GEOFINANZA/ Quei conti che fanno tremare l’Europa

- Mauro Bottarelli

La situazione dell’Europa resta ancora difficile, con dati macroeconomici non incoraggianti. Un ruolo chiave resta quello della Germania. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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“Sberla all’Europa di Monti”, così ieri titolava in prima pagina Il Giornale, riferendosi ai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi che hanno visto primeggiare il candidato socialista ed euroscettico Francois Hollande su Nicolas Sarkozy, reo a vita per la risatina insieme ad Angela Merkel. Bene, si riduce tutto alla legge del beduino questa crisi, ovvero il nemico del mio nemico è mio amico. Magari per poco, magari – anzi, certamente – per convenienza politica del momento: insomma, chi ha votato un candidato il cui programma economico farebbe venire i brividi anche a un ultra-keynesiano, ha voluto mandare un segnale all’Europa-Reich di Monti, della Merkel, della Bce e magari anche della Bundesbank. Non parliamo poi di quel 20% di francesi che ha scelto il Front National di Marine Le Pen, la quale addirittura vuole l’uscita dall’euro e il ritorno al franco francese: evviva, Beppe Grillo sta facendo proseliti in mezza Europa!

Non importa che ieri i mercati e lo spread abbiano dato una bella svegliata a tutti, facendo notare che quella di Hollande all’Eliseo non sarebbe esattamente la ricetta per riformare l’Ue e l’eurozona ma per distruggerle: no, occorre ideologizzare e piegare ai propri interessi di bottega tutto in questo Paese, a destra come a sinistra. Non accorgendosi, ad esempio, che i paesi dell’eurozona hanno ridotto sì il proprio deficit al 4,1% del Pil nel 2011, rispetto al 6,2% del 2010, come comunicava Eurostat, ma che il debito complessivo dell’area della moneta unica è cresciuto lo scorso anno all’87,2% del Pil dall’85,3%. Debito, sempre debito: la trappola mortale dell’Europa. E ancora, l’indice Pmi composito dell’area euro, calcolato da Markit, è arretrato da 49,1 di marzo a 47,4 punti, il minimo da 5 mesi, contro un atteso aumento a 49,3 punti, mentre l’indice dell’Eurozona servizi scende da 49,2 a 47,9 punti, il minimo da 5 mesi e quello del settore manifatturiero arretra da 47,7 a 46 punti, il minimo dal giugno 2009. L’indice Pmi tedesco è crollato da 51,6 a 50,9 punti, sopra lo spartiacque dei 50 punti e al minimo dal luglio 2009.

Particolarmente sensibili il calo dell’indice manifatturiero della Germania che tocca i 46,3 punti, mentre l’indice servizi scende a 52,6 punti. In Italia l’indice composito arretra da 49,1 a 47,4 punti, il minimo da 5 mesi, con l’indice manifatturiero giù a 46 punti e quello servizi a 47,9 punti. In Francia l’indice complessivo è crollato al minimo da sei mesi di 46,8 punti, quello manifatturiero scende a 47,3 punti e quello servizi a 46,4 punti. Non importa, poi, che in Olanda, Paese ancora per poco con rating AAA, il governo guidato da Mark Rutte si sia dimesso, spalancando le porte a elezioni anticipate, proprio per l’incapacità di trovare un accordo sul nuovo piano di austerity: è l’intera impalcatura che trema e non sarà il populismo di Hollande a fissarla, così come non l’ha fissata il rigorismo tout court e miope della Merkel.

Se vi ricordate, nell’articolo di venerdì scorso ho trattato il tema di chi comanda davvero in Germania, se la Bundesbank o il governo. Penso sia interessante e doveroso approfondire, anche alla luce di questi ultimi dati e avvenimenti, visto che a mio avviso da qui all’arrivo dell’estate gli squilibri su cui si regge il sistema delle banche centrali diverrà il vero motivo di discussione rispetto alla tenuta stessa dell’eurozona.

Come ben sapete non sono mai stato tenero con la Germania e la sua scelta in seno all’Ue, ma, oggi, occorre capire cosa sta dietro l’oltranzismo di Berlino e in particolare della Bundesbank – più che della Merkel o di Schauble – nei confronti della politica operata dalla Bce, prima di giudicare e condannare o, peggio, invocare soluzioni populistiche ma non percorribili, a meno di volersi far massacrare dai mercati in tre giorni. Facciamo due conti, partendo dai dati contenuti nel Report mensile della Bundesbank, esattamente alla Sezione IX External Sector, tabella 9 “External position of the Bundesbank in the European Monetary Union”, colonna 7 “Claims within the Eurosystem”, ovvero i crediti che la Bundesbank vanta verso l’eurozona. Nel 2007 erano 84 miliardi di euro, nel 2008 sono saliti a 129 miliardi di euro, nel 2009 erano diventati 190 miliardi di euro, nel 2010 qualcosa come 338 miliardi di euro e nel 2011 addirittura 476 miliardi di euro.

Insomma, crediti enormi, di fatto rappresentati dall’impegno economico della Bundesbank nel sistema Target2 a fronte di soli 119 miliardi di euro di impegno economico della Germania nel fondo Efsf o dei 190 miliardi sui 500 del nuovo fondo Esm. Il bilancio di Target2, da solo, pesa come tutta la disponibilità finanziaria dell’Esm stesso e vede quella cifra provenire da un’unica fonte, la Bundesbank e un’unica nazione, la Germania. In parole povere, il credito Target2 di una nazione è di fatto una liability della Bce, non una liability di una delle varie banche centrali che ne fanno parte: di fatto, quindi, se l’euro sopravvive, non ci sono rischi di incorrere in perdite, sono crediti esigibili in ogni momento su ripartizione.

