FINANZA/ 1. Così la Merkel lascia a piedi Italia e Ue

- Stefano Cingolani

Dopo il vertice Ue, l’impressione è che la Germania persegua un proprio obiettivo che non è la leadership europea, bensì un primato economico. L’analisi di STEFANO CINGOLANI

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Angela Merkel (Infophoto)

Il summit straordinario dell’Ue in una Bruxelles paralizzata dallo sciopero generale, rende con chiarezza icastica l’idea che qualcosa, o meglio molto, non funziona nel modo in cui i governi europei, egemonizzati dall’ortodossia tedesca, stanno affrontando la crisi. La filosofia del rigore, incarnata dal fiscal compact, provocherà un rigor mortis nell’economia e nella società civile? Se la Grecia non riesce a tener fede agli impegni di bilancio questa volta non è perché ha falsato i conti, ma perché è precipitata in una recessione dalla quale impiegherà un decennio per riprendersi. Non rendersene conto è solo stoltezza, non segno di coerenza. E il Portogallo? Dove può andare con tassi biennali del 21%? Non ha imbrogliato, è in crisi strutturale. Non riesce a tenere il passo delle Panzerdivisionen.

Dal vertice, al contrario di quel che sostiene la retorica ufficiale, non è uscita nessuna svolta. Non c’è nessun impegno ad aumentare le risorse del fondo salva-stati, niente di concreto sulla crescita al di là di soliti fumosi richiami, poco sulla Grecia, tranne l’irritante richiesta di un commissario. Ognuno acchiappa qualcosina con i soliti mercanteggianti. E la Germania prende più di tutti. Berlino ottiene un patto fiscale fatto di nuove regole che si sovrappongono ad altre regole: ancora rigidità, ma la politica fiscale non può essere affidata a un pilota automatico. In cambio darà via libera agli eurobonds? Si spera, però nessuno si è impegnato in tal senso.

La Francia ottiene due pesi e due misure, perché viene messo nel mirino il debito pubblico sul Pil, non il disavanzo. Parigi ha un buco nei conti pubblici di cinque punti e ha deciso di non colmarlo nei prossimi anni, la Spagna è all’8%, l’Italia sarà in pareggio nel 2013, eppure è Roma sul banco degli accusati. Viene riconfermato il piano di rientro verso quota 60, il che significa tagli di 45 miliardi di euro l’anno. Monti ha strappato alcune attenuanti, come tener conto della sostenibilità pensionistica o del basso debito privato, ma anche se i tagli scendono a 35 miliardi, le cose non migliorano di molto.

Con interessi al 6% e crescita sotto zero non potremo toglierci tre punti di Pil ogni anno. La nostra stessa adesione all’euro rischia di essere messa in discussione. E sarebbe la fine dell’unione monetaria europea. Solo la Bce potrebbe impedire la catastrofe se fissasse un tetto allo spread, soffocando sul nascere ogni gioco al rialzo e tagliando le unghie alla speculazione.

L’austerità fine a se stessa è negativa, questa la tesi prevalente negli Stati Uniti tra gli economisti, gli uomini di finanza, i politici. E hanno ragione da vendere. L’Europa deve svilupparsi, una prospettiva di lunga stagnazione alla giapponese sarebbe disastrosa per l’economia mondiale. Gli Usa crescono; non abbastanza, tra il 2,5% e il 3%, ma crescono senza interruzioni ormai da due anni. Tuttavia, da sola l’America non ce la fa. Non esiste più un’unica locomotiva, il mondo deve muoversi in sintonia.

La presunta vittoria tedesca, dunque, è una vittoria di Pirro. Prendiamo la Grecia. A denti stretti, la Kanzlerin ha ammesso che forse si è fatto troppo poco, in realtà avrebbe dovuto riconoscere un errore di fondo: anziché salvare le banche bisognava prestare soldi a basso interesse e a lungo termine ad Atene, evitando due anni di crisi da debiti sovrani. Invece, la Cancelliera ha rilanciato la pretesa di mettere un guardiano accanto al governo di Atene, scatenando la reazione orgogliosa dei greci. Un nuovo commissario? Ma come, se a capo del governo c’è l’ex banchiere centrale Lucas Papademos, già vicepresidente della Bce. Vale anche per l’Italia guidata da un ex commissario dell’Ue? Mario Monti saprà senza dubbio respingere queste pretese: il tempo degli Ottoni è finito, il Sacro Romano Impero non esiste più.

Non si tratta di difendere una sovranità nazionale che dovrebbe sciogliersi nella nuova unità sovranazionale. Intanto perché l’Unione non è (ancora) una repubblica federale e poi perché potrà diventarlo (se e quando) solo in base a un principio fondante di solidarietà e reciprocità, non di rivalsa, né tanto meno di dominio del più forte. Il calore e la simpatia mostrata nei confronti di Monti, fino a parlare di nuovo ruolo di Roma, con la Stampa che si spinge a titolare “Merkonti”, non nasconde l’impressione che molti abbiano preso un abbaglio.

Si era pensato, dice un politico non berlusconiano, che l’uscita di Berlusconi, sollecitata dalla coppia franco-tedesca, più una soluzione tecnocratica, avrebbe spinto Berlino a un atteggiamento benevolente. Invece, la Germania persegue un proprio obiettivo che non è la leadership europea, bensì un primato economico garanzia di stabilità politico-sociale. Fa i propri interessi, intendiamoci, talvolta coincidono con i nostri, talvolta (spesso, in questa fase storica) no; ma l’insieme dell’Unione non va ridotta all’asse Parigi-Berlino che sta provocando reazioni di rigetto non solo al sud, ma anche al nord e all’est.

Ha ragione Ernesto Galli Della Loggia: è ora di pensare all’Italia. Fatti i compiti a casa, dove va il nostro Paese? È questa la domanda che debbono farsi i partiti, mentre i tecnici curano l’intendenza. Niente commissari, nessun legato imperiale, un nostro modo di stare in Europa. Per esempio, facendo da ponte con Londra che non può auto-isolarsi, né deve essere isolata. O da trait d’union con i paesi del sud in difficoltà non solo perché sono viziosi o nullafacenti. O ancora, da sponda con un Mediterraneo in subbuglio.

La politica economica non è ragioneria, né pura contabilità, ma politica; non richiede un altro Luca Pacioli, ma un Nicolò Machiavelli; non una partita doppia, ma un gioco a tutto campo.

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