COSTI BUROCRAZIA/ L’esperto: la soluzione per le imprese? Semplificazioni e più controlli

- int. Paolo Preti

PAOLO PRETI commenta la ricerca effettuata dall’ufficio studi di Confartigianato, secondo cui in Italia un’impresa si riesce a liberare dalla pressione burocratica solo dal 26 marzo

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«Quello della burocrazia è un problema storico di natura prettamente pubblica e, nonostante sia positivo continuare a segnalarlo, non rappresenta una particolare novità. È un problema che grava da sempre sulle imprese, ed è dovuto al fatto che storicamente e culturalmente l’impresa stessa viene considerata un “nemico”, un istituto da tenere sotto controllo, spesso anche a ragione, visti i tanti casi di evasione o di infiltrazione da parte della malavita». Paolo Preti, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi, raggiunto da ilSussidiario.net, commenta i dati relativi alla ricerca effettuata dall’ufficio studi di Confartigianato, secondo cui in Italia un’impresa si riesce a liberare dalla pressione burocratica solo dal 26 marzo: circa tre mesi, quindi, che tra pratiche e certificati costano alle imprese italiane 23 miliardi di euro. «È come il cane che si morde la coda: le imprese rispondono a una burocrazia che presenta regole sempre più complesse, e di conseguenza le norme si complicano ancora, quindi non se ne esce più».

Allora che cosa è necessario per ridurre la cosiddetta “pressione burocratica”?

L’unica cosa che potrebbe fornire un supporto vero è un cambiamento culturale, di mentalità, in cui si cominci a considerare il mondo dell’impresa, al netto delle attività criminali o che evadono, un fattore positivo per il Paese, senza il quale non si può recuperare lo sviluppo economico. L’unico cambiamento reale deve essere questo, e si può attuare lasciando maggiore libertà a iniziative imprenditoriali. I controlli devono naturalmente continuare a esserci, ma a posteriori: facendo un esempio che, pur non avendo più senso, fa capire perfettamente questa logica, che senso ha porre dei limiti alla velocità in autostrada se poi non ci sono pattuglie che effettuano controlli? Molto meglio allora poche leggi, ma ben controllate.

In tutte le classifiche che misurano l’efficienza degli apparati pubblici, l’Italia è posizionata sempre molto in basso. Qual è la principale differenza quindi con gli altri paesi?

Abbiamo uno Stato debole, a fronte di famiglie e imprese invece ricche, e questo è un modello di sviluppo storico che dal Dopoguerra caratterizza l’Italia. Da tempo abbiamo deciso di avere uno Stato molto burocratizzato, ma con pochi controlli, che garantisce alle aziende libertà sostanziale di manovra, almeno per chi vuole porre in essere comportamenti devianti, e famiglie quindi ricche. Contrariamente alle altre nazioni, dove gli stati sono forti (ricordo che negli Stati Uniti si va in prigione per evasione fiscale), e famiglie e imprese sono relativamente più deboli.

Questa settimana il governo dovrebbe approvare un nuovo decreto per la semplificazione fiscale. Cosa ne pensa?

Aspettiamo di vedere se si tratterà di una reale semplificazione, però sia chiaro che una burocrazia elevata con scarsi controlli è sempre un fattore negativo. La realtà deve invece essere rappresentata da una semplificazione burocratica, ma seguita da elevatissimi controlli. Il prodotto finale non cambia, ma cambiano i due fattori, in cui uno diminuisce e l’altro aumenta, perché dobbiamo essere sicuri che chi sgarra venga facilmente identificato e paghi duramente, perché altrimenti andiamo verso uno Stato in cui non solo non ci sono regole, ma non c’è neanche nessuno che controlla quelle poche rimaste in corso d’uso.

Secondo lei è vero che “la burocrazia è tra le strutture sociali più difficili da distruggere”, come diceva Max Weber circa un secolo fa?

Certamente, perché tutte le burocrazie nascono come strumento di servizio per il raggiungimento di un fine, ma poi diventano fini a sé stesse. È la stessa cosa che accade nelle guerre.

In che senso?

All’inizio si imbraccia il fucile per un ideale, ma successivamente questo diventa un mestiere, per cui non c’è più interesse, visto che combattere è la cosa che si sa far meglio, a esaudire quell’ideale per cui si ha iniziato a combattere. Non si ha più interesse neanche al raggiungimento della pace, perché altrimenti non si saprebbe più cosa fare, e di conseguenza ecco che c’è una trasposizione di fini: posto che la violenza, e naturalmente non ci credo, sia utile per realizzare i propri ideali, spesso poi diventa fine a sé stessa, ma solo perché poi le persone non hanno più alternative.

Come c’entra la burocrazia?

La stessa cosa avviene con la burocrazia: in un mondo in cui tutto funzionasse bene, avremmo molto meno bisogno di gente che lavora in questo settore, e questo non è certamente nell’interesse dei burocrati, che vivono di quello, e che quindi fanno di tutto per continuare a complicare regole e controlli.

 

(Claudio Perlini)   

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