fino al 2014. E noi abbiamo offerto due anni supplementari, fino al 2016, alla Grecia, perché raggiunga alcuni obiettivi di bilancio». Ora, al netto della smentita giunta a stretto giro di posta dallo stesso portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, che ha parlato di “interpretazioni fantasiose” delle parole della Cancelliera, c’è qualcosa che inquieta la Germania da qualche giorno a questa parte.

Sapete tutti come funziona la logica del differenziale obbligazionario, ovvero una forchetta che si divarica o si restringe a seconda che si stia comprando o vendendo i titoli di uno o dell’altro debito. Pensate che ieri lo spread sia sceso perché la notizia del buyback e magari della vittoria di Bersani alle primarie abbia riacceso l’appetito verso il nostro Paese? No, il mercato ha venduto Bund. Tanti. E sapete perché? Perché per la prima volta assoluta, non sono la Cina e la sua politica manipolatoria sullo yuan a fare la parte del leone nell’annuale report del Tesoro Usa sull’abuso dei tassi di cambio a livello mondiale, bensì proprio la Germania e il suo cronico surplus commerciale.

Di fronte al Congresso, i funzionari del Treasury hanno infatti sottolineato senza troppi giri di parole che i bilanci interni all’eurozona stanno danneggiando la struttura del commercio globale, con i Paesi nordici dell’Ue che stanno facendo poco o nulla per ridimensionare i loro enormi surplus. Stando al report, il surplus di conto corrente della Germania sarebbe al 6,3% del Pil, mentre quello olandese toccherebbe addirittura il 9,5%, nonostante entrambe le nazioni stiano costringendo la domanda interna attraverso politiche fiscali di austerità. Per il Tesoro, «il nuovo strumento posto in essere dall’Ue per abbattere gli sbilanciamenti interni dell’eurozona è asimmetrico e non presta sufficiente attenzione a nazioni con ampi e sostenuti surplus esterni come la Germania». Questo in un contesto che vede l’eurozona come insieme in uno stato di bilanciamento commerciale ma che, contestualmente, «porta avanti politiche di austerity nei Paesi del Sud senza uno stimolo di offsetting nel Nord, creando un effetto di contrazione che sta bloccando la ripresa globale».

Di più, per il Tesoro Usa «i Paesi dell’eurozona che vantano surplus avrebbero spazio sufficiente per stimoli fiscali ma si rifiutano di agire in tal senso, nonostante i numerosi appelli dei leader Ue affinché si agisca per la crescita. Non hanno mai avanzato proposte concrete per raggiungere risultati degni di nota nel breve termine». Insomma, un atto d’accusa durissimo e senza precedenti, tanto più che il report del Tesoro Usa appare quasi tenero nei confronti della Cina, la quale «ha parzialmente vinto la sua battaglia contro la dipendenza dall’export per la crescita, tagliando il suo surplus al 2,6% dal 10,1% del 2007». Inoltre, «nonostante lo yuan rimanga significativamente sopravvalutato, la Cina ha smesso di creare riserve per tenere bassa la sua valuta e ha conosciuto un apprezzamento del 40% sul dollaro in termini reali dal 2005».

In tal senso, un grafico pubblicato all’interno del report mostrava come la Germania avesse superato la Cina come la più grande, singola fonte di sbilanciamento nel commercio globale, pesando da sola per una larga parte del deficit Usa. Altro grande peccatore è la Svizzera, con il suo surplus pari al 13% del Pil, ma in questo caso il Treasury ammette che il Paese «sta affrontando circostanze uniche e particolari come safe-haven nella sua battaglia contro la deflazione», chiaro riferimento alle scelta obbligata della Banca nazionale svizzera di vendere 230 miliardi di dollari in bonds stranieri dalla metà del 2011 per frenare la corsa del franco, un numero che supera quello congiunto di Cina, Russia, Arabia Saudita, India e Brasile. Insomma, per molti osservatori lo spostamento dell’attenzione del Treasury dalla Cina verso il «mercantilismo camuffato» della Germania, riflette la montante irritazione degli Usa verso la strategia economica da “free rider” dei Paesi del Nord Europa, intenti a sfruttare la domanda globale piuttosto che crearne un’interna.

Insomma, addio alla retorica di Mitt Romney, il quale promise di chiamare la Cina “manipolatore monetario” fin dal primo giorno del suo possibile mandato presidenziale e largo a un nuovo e più critico approccio verso il partner europeo. Anzi, verso il suo azionista di maggioranza. E quando si entra nel mirino di Washington, non sono mai bei momenti.

Perché questo cambio di atteggiamento? Primo, il timore di una svalutazione pilotata dell’euro verso la parità col dollaro per incrementare ancora di più l’export. Secondo, negli Usa si è sempre più sicuri che il super-ciclo cinese sia agli sgoccioli, certezza che vede molti player cambiare posizione rispetto al mercato delle commodities, visto che dal 1995 a oggi il mercato dei metalli industriali, di fatto, ha visto la domanda muoversi unicamente grazie a Pechino.

Qualche numero. La quota cinese di domanda globale di soia nel 2011 è stata del 27%, di cotone del 38%, di alluminio del 40%, di acciaio del 40%, di carbone del 42%, di zinco del 42%, di rame del 43%, di grafite del 43% e di bestiame vivo del 50%. Alcune banche d’affari parlano di una crescita cinese che scenderà dal 10,5% al 5,5% da qui al 2020, Credit Suisse addirittura pensa che possa scendere sotto il 4%, così come lo Us Conference Board che parla del 3,7%. Il cambio ai vertici del partito comunista cinese, con i riformisti estromessi dallo Standing Committee, potrebbe poi da un lato far proseguire l’urbanizzazione selvaggia di circa 800 milioni di persone dai distretti rurali, garantendo altri cinque anni almeno di super-ciclo, ma nel medio termine porterebbe il Paese a dover fare i conti con la cosiddetta “trappola del ceto medio”, ovvero un innalzamento delle condizioni di vita, figlio di una domanda interna insostenibile, però senza una crescita, se non a doppia cifra, almeno nell’area del 7%.

Insomma, Washington sta ricalibrando le politiche commerciali internazionali e la Germania sembra essere il nuovo nemico pubblico, insieme alle sue pratiche “manipolatorie”. Una cosa è certa: se, come è accaduto ieri, la Svizzera vede le sue banche comunicare ai propri clienti tassi di interesse negativi dello 0,20% dal 10 dicembre prossimo per poter continuare nel privilegio di tenere i propri soldi nei sicuri forzieri elvetici, qualcosa nell’eurozona decisamente non va. E non parlo del Club Med, ma di quello del Nord. Siamo al controllo del capitale, questo nonostante il peg tra franco ed euro a 1,20. Siamo alla fuga di massa, all’alluvione di euro in Svizzera: siamo agli anni Settanta.

 

P.S. Ma come, è bastato il dato Ism sul comparto manifatturiero Usa per far sgonfiare come sufflè le Borse europee? Ma santo cielo, con il caso greco risolto, la Merkel diventata una tata premurosa e lo spread in contrazione fino a quota 300, non si può farsi smontare così dalle notizie che giungono da Wall Street! Credeteci se volete, il caso di ieri è stato il più classico di “buy the rumors, sell the news”. Restate collegati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori