LETTERA/ A che serve “liberalizzare” le banche?

- Marco Di Antonio

Nel decreto sulle liberalizzazioni ci sono anche delle misure relative alle banche, con obblighi precisi su spese e commissioni di alcuni prodotti. Il commento di MARCO DI ANTONIO

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Foto Imagoeconomica

Caro Direttore,

Parafrasando Mao-Tse tung, grande è la confusione nel nostro Paese. Sta facendo encomiabili sforzi per raddrizzare le proprie finanze pubbliche e ridare slancio alla competitività delle imprese, ma spesso dimostra di non avere le idee chiare né sull’uso della nostra pur bellissima lingua, né sui fondamenti che distinguono un’economia collettivista da un’economia di mercato. Ad esempio, è davvero buffo che si faccia rientrare tra le liberalizzazioni rivolte al settore bancario una manovra dirigistica di controllo dei prezzi (cioè di imposizione dei prezzi per legge).

All’interno del “decreto sulle liberalizzazioni”, tra le “misure per la concorrenza” (dolcissime parole) è prevista l’obbligatoria gratuità dei conti correnti per i pensionati fino a 1.500 euro al mese. Si impone a imprese private che hanno vincoli di equilibrio economico e (tendenzialmente) obiettivi di profitto, la gratuità di alcuni prodotti venduti. Con ciò facendo si limita senza giustificazione la libertà di impresa e si confondono funzioni di assistenza e redistribuzione del reddito, in capo allo Stato, con funzioni di produzione del reddito, in capo alle imprese.

La libertà di impresa, anche se abbastanza indigesta per la cultura economica del nostro Paese, va certo limitata, ma per finalità di interesse generale e non particolare. Così, ha senso imporre divieti ad attività inquinanti o illegali, a comportamenti discriminatori e di violazione dei diritti umani, a pratiche anti (anti!) competitive o di abuso di posizione dominante, ecc. Ha senso che i costi di tali comportamenti siano a carico delle imprese (sia il costo per adottare tecnologie non inquinanti, sia quello per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, sia le sanzioni subite per aver violato la legge).

Non ha senso, a mio parere, obbligare le imprese a favorire a proprie spese determinate categorie “svantaggiate”. Qualora l’impresa sia obbligata a sussidiarie tali categorie di persone, attraverso prezzi favorevoli o altri vincoli ai propri comportamenti (pensiamo alle riserve di posti di lavoro per personale invalido), il costo deve essere a carico della fiscalità generale e non a carico esclusivo dell’impresa (è per questo, analogamente, che non si tassa la famiglia per garantire la pensione di invalidità del proprio figlio; si tassa la collettività).

Applicando la logica che stiamo criticando a un altro settore dell’economia, dovremmo batterci per obbligare i supermercati a vendere gratuitamente ai pensionati con meno di 1.500 euro al mese determinati prodotti ritenuti indispensabili. Mi sembra, ribadisco, che il modo migliore per far fronte ai costi di questi e altri interventi a tutela degli interessi generali sia la fiscalità, secondo i migliori principi tributari (tassazione sul reddito, basata sulla capacità contributiva, progressiva, universale, ecc.). Naturalmente, sto parlando per linea di principio e le eccezioni possono esserci, ma devono essere attentamente valutate nei pro e nei contro. Perché i contro sono forse maggiori di quanto si pensi.

Tra l’altro, la manovra di cui si discute altera il meccanismo dei prezzi e internalizza nelle banche la funzione di redistribuzione del reddito, trasformandole in agenti fiscali: ovvio che i prodotti in perdita venduti ai pensionati a minor reddito saranno compensati da prezzi più elevati e maggiori profitti ottenuti da altri clienti. Le banche tasseranno alcuni soggetti per trasferire il loro reddito ad altri e lo faranno in modo molto poco trasparente (ma la trasparenza non era così importante?). Quali saranno infatti i soggetti che le banche “tasseranno” per favorire i pensionati? Azzardo: quelli più deboli e con minore potere contrattuale, cioè economicamente più deboli. Conclusione (provvisoria, per carità, le mie sono soltanto opinioni): meglio che la redistribuzione del reddito la faccia lo Stato, non le imprese.

Un’altra inquietante norma contenuta nel decreto liberalizzazioni è l’emendamento recentemente approvato a sorpresa, che sancisce la nullità di “tutte le clausole, comunque denominate, che prevedono commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamenti in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido”. L’unico prezzo che la banca potrà utilizzare sarà il tasso di interesse sulle somme prestate.

