IL CASO/ Quelle imprese che per “sopravvivere” a Monti lasciano l’Italia

- int. Paolo Preti

Il piccolo “scandalo” di Stabio, località svizzara appena fuori del confine italiano, getta una luce inquietanto su ciò che il governo di Monti non sta fascendo per il Paese. PAOLO PRETI

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Foto: Infophoto
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Fa un certo effetto, indubbiamente. Basta superare la frontiera tra Lombardia e Svizzera, vicino a Varese, e incontrare su una strada del Canton Ticino il comune di Stabio, dove ci sono 4mila residenti e contemporaneamente una serie di capannoni industriali, di aziende italiane, tanto che ogni giorno 4.700 italiani ci vanno a lavorare. 

Esiste la delocalizzazione in Svizzera, non solo quella in Romania e in altri Paesi in via di sviluppo? A vedere questo piccolo centro, ci si rende conto che è tutto vero. E il motivo di questo strano fatto? Molto semplice: le tasse e la burocrazia. Se in Italia aprire un’impresa è già “un’impresa”, perché richiede tempi lunghi e pratiche burocratiche sfibranti, a Stabio si riesce ad aprire una fabbrica in 40 giorni. Ma soprattutto, se prima della frontiera le tasse su chi fa impresa sono le più alte del mondo ocidentale, a Stabio la pressione fiscale è del 25 percento.

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La Svizzera è famosa per tante cose, per la sua antica neutralità ( dal 1815 non conosce una guerra, e non è appartiene neppure all’Europa), per la solidità e la ricchezza soprattutto finanziaria, anche se non può certo insegnare a qualcuno, tanto meno agli italiani, l’arte di produrre buoni prodotti. È evidente che in una situazione come quella che stiamo vivendo, Stabio diventa un “piccolo scandalo”, dove c’è occupazione, posti lavoro, professionalità italiana e una pressione fiscale che non solo non ti ammazza, ma ti fa guadagnare. Paolo Preti, economista, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi, conosce bene questa realtà. “Ne parlavo proprio qualche giorno fa con alcuni imprenditori. Mi dicevano che volevano andare a produre e a lavorare in Svizzera. E io ribattevo con due argomentazioni. Anche se mi rendo conto che Stabio, questa realtà a cento metri al di là del confine italiano sia un piccolo scandalo. Non c’è dubbio, una realtà che fa un certo effetto in una situazione come questa”.

Con quali argomentazioni ribatteva a questi signori che vorrebbero delocalizzare in Svizzera?

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Guardi, il primo motivo è che siamo in una particolare zona di confine. Per una persona che abiti in provincia di Varese o di Como, non è certo un grande sacrificio fare pochi chilometri al giorno. Può al massimo essere così anche per un abitante della provincia di Milano, siamo a una cinquantina di chilometri. Ma una persona che già abita a Pavia non può andare tutti i giorni in Svizzera, non lo farà mai. Poi non si possono fare ragionamenti solo di carattere statistico e finanziario sulle imprese e sugli imprenditori. Dietro a ogni azienda c’è la vita di una persona e di più persone, legate a un loro territorio di origine, alla loro storia, alla loro attività. Posso comprendere che a qualcuno, dato il periodo, venga voglia di fare un salto del genere, ma tra il dire e fare… c’è di mezzo la vita.

E la seconda obiezione che faceva a questi industriali?

Capisco che si possa impiantare uno stabilmento in Svizzera, in quella zona, ma la “testa” dell’impresa deve rimanere in Italia. Si può godere di vantaggi e agevolazioni fiscali, limitati però a una iniziativa. Ma aggiungevo anche altre considerazioni. Che cosa può insegnare a noi italiani da un punto di vista produttivo la Svizzera? Siamo noi alla fine che portiamo la nostra professionalità in Svizzera. È un Paese che gode di una particolare situazione per la sua storia di neutralità, perché è fuori dall’Europa. La sua anomalia, fatte le dovute distinzioni, è come quella di 70 anni fa: lì non c’era la guerra. C’è una mentalità storica del tutto differente.

Sono ragionamenti più che sensati e convincenti, professore, ma in questo momento in Italia, i produttori di ricchezza, le imprese, sono tra i più tassati del mondo.

Lo so benissimo, non lo dimentico affatto e sono perplesso dall’azione di questo governo. Lo dico da diverso tempo che il governo di Mario Monti deve cambiare. Devo confessare che da un “governo di tecnici” mi aspettavo che questa volta il “pubblico”, in Italia, facesse qualche cose per le imprese private. E invece devo constatare che non è cambiato nulla, anche con questo “governo di tecnici”. Non si fa nulla, come non si è mai fatto nulla.

Non le sembra strano che questo governo, in fondo voluto in legittima “chiave antiberlusconiana” da un certo establishment industriale e finanziario, non ottenga alcun risultato a suo favore?

Effettivamente sono sorpreso anch’io. Vedo la signora Susanna Camusso dire al ministro Elsa Fornero che “lei non deve andare a parlare” ai lavoratori. Vedo Emma Marcegaglia particolarmente scontenta. La mia impressione è che questo governo sia legato soprattutto alla sinistra, al Partito democratico, perché poi gli sponsor non hanno ottenuto nulla. Ricordo che ero presente anch’io all’ormai famoso convegno di Todi. Erano presenti tre o quattro futuri ministri. Si diceva che il nuovo governo sarebbe stato influenzato anche dalla Chiesa. Non mi pare, perché la stessa Chiesa si è ritrovata davanti all’Imu.

Insomma, non vede cambiamenti sostanziali.

Devo dire che ho sempre fiducia in questo Paese. Ho visto il “Salone del mobile”, il “Vinitaly”, che danno la misura delle nostre capacità. Sono convinto che l’Italia ce la farà ugualmente, perché gli italiani sono bravi. Nonostante tutto ci sono aziende che continuano a esportare, a produrre, a combattere sul mercato.

Nonostante Lo Stato o quello che lei dice il “pubblico” non faccia nulla per queste imprese.

Sì, nonostante questo ce la faremo. Certo è disarmante pensare che, quando si sente parlare di politica economica e finaziaria, si dica “speriamo che in Francia vinca François Hollande”. Tutto questo è veramante deprimente. Sperare in Hollande! Ci vorrebbe forse qualche altro messaggio e qualche altro intervento.

(Gianluigi Da Rold)

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