FINANZA/ Emsden (Wsj): i tre motivi dell’insuccesso di Monti

Il problema dell’Italia, spiega CHRISTOPHER EMSDEN è quello della crescita. Mentre il confronto tra debito pubblico e risparmio privato fa emergere una pericolosa anomalia

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Mario Monti (Infophoto)

Spiega Christopher Emsden, corrispondente del The Wall Street Journal da Roma: «Non ci sono più dubbi, ci troviamo di fronte a una crisi sistemica che riguarda tutti i paesi ricchi del mondo. E anche la Cina è in frenata. Anche se ovviamente nei paesi poveri c’è il vantaggio di poter mettere in atto uno sviluppo interno: costruendo scuole, case, ecc.». La giornata di Borsa di martedì 10 aprile è stata frustrante. Ci si era abituati, da gennaio a marzo, a vedere una Borsa in leggera risalita e uno spread su valori ragionevoli. Di colpo sembra tutto sfumato, nonostante i sacrifici che sono stati fatti in questi pochi mesi. È anche vero che ieri la Borsa di Milano ha rimbalzato, come si dice in gergo, e lo spread è leggermente ridisceso. Emsden fa notare che tutte le Borse sono andate male martedì e precisa: «La Borsa di Milano è stata la peggiore perché il sistema Italia è bancocentrico e ne risente di più. Capisco che è una situazione frustrante, ma occorre sapere che questa crisi sistemica richiederà alcuni anni di tempo per essere superata».

Ci potrebbero essere nuovi interventi della Banca centrale europea?

Non credo. Mario Draghi ha già fatto un intervento molto ampio, quasi mille miliardi di euro, che in maggioranza sono andati in Italia e Spagna. Alla fine altri interventi di questo tipo possono essere controproducenti e poi non credo che i tedeschi li approverebbero. Penso che difficilmente la Bce rifarà questa operazione.

Qual è secondo lei il vero problema italiano?

Lo ha detto un mese fa Standard&Poor’s. Uno dei problemi è la crescita. La bassa crescita o addirittura la mancanza di crescita. Ma è anche vero che la crescita non si può realizzare con una legge o in poco tempo. È un fatto molto più complesso. Bisogna mettere in atto alcune condizioni per favorirla.

Per esempio?

Ridurre le tasse su certi investimenti “labor intensive” che si realizzano sul territorio nazionale; rendere possibili contratti di lavoro che permettano a un’impresa di provare una “espansione”, con la possibilità di “ritirarsi” se le cose dovessero andare male; avviare politiche che promuovano nuove costruzioni residenziali, anche a costo di far cadere il prezzo di quelle già esistenti; intervenire su certi stipendi che possono apparire eccessivi, come il premio per una medaglia d’oro olimpica, pari in Italia a 140mila euro (tre volte la Francia, otto volte gli Usa). Ma quello della crescita non è il solo problema italiano.

Quale altro vede?

C’è il problema del debito, con un’anomalia tutta italiana. Di fronte a un grande debito pubblico, c’è una grande ricchezza delle famiglie. Tutto questo comporta delle scelte anche dolorose per l’Italia.

 

Che tipo di scelte?

 

In alcuni paesi dove si partiva da un debito pubblico basso, si sono potuti fare interventi di spesa pubblica, interventi di carattere keynesiano. Per l’Italia questo non è possibile, per l’ampiezza del debito pubblico, e quindi per risanare i conti si va a toccare la ricchezza delle famiglie. La differenza tra il grande debito pubblico e la ricchezza delle famiglie, dei privati costituisce un’anomalia italiana. La stessa propensione al risparmio degli italiani può diventare un freno per l’attività economica nel momento in cui fa diminuire i consumi.

 

Resta il fatto che la pressione fiscale è molto alta in Italia.

 

È vero, la pressione fiscale è alta e questo comprime la crescita. Ma la via d’uscita è intanto una nuova produttività da sviluppare, così da attirare maggiori investimenti. È interessante vedere la scelta di una grande multinazionale come Ikea che ha spostato tre produzioni dall’Asia all’Italia. In ogni caso il problema della produttività non è il costo nominale del lavoro, ma la resa dell’ora lavorata, come si vede nei prodotti di alta gamma, meno sostituibili o con processi produttivi migliori.

 

Cosa pensa delle misure che ha preso il Governo Monti: bastano per affrontare questa nuova fase critica dei mercati?

 

Le riforme Monti sembrano più o meno quelle che sono state consigliate da molti per lungo tempo e nei fatti già nell’agenda del governo precedente. Il giudizio complessivo è che si tratta di misure buone. Poi chiaramente non bastano e penso che anche il Premier ne sia consapevole.

 

C’è anche un problema di rapidità degli interventi in una situazione di grande incertezza come questa.

Sì, esiste una problema di velocità. Se i mercati crollano occorre creare dei firewall a livello europeo, perché la crisi riguarda tutti i paesi. Non credo che la stessa Germania alla fine sia in una situazione tranquilla.

 

Ma su questi firewall, sulla loro portata e consistenza, gli stessi tedeschi sono diffidenti se non contrari.

 

No, questo non lo credo. Penso che vogliano vedere gli sforzi e degli impegni reali da parte degli altri paesi. Negli ultimi anni gli stipendi pubblici sono aumentati più in Italia che in Germania. Questo certamente ai tedeschi non fa piacere.

 

Lei non pensa che siamo alla vigilia di un cambiamento della politica economica europea, di scelte nuove? Sto pensando alla situazione elettorale di Nicolas Sarkozy e della stessa Angela Merkel…

 

Non c’è dubbio che se vincesse Hollande la situazione diventerebbe interessante e si assisterebbe a un cambiamento di scelte.

 

A suo parere potrebbe esserci una rinegoziazione dello stesso Trattato di Maastricht?

 

Non credo faranno una cosa del genere. Cercheranno soluzioni diverse, come ad esempio una svalutazione dell’euro. Non credo a un doppio euro a due velocità, penso a una svalutazione dell’euro.

 

(Gianluigi Da Rold)

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