GEOFINANZA/ I guai di Obama dietro gli “attacchi” all’euro

Da giorni Obama esterna le proprie preoccupazioni circa il destino dell’euro. Forse per nascondere più di un problema, come ci spiega JAMES CHARLES LIVERMORE

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Barack Obama

Da giorni, e con crescente insistenza, il presidente Obama esterna le proprie preoccupazioni circa il destino dell’Unione europea. Secondo più di un analista – ma ce ne accorgiamo anche da soli – i toni con cui l’oracolo delle Hawaii incita i leader europei al cambiamento, oscillano tra il minaccioso e il saccente, circostanza piuttosto insolita per un presidente che della politica conciliante ha fatto il proprio vessillo. Che cosa vede B.H. Obama nelle finanze pubbliche del Vecchio Continente? Qualcuno ha avanzato una risposta impertinente: la soluzione a un problema tutto a stelle e strisce.

Dopo aver scorazzato Jon Bon Jovi sull’Airforce One (come un Mastella qualsiasi, aggiungerebbero i più provinciali), Barack Obama deve aver messo mano all’agenda americana. E dai conti pubblici è arrivato un allarme con un nome da cinema e numeri astronomici. Il Taxmageddon, come è stato ribattezzato dagli esperti contabili, è l’accumularsi sulla campagna elettorale di diversi problemi che non possono essere più rimandati.

Per comprendere di cosa parliamo, occorre fare, come ogni legal thriller che si rispetti, un passo indietro. Nel 2001 e nel 2003 l’amministrazione Usa approntò una serie di tagli alle imposte mirate a sostenere il consumo delle famiglie. I tagli sono conosciuti come i “Bush tax cuts”, sebbene alla loro scadenza, nel 2010, il Presidente Obama decise di rinnovarli per altri due anni. Era il 17 dicembre 2010, un venerdì sia detto per gli scaramantici, e mentre dalla parti di Berlino si furoreggiava di già su austerità e rigore, a Washington si tirò un sospiro di sollievo. Il motivo è presto detto: alla scadenza dei tagli il 75% dei contribuenti americani pagherà più tasse. E il problema si ripresenterà puntuale a fine 2012, quando i tagli non potranno più essere rinnovati.

Se a novembre Obama ricevesse un secondo mandato, l’innalzamento delle tasse, preso da solo, potrebbe essere difendibile. All’orizzonte, però, ci sono altri due problemi. A seguito del mancato accordo bipartisan sui tagli alla spesa pubblica, a fine anno scatteranno in automatico una serie di riduzioni concordate in sede di commissione federale. La tranche di dicembre taglierà il budget per l’anno successivo di 1200 miliardi di dollari e la scure si abbatterebbe sui conti a scadenze regolari per i prossimi dieci anni. Per scongiurare la dieta coercitiva, Repubblicani e Democratici dovrebbero trovare un accordo sui tagli in piena campagna elettorale. Anche se per il rotto della cuffia – dicono gli ottimisti più incrollabili – Obama, all’accordo, dovrebbe arrivarci. Anzi, qualche media statunitense si è lanciato in annunci degni dell’epica omerica: questa sarebbe la battaglia per lui, l’uomo della conciliazione per antonomasia, l’ex operatore sociale delle periferie di Chicago.

Ma come preannunciato, a rovinare la corsa alla rielezione c’è un terzo e insidioso problema: nell’arco dei prossimi due o tre trimestri, a cavallo quindi del nuovo mandato, il debito pubblico dovrebbe raggiungere il tetto massimo stabilito dal Congresso. Trattandosi di numeri decisi sulla base di accordi politici, è chiaro che questo “debito assoluto” non sia scritto su tavole di pietra e probabilmente il Congresso troverà una scappatoia per dare nuovo ossigeno alle finanze pubbliche. Il problema è che si tratterebbe del settimo innalzamento firmato dal Presidente Obama, sotto il cui mandato il budget di debito è passato da 9 a 16,4 trilioni di dollari.

A rendere la situazione tragicomica hanno contribuito i dati incoraggianti sull’occupazione. Negli ultimi dodici mesi il tasso di disoccupazione è sceso dal 9,1% all’8,2% e, secondo il Congressional Budget Office, senza adeguate misure di crescita l’austerità avrebbe un solo risultato: una nuova ondata di recessione. È una situazione difficile per entrambi gli schieramenti, ma se Obama dovesse trovarsi a gestire questa congiuntura da lacrime e sangue durante il secondo mandato, il partito democratico potrebbe abbandonare ogni ambizione presidenziale per i prossimi cinquant’anni. Per gli Stati Uniti e, più prosaicamente, per il Presidente uscente esiste una soluzione al Taxmageddon?

Guardando al cambio euro/dollaro, un’opzione ci sarebbe. È una di quelle strategie che non si trovano sui manuali di scienze delle finanze, ma si sa che oltreoceano attori e cowboys in politica hanno sempre avuto più successo dei tecnici. Piagato dalle crisi dei debiti nazionali, l’euro si sta inesorabilmente indebolendo nei confronti del dollaro. Nelle turbolenze del 2008, quando gli Usa favorivano la svalutazione del biglietto verde per ridurre il debito pubblico sui mercati esteri, l’euro toccò il suo picco di sempre a 1,5990 dollari. Oggi le valute si scambiano a 1,250 dollari per un euro e alcuni media finanziari, tra i quali il canale Cnbc, ipotizzano apertamente un ritorno alla parità uno a uno.

A questo punto, per gli investitori che progressivamente hanno abbandonato i bassi rendimenti in dollari per assumere esposizioni in euro, si aprono scenari insidiosi. Se sui mercati passa l’idea che i problemi statunitensi siano una conseguenza della crisi europea, allora al peggiorare della situazione finanziaria la credibilità della ricetta di Washington resterà intatta. E in caso di tenuta economica, la Fed ha già dichiarato la propria disponibilità per una nuova iniezione di liquidità.

Di contro, l’euro rischia di diventare il parafulmine di problemi che nulla hanno a che vedere con gli errori commessi a Bruxelles, Taxmageddon incluso. Ed ecco la questione spinosa: per chi ha scelto di investire nell’eurozona restano pochi mesi per decidere se rinnovare la propria fiducia all’euro o abbandonare in corsa la moneta unica. Il Presidente uscente potrebbe quindi scongiurare il Taxmageddon, ma si tenga a mente che il prezzo da pagare sarebbe regolato in euro.

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