GEOFINANZA/ Quei 9 miliardi che tengono in ostaggio l’Europa

- Mauro Bottarelli

Atene ha ufficialmente lanciato l’offerta di concambio che dovrà portare all’abbattimento del suo debito in mano ai privati. MAURO BOTTARELLI ci fa notare dei particolari interessanti

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Tutto come previsto, cari lettori. Nell’asta Ltro di ieri la Bce ha iniettato nel sistema 529,53 miliardi di euro (martedì avevo previsto un range tra i 475 e i 525 miliardi) in prestiti a tre anni all’1% di interesse a 800 istituzioni finanziarie, in netto aumento dalle 523 che beneficiarono della prima asta del 21 dicembre scorso. Al netto di roll-over, roll-off e prestiti precedenti Mro, la liquidità reale liberata e terminata nella casse delle banche è stata di 311 miliardi: insomma, la Grecia ora può fallire senza troppi patemi d’animo.

Ma, perché c’è sempre un ma, qualcosa stona. Primo, il numero di partecipanti all’asta che, come avevo scritto martedì, è stato significativamente più alto della precedente, sintomo che soggetti parabancari – come le divisioni finanziarie di molte grandi aziende dedite al credito al consumo – questa volta hanno portato il loro bel collaterale (spesso prestiti alla clientela) a Francoforte per beneficiare di soldi facili a prezzo basso (denaro che quindi non rientrerà nel sistema, ma verrà utilizzato per agevolazioni alla clientela delle varie Peugeot e Siemens, comunque a tassi almeno del 3-4%, di fatto un carry trade industriale). Nel contempo, grandi banche come Deutsche Bank, Natixis, Abn Amro, Asr, Rabobank, Ing Group, Ubs, Seb e Barclays non hanno proprio partecipato all’asta, poiché timorose dello stigma che il mercato già ha prezzato per gli istituti corsi con il cappello in mano alla Bce, ritenuti quindi poco solidi e più avvezzi al credito facile una tantum che a una sana politica di aumento di capitale e deleveraging degli assets rischiosi. Non a caso, i titoli di queste banche in Borsa sono già trattati con un premio di spread rispetto a chi non ha usufruito della liquidità dell’Eurotower (tedeschi, ma soprattutto svedesi).

Secondo, alla vigilia dell’asta il membro del comitato direttivo della Bce, Ewald Nowotny, ha detto poche, ma significative parole: «I prestiti a tre anni non diventeranno un qualcosa di regolare, ma, soprattutto, la Bce ha un problema che riguarda le banche dipendenti». Già, Nowotny ha usato proprio il termine “addicted”, quello che si usa per i tossicodipendenti o gli alcolizzati: signore e signori, come scritto tempo fa, le banche zombie sono tra noi, istituti in tutto e per tutto dipendenti dai finanziamenti-regalo della Bce, senza i quali andrebbero a zampe all’aria sia sulle scadenze obbligazionarie che sulle perdite legate a esposizioni allegre. Sono banche europee, sulla carta solidissime, ma che hanno costretto Draghi a iniettare circa 1000 miliardi di euro a distanza di due mesi tra un’asta e l’altra per evitare che il default greco, tamponato finora in maniera tecnica, portasse con sé l’anima – e gli sportelli – di almeno 4 o 5 istituti bancari. Ora, in compenso, abbiamo lo stigma del mercato su quei titoli e una bella inflazione da eccesso di liquidità che ha spedito alle stelle il prezzo del petrolio senza che ci sia né una crisi reale di fornitura, né tantomeno domanda legata a una ripresa della crescita. Un capolavoro, insomma.

In compenso, come anticipato, la Grecia ora può andare in bancarotta serenamente. Venerdì scorso, infatti, Atene ha ufficialmente lanciato l’offerta di concambio dei titoli di Stato detenuti dai creditori privati che dovrà portare all’abbattimento di 107 miliardi di euro di debito. Il documento pubblicato alle 17:30 su un sito Internet appositamente creato dal ministero delle Finanze e dal gestore del debito greco Pdma «costituisce l’offerta ufficiale che permetterà di ridurre del 53,5% il valore dei titoli in mano a banche, società d’assicurazione e fondi d’investimento». C’è però un problemino.

Nell’articolo di venerdì vi davo conto del fatto che il governo greco era deciso ad abbassare dal 75% al 66% la percentuale di adesioni necessaria per dar vita al 100% dello swap attraverso le clausole retroattive di class action, sintomo che venivano di fatto aboliti i diritti dei bonds di diritto inglese e che quella del 90% di detentori pronti al “taglio di capelli” volontario era una percentuale irrealistica anche per gli stessi greci. Invece, dal documento ufficiale si evince che la soglia richiesta è tornata a essere del 75% e non solo. Ecco, infatti, il kicker che potrebbe mandare all’aria l’intero accordo e con esso il “salvataggio” greco: nel documento del governo si sottolinea che «se meno del 75% dell’ammontare facciale aggregato dei bonds selezionati per partecipare allo swap sarà validamente posto sotto concambio e la Repubblica non riceverà consensi sufficienti, la Repubblica non procederà a nessuna delle transazioni sopra descritte». Direte voi, giusto che venga rispettata la soglia del 75%, quella che regola le obbligazioni sotto diritto inglese e poi, visto l’entusiasmo a parole che ha accompagnato la mossa del governo, quella percentuale sarà raggiunta in carrozza. Ma la matematica non è un’opinione e i numeri non mentono: anche se possono celare scenari impensabili.

