ADDIZIONALI IRPEF E IMU/ L’esperto: così il federalismo aumenta le tasse degli italiani

- int. Carlo Buratti

Secondo CARLO BURATTI si è deciso di piegare il federalismo alle ragioni congiunturali di risanamento delle finanze pubbliche, trasformandolo in strumento impositivo.

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La cosiddetta stangata, per i contribuenti, si compone di svariati balzelli; tra questi, ve ne sono alcuni particolarmente odiosi perché diretti e, dunque, distintamente identificabili: si tratta, in particolare, dell’Imu e delle addizionali Irpef, regionali e comunali (il cui peso è già evidente nella busta paga di marzo). Le misure introdotte dal governo Monti determineranno una maggiorazione pari a, mediamente, il 150% rispetto alla situazione precedente. Nel dettaglio, l’aliquota dell’addizionale regionale, applicata al reddito imponibile, è stata fissata allo 0,9%, con la facoltà per le Regioni di elevarla fino all’1,4%, percentuale obbligatoria per quelle amministrazioni che presentano un bilancio in disavanzo; l’aliquota dell’addizionale comunale, invece, può essere al massimo dello 0,8%, con una maggiorazione obbligatoria dello 0,3% per quei Comuni che non hanno rispettato il Patto di stabilità. L’Imposta municipale unica, infine, potrà variare dallo 0,2% allo 0,6% sulla prima casa e dallo 0,46% all’1,06% sulle altre proprietà. Ebbene, come se non bastasse, al danno si aggiunge la beffa. Si, perché i nuovi provvedimenti tributari erano stati motivati, in principio, da ragioni di federalismo fiscale. «Siccome l’emergenza consisteva nel risanare le finanze pubbliche, è stato piegato a questa finalità. Diciamo che il federalismo è capitato nel momento peggiore», spiega, raggiunto da ilSussidiario.net Carlo Buratti, professore di Scienza delle finanze presso l’Università di Padova. Ma non è tutto: «Abbiamo un Patto di stabilità interna che obbliga anche i comuni virtuosi a migliorare di anno in anno i propri saldi. Il che gli lega le mani. Spesso, infatti, dispongono di risorse che non possono spendere con evidenti ricadute negative».

Anche in questo caso, l’autonomia territoriale è stata umiliata. «Il Patto, in termini di federalismo impedisce la capacità di autodeterminazione degli enti locali; ovvero: gli strumenti fiscali impositivi a livello locale hanno senso quando l’amministrazione è libera di decidere quanto e come tassare e come spendere». Al contrario, se i saldi finanziari vanno continuamente migliorati, il volume di spesa resta decisamente vincolato. «Capita spesso che i Comuni abbiamo avviato degli investimenti e, pur avendo i soldi in cassa, non possano portarli a termine. O che non possano pagare i fornitori. Ci sono degli imprenditori costretti a chiudere perché non sono in grado di pagare i dipendenti, mentre le banche non prestano loro denaro, nonostante sanno che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione». Il patto, purtroppo, deve essere obbligatoriamente rispettato. «Non farlo – continua – comporta sanzioni europee. Nei confronti dell’Europa, infatti, tutte le amministrazioni pubbliche – la somma di quelle centrali, di quelle locali e gli enti di previdenza – hanno un tale obbligo. Tuttavia, potrebbe essere rispettato modificando le regole interne in maniera ragionevole». 

Come se non bastasse,  il 50 per cento dei proventi dell’Imu andrà in mano allo Stato. «Si tratta di una sorta di addizionale erariale ad un’imposta comunale che non favorisce la trasparenza del prelievo; il cittadino dovrebbe sapere cosa paga, a chi e per quale motivo. Non si capisce, a questo punto, perché lo Stato abbia introdotto questa addizionale, invece che riprendesi la compartecipazione alle imposte erariali sui trasferimenti immobiliari». 

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