Perché questa norma? In nome di cosa? Qui infatti la tutela di fasce di clientela svantaggiate non c’è. Penso che sia in nome della trasparenza. E rabbrividisco. Se nel caso precedente lo Stato chiedeva alle banche di sostituirsi a lui nella politica fiscale, qui è lui che si sostituisce alle banche nel fare la politica dei prezzi (così la confusione di ruoli è totale). È lo Stato che fa i prezzi, non su beni di prima necessità, non per favorire certe categorie sfavorite, non per scopi di calmieramento (non si entra infatti nel merito del livello dei prezzi, ma solo della loro articolazione). Si dispone che siano erogati a costo zero alcuni servizi, come la messa a disposizione di disponibilità monetarie, anche se non verranno utilizzate dall’impresa oppure l’erogazione di credito in eccesso a quello pattuito (sconfinamento).

La “garanzia” di eventuale futura erogazione dei fondi a discrezione dell’affidato è cosa ben diversa dall’erogazione dei fondi e, guarda caso, alla banca costa, in termini ad esempio di liquidità da predisporre. Anche lo sconfinamento aggrava i costi di liquidità per la banca (oltre a segnalare un aumento di rischio del debitore). Perché si impone a un’impresa di vendere due servizi e prestazioni distinte, anche se collegate, a un unico prezzo (il tasso di interesse sulle somme prestate)? Anche una bambola e i suoi vestitini e accessori sono prodotti collegati, ma i prezzi sono distinti. Perché si vuole rinunciare al meccanismo del prezzo come regolatore della domanda e dell’offerta di beni e servizi in funzione della loro scarsità relativa? In economia si dice che i prezzi aiutano, e molto, nella migliore allocazione delle risorse economiche.

Anche qui, l’inevitabile effetto sarà quello di un aumento del tasso di interesse, per coprire i costi di sconfinamento e di messa a disposizione dei fondi. E le imprese che non sconfinano o che utilizzano tutto il loro fido (quelle forse più virtuose) sovvenzioneranno, pagando tassi più alti, quelle che sconfinano e utilizzano poco il loro fido (quelle forse meno virtuose). A differenza dei conti correnti per pensionati, qui non vediamo nessuna utilità generale nell’attuare questa redistribuzione di reddito tra clienti.

A tutte le argomentazioni che abbiamo portato c’è un’obiezione. Le banche sono state aiutate dal Governo o dalla Bce, quindi in cambio dovrebbero subire limitazioni alla loro libertà di impresa e accollarsi funzioni pubbliche redistributive. Innanzitutto, l’aiuto pubblico è stato molto minore per le nostre banche che per quelle degli altri paesi. E questo, forse, potrebbe essere loro accreditato come merito. Certo, nonostante ciò l’obiezione citata resta in parte fondata. Però secondo me può alimentare la confusione. Penso sia più corretto scegliere in modo chiaro e consapevole la strada da percorrere e poi percorrerla coerentemente. E le strade sono tre.

Opzione 1 – Le banche hanno fallito, generando gravi costi per la società. La loro libertà di impresa va espropriata in nome dell’interesse generale; vanno nazionalizzate e poi gestite da chi ci ha messo i soldi per salvarle (lo Stato). Oppure: le banche sono utilities, svolgono servizi essenziali che devono essere garantiti a tutti e a certe condizioni. Quali servizi offrire e a che prezzo va deciso dal regulator. In entrambi i casi, lo Stato gestisce la banca e lo fa come vuole, secondo le sue logiche e rispondendo alla sovranità popolare (e non ad azionisti privati).

Opzione 2 – Le banche sono imprese private, anche se la loro attività è particolare e coinvolge aspetti di pubblico interesse. La loro regolamentazione è necessaria, ma deve limitarsi alla difesa degli interessi generali, interferendo il meno possibile con la competitività del mercato e con la loro autonomia nel decidere le strategie, gli assetti organizzativi, le politiche di prezzo e di prodotto, ecc.

Opzione 3 – Vista la situazione eccezionale e la gravità della crisi e dei suoi effetti, vanno sospese per un periodo breve ed eccezionale la libertà di impresa e le regole dell’economia di mercato, salvando con soldi pubblici banche che hanno sbagliato ed erano destinate a fallire (ripeto: questo vale più per le banche estere che per le nostre). Se la scelta è strutturale e irreversibile, si torna all’opzione 1. Se è solo temporanea, meglio orientarsi verso l’opzione 2 e limitare ai casi strettamente necessari l’introduzione di vincoli aggiuntivi da parte del “nuovo” azionista pubblico (temporaneo e spesso di minoranza).

Personalmente, voto l’opzione 3 nella sua “versione temporanea” e sono decisamente contrario all’opzione 1. Questo non vuol dire che non sia necessario un aumento di regulation per le banche (vedasi Basilea 3). Il punto è: che tipo di regulation? M questa è un’altra storia, di cui parlare magari in un altro intervento.

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