FINANZA/ Ecco perché la Germania non vuole più aiutare i Piigs

Ci sono ragioni giuridiche, economiche, storiche e politiche alla base della posizione di Berlino sugli aiuti alla Grecia e agli altri paesi in difficoltà. Ce le spiega GIUSEPPE PENNISI

17.06.2012 - Giuseppe Pennisi
Germania_Bandiera_NuvoleR439
Immagine di archivio

Ci sono ragioni giuridiche, economiche, storiche e politiche alla base della posizione di Berlino; sono tanto radicate (nei due principali partiti e nell’opinione pubblica) che non sarà facile vederle cambiare nel giro delle due settimane che ci separano dal “vertice” dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea (Ue). Quelle giuridiche hanno la propria base nel Trattato di Maastricht (e nel ricordo che l’ultima volta in cui un governante tedesco disse che “i trattati sono carta straccia” la conseguenza fu una guerra con 70 milioni di morti). Nel Trattato c’è un divieto assoluto a “salvataggi” di varia natura. Per aggirarlo, i due fondi Salva Stati sono stati creati come strumenti eccezionali e temporanei. Per un intervento organico, occorrerebbe modificare il Trattato, nonché 17 ratifiche. È probabile che la Corte Costituzionale tedesca ritenga la modifica “non conforme” alla Carta Fondamentale della Repubblica Federale, come già scritto chiaro e tondo nella motivazione della sentenza a proposito del Salva Stati. Quelle economiche si fondano sul fatto che, nonostante il divieto esplicito posto nel Trattato di Maastricht, sono stati già elargiti aiuti importanti agli Stati dell’eurozona in difficoltà.

Secondo uno dei maggiori centri studi privati tedeschi, il CESifo di Monaco di Baviera, la sola Grecia ha avuto aiuti (tra erogazioni e impegni) pari a 575 miliardi di euro (oltre il doppio di un anno di Pil), mentre nei quattro anni del Piano Marshall la Germania del dopo-guerra ne ha ricevuto un totale pari al 2% di quattro anni di Pil. Il CESifo aggiunge che “il supporto dell’Europa e del Fondo monetario internazionale alla Grecia è stato equivalente a 115 volte quello del Piano Marshall alla Germania, il 30% è stato a carico dei contribuenti tedeschi e non si vedono ancora le riforme essenziali per la crescita”. Giudizio durissimo, ma che rispecchia almeno il 70% dell’opinione pubblica della Repubblica Federale. Nessun centro studi europei ha sinora messo in dubbio queste cifre, pubblicate, a livello tecnico, due mesi fa, ma divulgate sui maggiori quotidiani internazionali nei giorni scorsi.

Nettissimo Hans-Werner Sinn, uno degli economisti tedeschi più ascoltati non solo in Patria ma anche negli Usa: “Stiamo violando i principi di ‘responsabilità’ e di ‘rispetto degli accordi’ su cui si basa l’economia di mercato. Se i Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) non rimborsano i prestiti già ottenuti e l’eurozona sopravvive, l’erario tedesco perde 899 miliardi di euro; se non rimborsano e l’euro sparisce, la perdita per i tedeschi è 1.350 miliardi di euro, oltre il 40% del Pil”. Nessun economista dei Piigs ha controbattuto Sinn. “Ulteriori interventi – aggiunge Wilhelm Hankel, a lungo professore a Bologna – potrebbero fare dilatare queste cifre e gettare nel baratro l’intera Europa”. Da Bologna o da altre università italiane, nessuna voce si è alzata per rispondere.

Proprio per queste ragioni, il Comitato dei consiglieri economici del Governo ha proposto una “socializzazione” parziale del debito con “eurobond” unicamente per il debito superiore al 60% del Pil: un mercato di titoli di 2.300 miliardi di euro i cui tassi di interesse finirebbero comunque per essere superiori a quelli del debito al di sotto dell’asticella. Ci sarebbero, in effetti, in Europa due classi di debito pubblico che, secondo le previsioni econometriche del Comitato (sinora non messe in discussione da alcuno) nell’arco di 25 anni diventerebbero una sola (sempre che i Piigs attuino le politiche appropriate).

Le ragioni storiche sono essenzialmente analoghe a quelle della Germania di Bismarck: tanto grande da incidere su tutta Europa, ma non sufficiente grande per risolvere i problemi di tutta Europa. In effetti, i problemi della Germania sono analoghi a quelli degli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta quali analizzati magistralmente da Stanley Hofmann nel libro Gulliver’s Troubles(“I guai di Gulliver”): Gulliver è un gigante, ma diventato prigioniero dei lillipuziani che lo hanno legato mani e piedi. Questi sono “i limiti” a cui si riferisce Angela Merkel: Berlino (le cui banche hanno bisogno di 40-50 miliardi di euro se la crisi del debito scatena una recessione pan-europea) si sente, a torto o a ragione, prigioniera delle politiche, delle tattiche e delle singole azioni dei Piigs.

Attenzione, di recente in una conferenza pubblica a Roma, Wolfgang Wessels, titolare dal 1994 della cattedra Jean Monnet dell’Università di Colonia (europeista convinto e non certo vicino a Frau Merkel) ha ricordato che, al momento dell’unificazione tedesca nel 1989, l’unione monetaria non è stata proposta dalla Germania, il cui obiettivo principale era quello di costruire un’unità economica, politica e sociale con i cinque Lânder dell’Est senza attizzare inflazione. La chiesero gli altri nel timore di una politica monetaria restrittiva della Bundesbank e nella speranza (o forse illusione) di “socializzare la politica della moneta”. Allora, la Germania illustrò chiaramente quelle che sarebbero state le implicazioni. Nessuno ha smentito Wessels.

Ciò non vuole dire che tutte le ragioni di Berlino sono condivisibili. Occorre, però, conoscerle e se non si è d’accordo offrire alternative e motivarle.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori