FINANZA/ 2. Quei “trucchi” sulla Grecia che fanno ricca la Germania

- Mauro Bottarelli

Mentre al Consiglio Ue mostra la faccia severa predicando rigore, la Germania, spiega MAURO BOTTARELLI, sta facendo il doppio gioco sulla pelle della Grecia

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Angela Merkel (Infophoto)

Oggi, salvo imprevisti, il premier greco Lucas Papademos avrà un nuovo incontro con i leader dei tre partiti che sostengono il suo governo, Giorgos Papandreou, leader del Pasok (socialista), Antonis Samaras, leader di Nea Dimocratia (centrodestra) e Giorgos Karatzaferis, leader di Laos (estrema destra), per prendere una decisione definitiva riguardo le nuove misure economiche richieste dalla troika. Secondo fonti giornalistiche, il premier chiederà ai tre leader di approvare i risultati delle trattative con la troika, ricordando loro che, in mancanza di un accordo, il programma di swap dei titoli di stato in mano ai privati (Psi) non andrà avanti e di conseguenza per il Paese sarà il fallimento.

Intanto, oltre alle altre misure richieste dalla troika, entro la fine della settimana il governo greco dovrà adottare una serie di nuove misure economiche per un totale di 4,4 miliardi di euro (2% del Pil), necessari per coprire i buchi nel bilancio del 2011 e in quello del 2012 dovuti, secondo il governo, alla recessione. Secondo il ministro delle Finanze, Evangelos Venizelos, i fondi per coprire questi buchi nel bilancio verranno dai tagli nei settori della sanità, della difesa e dall’abolizione di Enti statali inutili.

Alla fine delle trattative fra il governo di Atene e i rappresentanti della troika, tutte le misure concordate dovranno assumere la forma di un pro-memorandum che dovrà essere approvato entro lunedì prossimo, giorno della riunione dell’Eurogruppo che dovrà dare il via libera alla concessione del secondo pacchetto di aiuti alla Grecia. Insomma, ci siamo, dai, lentamente la situazione sta normalizzandosi. Verso la bancarotta.

Intercettato dal Guardian dietro la garanzia di anonimato, un parlamentare greco ha così descritto la reale situazione dei negoziati: «La troika non appare disposta ad accettare nessuna concessione, nemmeno sulla riduzione dei salari minimi e l’eliminazione totale dei bonus. Nessun partito politico greco intende però offrire di più: quella dei tagli salariali è una linea rossa che nessuno intende oltrepassare. Ditemi voi come possiamo risolvere una situazione simile, noi non ne abbiamo idea e siamo molto preoccupati». Eppure il barometro ufficiale della crisi greca volge al bello, stando ai titoli dei media mainstream: sia le autorità europee che quelle elleniche, infatti, hanno convenuto che entro la settimana (si sono scordati di precisare quale settimana, però) si raggiungerà l’accordo con i creditori privati per lo swap sul debito.

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Meno ottimisti sono invece parsi due personaggi decisamente addentro alla vicenda, ma che i media si sono ben guardati dal citare. Per Ewald Nowotny, membro del consiglio direttivo della Bce, infatti, «ovviamente esiste un rischio connesso alle detenzioni di debito greco dell’Eurotower, ma è la permanenza stessa di Atene nell’eurozona a non essere affatto sicura». Complimenti per la franchezza. Ancora più netto il giudizio dell’ad di Commerzbank, Klaus-Peter Mueller, che intervistato dalla tv tedesca Deutsches Anleger Fernsehen ha candidamente sentenziato che «la Grecia dovrebbe uscire dall’eurozona». Chiaro segnale che le banche tedesche hanno scaricato a prezzi di saldo quasi tutto il debito greco che detenevano e ora possono dire bye bye alla Grecia con il cuore e il portafoglio d’investimento più leggero.

E a propendere per questa ipotesi ci sta pensando il mercato, attraverso le performance delle ultime due settimane della Borsa di Atene, protagonista di un rally da +30%. Segnale che la “smart money”, ovvero le banche d’affari e i fondi, stanno anticipando questo epilogo, comprando a dismisura, visti i prezzi ridicoli di questo periodo e prezzando lo scenario più estremo, ovvero quell’uscita dall’euro, che sarebbe una manna per le aziende greche – e quindi per le azioni quotate – e un disastro per gli obbligazionisti, che vedrebbero i propri crediti convertiti in neo-dracme, motivo della sell-off tedesca in atto. Ma se c’è chi vende, c’è chi compra. Ad esempio, la società di consulenza italiana Proto Consulting, la quale ha deciso – per conto di un gruppo di propri investitori – di acquistare titoli del debito pubblico greco con scadenza breve, visto che gli investitori hanno manifestato interesse per questo genere di titoli. Auguroni.

D’altronde, le crisi servono a questo: far soldi facili, mica a rimettere a posto i bilanci. Già a fine giugno 2011, il meeting annuale degli hedge funds di Montecarlo si concentrò quasi unicamente sulle opportunità da cogliere per fare soldi nella situazione di pre-bancarotta. Gran cerimoniere è stato Robert Marquardt, fondatore del super-fondo Signet, secondo cui «quanto sta accadendo rappresenta una grande opportunità per fare soldi, visto che nonostante il rischio politico sia alto, la prospettiva a cui dobbiamo fare affidamento è quella della dinamica e del rapido cambiamento. Con una parte del debito greco trattata a 40 centesimi sul dollaro, possiamo dedurre che il recupero di valore in uno o due anni sarà decisamente più grande. Per difendersi da questa posizione di rischio, si può, ad esempio, posizionarsi short su Spagna o Portogallo. Oppure acquistare debito greco a un anno ponendosi contemporaneamente short su quello a tre o cinque anni».

E che dire del presidente della Better Capital, Jon Moulton, per cui l’attuale crisi greca rappresentava una grande opportunità, sia per i fondi speculativi che per il settore del private equity. Come? «Se la Grecia va in default, non importa se ora o tra un anno, si aprirà un periodo caotico e verranno a galla opportunità alle quali nemmeno avevamo pensato. Molto plausibilmente, molte istituzioni finanziarie si ritroveranno a corto di capitale, quindi si troveranno sul mercato assets che cercano di essere venduti in fretta per fare cassa: a quel punto il privaty equity avrà il capitale per gettarsi nella mischia mentre molti altri soggetti no. Stessa logica per gli hedge funds, visto che le banche dovranno “strizzare” il loro stato patrimoniale nella corsa per rimpiazzare il capitale che hanno utilizzato per operare sul debito greco».

E se di certo c’è che il costo per il nuovo salvataggio di Atene è già salito da 130 a 145 miliardi di euro, va registrata, tra le altre cose, la pacata presa di posizione del ministro dell’Economia tedesco, il liberale Philipp Roesler, il quale ha dichiarato senza troppi giri di parole che i nuovi aiuti ad Atene possono arrivare solo «se il governo greco mette finalmente mano alle riforme necessarie. La nostra pazienza con la Grecia si avvicina decisamente al limite». Insomma, il nervo ellenico è scoperto per la Germania. Molto scoperto. E non solo per una mera questione di ammontare degli aiuti o ritardi politici. Se infatti il negoziato tra governo ellenico e Iif appare sempre più una rivisitazione in chiave finanziaria di “Aspettando Godot”, con i fondi speculativi pronti a bloccare tutto a colpi di ingiunzioni e desiderosi di far scattare le clausole dei credit default swaps, c’è qualcun’altro che segue le trattative in corso ad Atene con molto interesse: proprio gli investitori retail tedeschi, veri e propri divoratori di debito greco dallo scorso dicembre a oggi.

