FINANZA/ C’è un piano Usa per portare la Grecia fuori dall’euro

- int. Francesco Forte

Circolano voci dell’esistenza di un piano segreto europeo nel caso la Grecia esca dall’Eurozona. FRANCESCO FORTE ci spiega quali interessi geostrategici ci sono dietro alle scelte di Atene

Grecia_Bandiera_Piazza_PoliziaR400
Infophoto

Esce fuori una notizia che lascia tutti abbastanza perplessi. Esisterebbe un piano segreto o di emergenza nel caso che la Grecia uscisse dall’euro. È quasi un giallo questa ipotesi rilanciata dal Commissario europeo al commercio, il belga Karel De Gucht al quotidiano fiammingo De Standaard. Dice il Commissario: “Un anno fa poteva esserci il pericolo di un effetto domino, ma oggi ci sono sia alla Bce che alla Commissione Ue, servizi che stanno lavorando su scenari di emergenza nel caso la Grecia non ce la faccia”. De Gucht è l’ex ministro degli Esteri del Belgio e non va di solito tanto per il sottile: “La fine della partita è iniziata, ora, e non so che cosa succederà. La domanda è sapere se tutti sapranno mantenere il loro sangue freddo nelle settimane a venire”. Da Bruxelles sono arrivate delle smentite su questo piano segreto, ma da Berlino solo precisazioni che sembrano indirette conferme. Ne abbiamo parlato con Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze.

Secondo lei, esiste un piano segreto di questo tipo, cioè che prevede l’uscita della Grecia dall’euro?

A mio parere è vero che esiste. In questi giorni bisogna leggere con attenzione il Wall Street Journal, perché la questione non è solo di natura economica e finanziaria, ma anche politica e geostrategica. Il debito greco nei confronti dell’Unione europea e della Bce è già stato quantificato e gli stessi europei possono considerare anche il fatto che, non aiutando più la Grecia, possono mettere già in conto le perdite oppure altre dilazioni per il rientro. Ci perdono l’Unione e la Bce.

E la Grecia?

In questo caso potrebbe paradossalmente andare bene alla Grecia, ad alcuni ambienti, ad esempio agli industriali greci che, con un’inflazione che salirebbe molto, almeno al 30%, potrebbero avere un vantaggio sui salari. Solo l’ottusità delle sinistre comuniste in Grecia può appoggiare un piano di uscita dall’euro, che in realtà è voluta dagli industriali, dai grandi armatori, da una serie di imprenditori. I lavoratori e il ceto medio sarebbero massacrati del tutto. Ma dietro a questo c’è anche un appoggio americano, che a me sembra un po’ un “piano da dottor Stranamore”.

Di che cosa si tratta?

La Grecia non è un Paese esportatore e potrebbe essere invogliato, sospinto nell’area del dollaro. In questo caso c’è pure un risvolto di carattere politico, militare e geostrategico, perché in questo modo la Grecia diventerebbe una base per la “sesta flotta” americana, risolvendo i problemi all’interno della Nato. Questo devono averlo capito anche i tedeschi che, sostanzialmente, non rimarrebbero molto seccati da un’uscita della Grecia dall’Europa.

Ma questo potrebbe innescare un effetto domino nei paesi del Mediterraneo?

Un pensiero ce lo faranno gli americani. Ma ci sono dei “pro” e dei “contro”. Certo che se la Grecia esce la speculazione poi si scatena su Spagna, Portogallo e alla fine può farlo anche sull’Italia. Ma bisogna vedere anche come va a finire, perché salterebbero veramente sia l’euro che l’Europa.

 

Giovedì c’è stato il supervertice tra Monti, Merkel, Hollande, Cameron e Van Rompuy, di fatto, non si è deciso niente. Cosa significa?

 

C’è un’evidente incapacità di fare alcunché a livello economico e politico. Una constatazione amara, specie in relazione alla situazione greca e a quella spagnola, seppur prevedibile. Tuttavia, all’interno di questa non decisione c’è una novità fondamentale.

 

Quale?