Vediamo un po’. Se qualcuno, paradossalmente, detiene il 25%+1 dei 177 miliardi di bonds sotto diritto greco, quel qualcuno può distruggere l’intero processo e offrire alla Germania un’insperata via d’uscita, visto che per giungere a quella posizione potrebbe comprare a mano bassa dalle banche teutoniche bonds greci a prezzi stracciati, comprandosi contemporaneamente cds (che magari già detiene in grande quantità, visto che non vanno pari passo ai bonds nel rapporto 1:1). A quel punto, con gli istituti con i bilanci alleggeriti e non più esposti com’erano al saldo di fine 2011, la Germania rimetterà in tasca i miliardi messi sul tavolo (cioè le garanzie) e lascerà che la Grecia faccia default. Non è poi peregrina, come ipotesi.

Ai prezzi attuali di circa 20 centesimi sul dollaro, significa che il famoso “qualcuno” interessato a mandare lo swap al macero potrebbe farlo con la modica cifra di 9 miliardi di euro: bastano questi soldi per tenere in ostaggio l’intera eurozona e, di fatto, comprarsi la Grecia. Ancora meglio, visto che il totale dei bonds soggetti allo swap volontario è pari circa 206 miliardi di euro, questo significa che i bonds di diritto inglese parte dell’accordo sono pari a 29 miliardi di euro: al prezzo attuale di 30 centesimi sul dollaro, con meno di 2 miliardi di euro ci si può comprare una partecipazione vincolante in grado di bloccare tutto. E questa seconda ipotesi, cari lettori, è già realtà per molti hedge funds, fatto che rende già da oggi impossibile per la Grecia raggiungere il numero di voti positivi necessari per mandare avanti lo swap.

D’altronde, non serve avere la palla di vetro per arrivare a questa conclusione, basta guardare ai prezzi del mercato, nella fattispecie a quelli della Borsa di Stoccarda, dove si trattano derivati e obbligazioni. Il pacchetto Ggb (bond greco+credit default swap) sta trattando ai massimi da sei mesi, circa il 96% sulla parità (più il valore si avvicina a 100, più alta è la probabilità di un credit event), mentre il bond greco è al di sotto del 20% sulla parità: sintomo chiaro che il mercato sta già prezzando un evento di credito che attivi le clausole dei cds, quindi ritenga improbabile un via libera allo swap.

Inoltre, c’è una strana coincidenza, visto che il 20 marzo non solo è attesa la scadenza obbligazionaria monstre di 14,5 miliardi di euro per il debito greco, ma anche una data di rollover proprio dei cds: gli investitori, quindi, con questi prezzi stanno dicendoci che attendono un evento di credito prima di quella data, molto probabilmente l’attivazione retroattiva da parte di Atene di clausole di class action a tutti i bonds eleggibili per lo swap. Cosa significa questo? Uno scenario differente da quello ufficiale, ovvero l’ipotesi che alcuni grossi fondi speculativi starebbero shortando l’intero mercato, attraverso quelle posizioni di resistenza, sapendo benissimo che questa operazione potrebbe mandare l’Europa in ginocchio praticamente con zero del loro capitale a rischio. Tanto più che quella del 75% è la soglia minima assoluta e la Germania potrebbe, anche senza secondi fini, ritenerla insufficiente e dire il suo nein definitivo.

Anche perché, nonostante sia andata in onda su Al Jazeera, in Germania è giunto chiaro e forte l’eco delle parole pronunciate all’emittente panaraba da Jean-Claude Juncker, capo di quell’Eurogruppo che si è ascritto il successo del secondo salvataggio greco: «Nessuno può realmente escludere l’ipotesi di un terzo salvataggio di Atene, anche se non penso che questo sia un motivo per cui cominciare a parlarne. Forse, potremmo implementare il secondo». E che Berlino potrebbe essere tentata dall’ipotesi che si cela dietro il balletto di percentuali della soglia di adesione minima, lo confermano altri due dati.

Il primo: nonostante il sì del Bundestag di lunedì, la maggioranza dei tedeschi è contraria alla concessione del secondo pacchetto di aiuti alla Grecia. Lo rivelava un sondaggio del domenicale “Bild am Sonntag”, che evidenziava come il 62% dei tedeschi sia contrario all’approvazione del pacchetto da parte dei parlamentari e quasi due terzi degli elettori (64%) sono inoltre convinti dell’impossibilità di salvare la Grecia dalla bancarotta. Secondo, il ministro degli Interni tedesco, Hans-Peter Friedrich, auspicava un’uscita della Grecia dell’euro spiegando – in un’intervista al settimanale “Der Spiegel” – che le possibilità di Atene di recuperare competitività economica sarebbero maggiori: «Non intendo escludere la Grecia dall’eurozona, ma riuscire a creare stimoli a un ritiro che non può essere declinato. Atene fuori dall’unione monetaria europea avrebbe più chance di recupero». Pensarci due anni fa no, eh?

 

P.S. Chissà come mai, ieri lo spread delle obbligazioni portoghesi è schizzato di oltre 100 punti base intraday, 70 dei quali presi proprio al termine dell’asta Ltro? Forse perché ulteriore debito non risolve il problema generato da troppo debito? Due cose sono certe: il nuovo cash ricevuto fresco fresco dalle banche non sarà utilizzato per acquistare bonds sovrani a medio termine e, soprattutto, gli istituti di credito lusitani non hanno trovato sufficiente collaterale per partecipare all’asta. E, forse, quest’ultimo accadimento potrebbe essere stato la loro salvezza.

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