Già, la cosiddetta “dumb money” è diventata parte integrante dei detentori dei 206 miliardi di obbligazioni greche di cui si sta discutendo l’haircut e a confermarlo ci pensano i dati che giungono dalla Borsa di Stoccarda, la principale piazza finanziaria tedesca per la trattazione di prodotti derivati e obbligazioni, comprese quelle sovrane dell’eurozona e dove passa il 60% di tutte le transazioni degli investitori individuali tedeschi. Da qualche giorno a questa parte, improvvisamente, i titoli di debito ellenici sono scambiati come se non ci fosse un domani, basti pensare che da metà dicembre il loro volume di scambio è raddoppiato e oggi sono secondi soltanto ai Bund per quantità scambiate. A fare la parte del leone, nemmeno a dirlo, i bonds con scadenza a marzo, il cui volume di scambio è cresciuto dell’80% e il prezzo è molto, molto basso, 39 centesimi sull’euro dai 50 della fine di dicembre. Le obbligazioni con scadenza maggio, invece, viaggiano addirittura più basse, a 30 centesimi sull’euro. Insomma, gli investitori tedeschi stanno lanciando i dadi e scommettono: se non vi sarà un aiuto finanziario immediato, la Grecia non potrà pagare gli interessi su quei bonds tra poche settimane, ma se si raggiungerà un accordo con i creditori, sostenuto da un’alta percentuale di partecipanti e lo swap avrà davvero luogo, allora quelle scommesse così rischiose potrebbero trasformarsi in investimenti profittevoli a basso costo.

Ma chi sta vendendo a prezzi di saldo quei bonds agli investitori individuali alla Borsa di Stoccarda? La cosiddetta “smart money”, ovvero banche e assicurazioni, le stesse che stanno trattando con Atene sullo swap e che possono decidere di prendere o lasciare, ovvero accettare le condizioni di Atene o spingerla verso il default, visti i soli 5,3 miliardi di dollari di cds ellenici. Insomma, la Germania ha tutto l’interesse a fare in modo che le sue banche e società assicuratrici giochino su due tavoli ancora per un po’, prendendo tempo ai negoziati in modo da poter scaricare sempre più posizioni di debito greco sul mercato a un prezzo basso sì, ma certamente più alto di quello che uscirebbe dallo swap o, peggio, da un default, che in tal caso sarebbe zero.

Insomma, mentre al Consiglio Ue mostra la faccia severa del cane da guardia di rigore e regole, la Germania sta facendo il doppio gioco sulla pelle della Grecia. Parlano di “Fiscal compact”, ma giocano alla guerra. E, fatemelo dire, fanno bene, visto che nessuno sembra avere il coraggio di dire ad Angela Merkel che nessuno l’ha ancora votata cancelliera degli Stati Uniti d’Europa. Al netto del fatto che non presterei nemmeno un euro a un politico greco, resta una realtà storica incontrovertibile: se la Grecia e l’Ue sono arrivate a questo punto, la colpa principale è certo dei magheggi di bilancio di Atene, ma anche dell’intransigenza interessata e cieca di Berlino. Il debito greco era di 346 miliardi, bastava tamponarlo due anni fa in maniera decisa.

L’economia ellenica vale 220 miliardi di euro, stando a dati Fmi, la stesso valore dell’economia del solo Stato americano del Maryland. Gli Usa esportano in Grecia lo 0,07% del loro export totale, circa 1,6 miliardi di dollari. Una pulce che grazie a madama Angela ora rischia di trasformarsi nella classica palla di neve rotolante che diventa valanga. Per il semplice fatto che se la Grecia andrà in default, come primo atto gli investitori venderanno euro e compreranno dollari, gonfiando il valore del biglietto verde e facendo collassare il prezzo delle commodities. Di colpo, poi, gli investitori spaventati venderanno a spron battuto debito sovrano di Italia, Spagna, Portogallo, persino Francia forse, rendendo ancor peggiore la situazione obbligazionaria e di finanziamento dei governi, proprio nel semestre con il più alto tasso di maturazioni.

Inoltre, un default ellenico rischia di innescare una bank run in tutta l’eurozona, ma soprattutto verso gli istituti di credito francesi, ipotesi che spedirebbe Hollande dritto dritto all’Eliseo (è già indirizzato su un’ottima strada da solo), da dove rimetterebbe in discussione immediatamente l’accordo fiscale raggiunto lunedì scorso. Ecco a cosa è servita la road map tedesca fino a oggi: tramutare un compito di prima elementare nell’enigma della sfinge.

 

P.S. Per la sempre valida legge di Murphy, probabilmente nella notte appena conclusa si sarà trovato un accordo funambolico in grado di accontentare tutti ed evitare la bancarotta di Atene. Credeteci pure, se vi fa stare meglio.



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