C’è però un grande “se” che è legato al fatto stesso che l’esplosione del bilancio di Target2 sia dovuta all’ampio surplus commerciale tedesco, alla non volontà delle banche tedesche di prestare a banche di altri paesi europei (voi lo fareste?) e alla sempre crescente “corsa verso la qualità”, ovvero il fatto che sempre più europei, privati e aziende, fanno la fila per spostare e depositare i loro soldi nelle banche tedesche (chissà come mai?). Non a caso, ieri la corsa ai Bund tedeschi ha spinto al ribasso il rendimento del titolo quinquennale che ha toccato il minimo storico dello 0,616%, un livello mai raggiunto dalla nascita dell’euro.

La questione chiave, quindi, il grande “se”, è il seguente: quanto un cittadino tedesco può sentirsi tranquillo nello scambiare assets di qualità della Bundesbank, vedi Bund appunto, per crediti della Bce sapendo che quest’ultima sta sempre più abbassando il livello del collaterale che accetta per fornire liquidità? Tanto più che la stessa Bundesbank sta cominciando a esaurire gli assets di alta qualità. Che fare, poi? Cosa utilizzare? Le riserve auree? Saranno d’accordo i cittadini tedeschi a vendere l’oro per crediti alla Bce? Tanto più che la Bundesbank ha oro per il corrispettivo di 139 miliardi di euro, una cifra che con l’attuale stato di crescita del bilancio de Target2, servirebbe a guadagnare solo nove mesi, visto che da dicembre 2010 a novembre 2011 la voce nel bilancio della Bundesbank “Net claims within the eurosystem” è cresciuta di 170 miliardi di euro.

È quindi solo una questione di tempo: la qualità del collaterale continuerà a peggiorare, tramutando la situazione in un qualcosa di insostenibile e la Bce in un gigante sotto-capitalizzato e con stato patrimoniale composto al 60-70% da carta igienica. Anche perché, a fronte di una situazione simile, cosa hanno deciso i politici europei, anche tedeschi? Il Fiscal Compact, ovvero – in soldoni – limiti al deficit strutturale allo 0,5% del Pil, deficit ciclici al 3% del Pil, debito pubblico al 60% massimo del Pil, sanzioni automatiche in caso di infrazione e revisione ex ante delle offerte di bonds. Qualcosa di stravolgente? No, visto che i primi tre punti erano già contenuti nel Patto per la stabilità e la crescita del 1997, di fatto preso sul serio da nessuno. Inoltre, attualmente solo l’Estonia vanta un surplus fiscale, mentre 13 su 17 Paesi dell’eurozona sono fuori dalle regole, Germania compresa. Le sanzioni? Inutili, visto che servono due voti al Consiglio europeo con maggioranza di 2/3 per vararle e qualsiasi Stato ha diritto a fare appello alla Corte europea di giustizia, mandando la vicenda alle calende greche e quindi eliminando il concetto stesso di automaticità.

Stesso discorso, vale per la revisione ex ante delle offerte di bonds. «L’eurosistema è vicino all’esplosione», ha dichiarato la scorsa settimana – con chiaro riferimento al programma Target2 – il capo dell’Ifo Institute, il professor Hans-Werner Sinn, parlando all’Accademia dell’Economia in Austria, a detta del quale «siamo di fronte a uno scenario orribile. Stiamo tramutando un sistema di nazioni amiche in blocchi di creditori e debitori ostili tra loro». E tanto per far capire quanto in Germania il tema sia caldo, sentito e dibattuto, all’inizio della scorsa settimana la Foundation for Family Business di Monaco ha presentato una denuncia penale contro la Bundesbank, accusandola di tenere i cittadini tedeschi all’oscuro rispetto al vero livello di rischio del Target2. Il quale, a differenza del sistema FEDwire statunitense, permette un pile up di debito sempre maggiore, invece che giungere a regolazione degli sbilanciamenti entro pochi mesi.

E se gli eurofili ritengono le preoccupazioni tedesche meramente strumentali, poiché se anche l’euro cessasse di esistere, la Bundesbank potrebbe staccarsi un assegno, il fatto che un galantuomo come George Soros attacchi la Bundesbank, parlando di «contrattacco contro la Bce, sforzi unicamente portati avanti per proteggersi dalle perdite, ma che potrebbero tramutarsi in una profezia che si autoalimentare e distruggere l’euro, tanto che se fossi ancora un investitore attivo oggi scommetterei contro la moneta unica», mi fa immediatamente simpatizzare per Weidmann e soci. Tanto più che anche i più grandi difensori del Target2 ammettono la necessità di controlli più appropriati rispetto a trasferimenti così vasti e lo stesso Fmi parli del programma come di «un finanziamento dei deficit commerciali di Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo fatto passare dalla porta di servizio».

La cura tutta rigore della Merkel è certamente assassina della ripresa, ma anche gli afflati di monetizzazione a getto continuo della Bce targata Draghi, spalleggiata dai governi indebitati, non è viatico per nulla, le due aste Ltro ce lo hanno insegnato: urge un compromesso, una revisione sì dei Trattati, ma anche dei programmi di politica monetaria che stanno creando bolle pericolosissime in un ambiente di per sé già saturo di gas. E chiedere il ritorno alle vecchie valute, per paesi grandi come Francia, Italia e Spagna, non appare certo la ricetta percorribile: va bene per Atene, una pulce che già di per sé stava riuscendo ad abbattere l’elefante eurocratico. Figuriamoci Parigi o Roma. Attenti ai facili entusiasmi, insomma. E, soprattutto, ai consigli interessati d’Oltreoceano, come quelli dello speculatore travestito da filantropo, George Soros.

 

P.S. Guardate questa tabella: sono le emissioni di debito nel mondo, Europa compresa, nelle prossime due settimane. Tanti auguri.

 



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