 

Invitare la Banca centrale europea ad agire vuol dire accettare che questa possa cambiare le sue attitudini; fino a oggi, le autorità politiche, specie quelle tedesche, le hanno sempre raccomandato di occuparsi esclusivamente della stabilità monetaria e non della crescita. Nonostante la stabilità monetaria, ormai, fosse assunta, mentre siamo in recessione. In sostanza, si è deciso di attribuire alla politica monetaria un ruolo suppletivo della politica fiscale e di quelle per lo sviluppo. Tale compito spetterebbe alla Comunità europea. Ma non è in grado di assumerlo.

 

Cosa intende dire?

 

Per ora, non ha fatto altro che stilare regolamenti e indire riunioni fumose; eppure, avrebbe dovuto effettuare quelle strategie per la crescita che strumenti come il Fondo sociale, il Fondo agricolo o il Fondo regionale per lo Sviluppo gli consentirebbero. Resta, a questo punto, da vedere se le misure suggerite dalla Bce risulteranno effettivamente idonee.

 

Secondo lei, quali dovrebbero essere?

 

Si chiama pur sempre “banca” e, da che mondo e mondo, le banche si occupano di far girare l’economia, prestando soldi a imprese e famiglie. Quindi, primo: come ha suggerito il Fmi dovrebbe abbassare i tassi d’interesse di mezzo punto. Il che genererebbe fiumi di liquidità addizionale e abbasserebbe gli spread. Secondo: dovrebbe attuare misure di finanza non convenzionale. Si tratterebbe di un intervento di stampo attivistico, estremamente incisivo, come quando Draghi prestò alle banche denaro all’1%.

 

In ogni caso, mentre la politica attende di decidere, cosa ne sarà della Grecia? Uscirà dall’euro?

No. Proprio perché, adesso, la palla passa alla Bce, la stessa che ne ha evitato, finora, il fallimento prestando denaro alle banche greche, a corto di liquidi per la fuga dei loro clienti all’estero. Del resto, se la Grecia lasciasse l’euro, la Bce si troverebbe costretta a dover ricapitalizzare. Quindi, lo eviterà.

 

Si parla, per il futuro, dell’introduzione di project bond e del rafforzamento del capitale della Banca europea per gli investimenti: misure intelligenti o palliativi?

 

Se noi avessimo una banca europea di sviluppo, in grado di finanziarsi presso la Bce, e con una potenza di fuoco effettiva, sopra i 500 miliardi (che corrispondono a una leva finanziaria di 5mila), questa potrebbe favorire iniziative di sviluppo. Personalmente sono contrario ai project bond. Si tratta di derivati, per loro natura poco chiari. E non sono strumenti operativi, mentre una banca lo è. Potrebbe occuparsi di infrastrutture, di cui c’è un drammatico bisogno.

 

Di che tipo?

 

Per intenderci: gli Stati Uniti dispongono di un enorme know how tecnologico informatico. E, se oggi tutti abbiamo internet, lo dobbiamo agli enormi investimenti tecnologici finanziati dal ministero della Difesa. In Europa si dovrebbe agire sulla scorta della stessa mentalità, sostenendo progetti nei più svariati settori: la banda larga, i trasporti, l’energia.

 

In ogni caso, siccome non è stata individuata alcune misura concreta per lo sviluppo, c’è da attendersi che neppure in Italia si muoverà un dito in tal senso?

 

Per forza. Sarebbe sufficiente, per dire, fare privatizzazioni per sette miliardi, con i quali varare interventi che non compromettano il bilancio pubblico. Ci sono grandi opere che finanziate con centinaia di milioni di euro svilupperebbero un indotto di miliardi. C’è bisogno, inoltre, di case: perché non si realizza un piano nazionale di edilizia popolare o di housing sociale? E perché non si utilizza la Cassa depositi e prestiti per dare garanzie sul credito delle piccole e medie imprese?

 

Già, perché?

 

Perché il nostro ministro dello Sviluppo economico non ha la cultura della privatizzazioni. Di fatto, inoltre, è un superministro che non conosce i meccanismi dell’economia reale, non riesce a incidere nei livelli gerarchici a lui subordina ti. Non è, in sostanza, operativo. Monti, dal canto suo, in quanto macroeconomista, è un “generico” che non è in grado di suggerire provvedimenti concreti. E ha fatto l’errore di non farsi affiancare da un ministro che si occupasse specificamente della politica fiscale.

 

(Paolo Nessi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori