SPILLO/ Dimon e Profumo, la malagiustizia della turbofinanza

- Gianni Credit

Jamie Dimon, il capo di JPMorgan Chase, è comparso davanti a una semplice commissione parlamentare Usa, dopo che la sua banca ha registrato nuove perdite. Lo spillo di GIANNI CREDIT

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Jamie Dimon (Foto: Infophoto)

Jamie Dimon, il capo di JPMorgan Chase, è comparso l’altro ieri davanti a una semplice commissione parlamentare Usa, dopo che la sua banca ha registrato nuove perdite (ufficialmente 2 miliardi di dollari, probabilmente di più) per operazioni azzardate in derivati a Londra. Il caso – quasi quattro anni dopo il crack di Lehman Brothers – ha confermato come l’industria finanziaria globale sia lontanissima dall’essere risanata e come la grandi banche – a cominciare da quelle salvate con fondi pubblici nel 2008 – continuino a utilizzare per speculazioni rischiose la liquidità ufficialmente pompata dalla Fed nell’economia per stimolarne la ripresa. Inutile ricordare che casi simili ritardino il ritorno della fiducia sui mercati interbancari, prolunghino le dinamiche di “razionamento del credito” alle imprese, diano argomenti ulteriori ai governanti “rigoristi” come il cancelliere tedesco Merkel.

Ebbene la linea di difesa di Dimon (che vigila su se stesso e sui suoi concorrenti a Wall Street nel board della Fed di New York) è stata semplicissima: si è trattato di un “episodio isolato”, per quanto “deplorevole”, di cui lui – capo-azienda di JPMorgan – non era comunque “consapevole”. Fine della storia: a meno che qualche azionista gliene renda conto alla prossima assemblea (ma forse sarà sufficiente qualche cent in più di “utili per azione” per tacitare i grandi fondi). Di magistrati in azione, comunque, neppure l’ombra: del resto anche il Ceo di Lehman, Dick Fuld, non è mai finito sotto processo. Nel frattempo il governo Cameron ha cominciato ad annacquare la riforma bancaria nella City proposta da una commissione indipendente d’inchiesta sul grande crash del 2008. Non è più considerato imprescindibile ri-separare l’attività di commercial banking (raccolta di depositi e credito alle imprese) da quella più rischiosa di investment banking (gestione di risparmi e capitali e interventi in Borsa).

In questi stessi giorni Alessandro Profumo, nuovo presidente di Mps, è in trincea per stabilizzare la difficilissima situazione patrimoniale del gruppo senese, quarta banca italiana. L’ex amministratore delegato è stato chiamato come “volto credibile” del sistema bancario italiano: nei confronti dei mercati (che dovrebbero sottoscrivere strumenti ibridi di ricapitalizzazione) e authority (a cominciare dall’Eba), Profumo non ha fatto a tempo a insediarsi che il Gip di Milano ha accolto una tempestiva richiesta di rinvio a giudizio per un controverso caso di “abuso del diritto”: UniCredit avrebbe posto in essere alcune operazioni finanziarie con la britannica Barclays con fini di elusione fiscale. 

Analoghe operazioni sono state effettuate dalle altre principali banche italiane, le quali (in ordine sparso) hanno chiuso le pendenze presso le diverse magistrature fiscali regionali, senza riflessi di natura penale (almeno per ora).

 

Ps: l’ex presidente del Mps, Giuseppe Mussari, rischia di non essere confermato presidente dell’Abi per un’altrettanto controversa accusa di “concorso morale in turbativa d’asta” riguardante l’aeroporto di Siena.

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