FINANZA/ 2. Pelanda: così l’Iran “minaccia” Italia e Ue

- Carlo Pelanda

L’Eurozona è molto vulnerabile, mentre l’America di Obama lascia vuoti di potere: ma, afferma CARLO PELANDA è necessario che l’Occidente riveda le proprie alleanze e strategie globali

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Mahmoud Ahmadinejad (Infophoto)

Lo scenario mostra una tendenza, pur lenta e contrastata, alla ri-stabilizzazione dell’Eurozona e a una recessione in Italia meno intensa di quanto temuto fino a qualche settimana fa. Ma questa buona notizia va calibrata con l’aumento dell’instabilità globale, considerando che Eurozona e Italia sono molto vulnerabili a perturbazioni nel mercato internazionale proprio per la loro situazione di convalescenza, in particolare: crisi che portino a rialzi stellari il prezzo del petrolio, rischi di guerra che deprimono la fiducia dei mercati borsistici, divergenze tra le potenze che riducono la probabilità di trovare soluzioni di stabilità.

La sconfitta elettorale del partito di Ahmadinejad, in realtà l’avvio di una sua rimozione dal potere voluta dagli ayatollah guidati da Khamenei, aumenta o riduce la probabilità di un attacco da parte di Israele ai siti nucleari iraniani? Da un lato, Ahmadinejad ha una politica molto aggressiva verso l’esterno per affermare, all’interno, il primato del nazionalismo iraniano e la sua sconfitta fa sperare. Dall’altro, nel periodo residuo della sua presidenza potrebbe tentare un’opzione apocalittica. Inoltre, Khamenei vuole comunque perseguire il progetto di potenza nucleare e il rischio resterà elevato. Anche perché la Russia mantiene una posizione di difensore dell’Iran. Putin vuole consolidare il consenso attraverso una politica di ricostruzione imperiale in funzione anti-americana e per alzare i prezzi dell’energia, via tensioni, di cui la Russia è ormai il principale produttore.

L’America di Obama, pur migliorando la crescita e l’effetto locomotiva sul mercato globale, si sta ritirando dal mondo, lasciando vuoti di potere che amplificano le tensioni. La Cina sta aumentando la sua influenza globale, ma con fini mercantilistici e non di stabilizzazione internazionale. In sintesi, il G20 che avrebbe dovuto svolgere la funzione di governo globale dopo la ritirata dell’impero americano non sta funzionando e la ripresa europea e italiana è a rischio per questo.

Soluzioni? America ed Europa dovrebbero parlarsi molto seriamente per valutare se una loro rinnovata collaborazione potrebbe ricreare un pilastro occidentale – economico, monetario e militare – per ridare ordine al pianeta. Ma sarà possibile solo dopo le elezioni presidenziali di novembre negli Stati Uniti. Soprattutto, l’Ue dovrebbe cambiare visione: da introversa e passiva a una estroversa e attiva nel mondo.

Con quale formula? Chi scrive, da anni, suggerisce di ampliare il G7 (si veda www.lagrandealleanza.it). Nel 2009 Obama decise di dare vita al G20, dichiarando la fine del G7 come organo di governance mondiale, con una formula che includesse la Cina per attuare con Pechino una sorta di governo G2 del pianeta. Ora tale idea è morta e il G20 è caduto nell’irrilevanza. Resta il problema che il G7, comunque mai chiuso, sarebbe troppo piccolo in relazione alla quantità di nuovi attori mondiali. Ma il G7 potrebbe includere la Russia (già nel G8 e semi-cooptata nel G7) per convincerla a convergere invece che a rifare impero solitario, cosa che non è di suo interesse nazionale perché la lascia isolata e debole di fronte all’espansione cinese. E sarebbe una grande svolta verso la stabilità, precursore di altre cooptazioni, cioè Brasile, India, Australia, ecc.

Resterebbe fuori la Cina perché il G7 resta un’organizzazione di nazioni democratiche, ma probabilmente sarebbe più un bene che un male, in quanto la nuova alleanza tra democrazie potrebbe indurla a comportamenti più stabilizzanti.

 

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