ARTICOLO 18/ Gentili: così l’assist Usa per Monti spiazza i sindacati

- int. Guido Gentili

Aumentano le pressioni internazionali perché il governo vari la riforma del mercato del lavoro che comprende l’articolo 18. GUIDO GENTILI ci aiuta ad analizzare la situazione

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Foto Imagoeconomica

È diventata ormai una specie di “guerra di religione” quella che si gioca intorno all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, settimana scorsa aveva fatto una dichiarazione al proposito, sostenendo che questa norma scoraggia gli investimenti esteri in Italia. Con tutta probabilità sentiva che sui mercati internazionali si arrivava a questo nodo ormai “storico” per la riforma del mercato del lavoro in Italia, dopo le analisi di Standard&Poor’s, di Fitch e contenute nella stesa lettera di agosto della Bce per quel che riguarda la flessibilità del lavoro. A riprova della “sensibilità” del nostro premier, è sceso in campo direttamente il Wall Street Journal, il giornale americano più influente nel campo della finanza mondiale, che ha definito l’articolo 18 una sorta di “reliquia”. Un attacco ad alzo zero, che offre esattamente la misura di come venga valutato questa norma al di là dell’Atlantico, sui mercati internazionali e tra gli investitori stranieri. Guido Gentili, editorialista de Il Sole 24 Ore, che ha seguito per anni le vicende dell’articolo 18, conferma che la percezione in America, e in tutto il mondo occidentale, è quella di una anomalia, di una specie di «bandiera del sindacalismo italiano degli anni Settanta».

Perché tanta durezza da parte del Wall Street Journal? Non sembra che l’articolo 18 sia il problema fondamentale da superare per ottenere una riforma del mercato del lavoro all’insegna della flessibilità.

Questa è la percezione che hanno all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Un giornale come il Wsj valuta nel suo complesso l’economia italiana e ne dà dei giudizi. Anche se è un grande quotidiano conservatore, non può che essere stupito, come tutti gli americani, che in Italia sia nata l’Antitrust nel 1990, mentre negli Usa, lo “Sherman Act” (l’equivalente della nostra Authority), sia nato un secolo prima. E invece che nel 1970 è stato fatto lo Statuto dei lavoratori con l’articolo 18. In tutto questo loro percepiscono un’anomalia. In effetti, il reintegro per legge esiste solo in Italia. Ma questa percezione è antica e la conosce gran parte della classe politica italiana. Non solo quella del centrodestra, tanto è vero che i primi a pensare a una “messa a punto”, diciamo così, di questa norma negli anni Novanta sono stati esponenti del centrosinistra.

Quando cominciò questa storia?

Nel 1997, il senatore indipendente eletto nel centrosinistra, Franco Debenedetti, presentò un disegno di legge, che si riferiva anche a lavori e studi del professor Pietro Ichino. Poi ci provò anche Massimo D’Alema a portare qualche correzione, ma ebbe uno scontro durissimo con Sergio Cofferati, allora segretario generale della Cgil. Un altro disegno di legge l’aveva pensato Tiziano Treu. Insomma a sinistra, nel momento in cui era emersa la necessità di una riforma e della flessibilità del mercato del lavoro, si pensarono dei correttivi. Ma fu la Cgil a essere durissima e decisamente contraria.

Ma da un punto di vista economico, della crescita, che cosa comporta l’articolo 18?

Ricordo di aver parlato con un uomo come Luigi Spaventa, anche lui non di certo catalogabile nel centrodestra o tra i conservatori, che mi spiegò che, a suo parere, l’articolo 18 produceva una sorta di “effetto soglia”. Poiché non era applicabile alle aziende con meno di quindici dipendenti, induceva le stesse aziende a non crescere, a rimanere entro quei limiti. Più in generale, si può dire che la casistica limitata dell’articolo 18 è dovuta anche al fatto che in tanti non vi ricorrono neppure, perché poi ci sono i tempi biblici della giustizia.

 

Una “scrollata” all’articolo 18 la diede anche il governo di centrodestra nel 2001, con l’allora ministro del Welfare, Roberto Maroni.

 

Esattamente. Fu in quel periodo che si fece il famoso “Libro bianco”, a cui lavorò Marco Biagi, dove emergeva un mercato del lavoro complicato, inadeguato e insufficiente e dove l’articolo 18, pur non essendo il punto fondamentale della mancanza di flessibilità, doveva comunque essere al centro di una riflessione.

 

Lì si apre una battaglia durissima tra governo di centrodestra e sindacati.

 

Il Governo Berlusconi propose una sospensione dell’articolo 18. Cofferati rispose con la famosa manifestazione del Circo Massimo e alla fine il governo rinunciò a prendere delle decisioni.

 

A suo parere il governo di Mario Monti è determinato a fare una scelta?

 

Credo che il Governo sia molto determinato su questo punto della flessibilità del lavoro. Del resto il governo gioca la sua carta nel recupero della credibilità internazionale dell’Italia e i punti sono stati ben circoscritti da diverso tempo: le pensioni, la spesa pubblica, la flessibilità del lavoro, le liberalizzazioni e semplificazioni. Questo della flessibilità è un tema cardine. Monti ha al momento due sindacati come Uil e Cisl possibilisti, ma una Cgil su posizioni intransigenti. Il problema è trovare una soluzione correttiva, senza rinunciare all’articolo 18. Ragionando intorno a un tavolo credo che si possa trovare. Bisogna fare in modo di trovare un accordo ragionevole che non sembri una resa dei conti per il sindacato. È una strada stretta, ma percorribile.

 

(Gianluigi Da Rold)

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