FINANZA/ Ecco perché i mercati hanno “bocciato” il voto greco

- Mauro Bottarelli

Nonostante il responso delle urne greche, ieri i mercati hanno vissuto una giornata nera e gli spread di Spagna e Italia sono tornati a salire. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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E meno male che le elezioni in Grecia le hanno vinte i filo-europeisti di Nea Dimokratia! All’ora di pranzo, ieri, Milano perdeva il 2,70% e gli spread erano schizzati alle stelle, per quanto riguarda l’Italia un aumento di oltre 30 punti base dall’apertura, sui massimi: il decennale spagnolo pagava il 7,15% di rendimento, il nostro Btp il 6,10%. Insomma, sui mercati l’effetto greco è durato poco più di un sospiro.

Il perché è presto detto. Primo, lo stesso leader di Nea Dimokratia, Antonis Samaras, ha affermato che la necessità di un cambiamento della politica della troika è «lapalissiana», riferendosi all’esigenza di rinegoziare il memorandum. Insomma, tutta questa differenza rispetto a un’eventuale vittoria di Syriza, i mercati non l’hanno trovata. Secondo, forse travolto dall’euforia per il risultato uscito dalle urne, il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha voluto così blandire gli investitori internazionali: «Non ci possono essere modifiche sostanziali al memorandum imposto ad Atene dalla troika». Terzo, «No, non è possibile farlo, non è possibile»: con queste parole sempre Westerwelle ha respinto nuovamente l’ipotesi di emissione di eurobond per la messa in comune del debito europeo.

Scusate ma alla luce di tutto questo, perché i mercati avrebbero dovuto festeggiare? Tanto più che ieri proprio il teutonicissimo Der Spiegel riportava le parole di un funzionario dell’Ue, interpellato sotto garanzia di anonimato al G20: «Se la Germania non fa una mossa, l’Europa è morta». Quale mossa? Quella già bocciata senza appello da Westerwelle, ovviamente. Oltre a un cambio di statuto e funzione per la Bce, altrettanto avversato dalla Bundesbank, preoccupata per l’iperinflazione ma cieca nel non vedere che se l’eurozona va in malore, la perdita derivante dal programma Target2 toccherà quota 680 miliardi di euro. Non sono mai stato tenero con la Germania e credo voi lo sappiate, ma ora penso che Berlino stia veramente esagerando, non a caso si ritrova sempre più isolata: per ragioni di razionalità, prima ancora che politiche.

Qualche esempio?«Adesso questi cinque vogliono soldi da noi», questo il titolo scelto ieri dalla Bild e fra i “cinque” uomini citati in uno dei classici titoli forti della tedesca Bild, c’è anche Mario Monti, oltre a Mariano Rajoy, Barack Obama, Josè Manuel Barroso e Francois Hollande. Bild segnala poi che l’Italia è al 125/imo posto nell’elenco dei paesi del mondo, relativamente alla capacità di creare posti di lavoro, «una posizione prima della Grecia. Fino al 2014 l’Italia ha bisogno di 670 miliardi di nuovi crediti, per pagare i vecchi. Già ora deve pagare tassi come i paesi che hanno chiesto l’intervento del fondo salva-stati. Monti vuole gli eurobond – si legge ancora – altrimenti non può finanziare l’Italia». E il suo argomento è che «l’Italia è troppo grande per il fondo salva-stati: un fallimento del Paese porterebbe la distruzione dell’euro». Anche Rajoy, Barroso (che «vuole più potere per Bruxelles»), e Hollande (che invece «vuole tornare indietro sulle riforme»), vogliono gli eurobond, scrive Bild, mentre Obama, (che «ha paura delle elezioni»), «non capisce perché la Bce non stampa più euro per pagare i debiti. Negli Usa va così, nell’eurozona no». Insomma, un’intemerata in piena regola, non senza qualche ragione, per carità.

A cui mi piace, però, contrapporre le parole dell’ex ministro, Renato Brunetta, ieri su Il Giornale: «Se Atene è al collasso, ecco come Berlino è riuscita a crescere a scapito degli altri Stati, facendo ricca la propria economica e tenendo i partner sotto lo scacco del rigore. Già nei principi del trattato che ha fatto nascere l’euro, si annida il virus che adesso sta distruggendo la moneta unica. I paesi più fragili ottengono un tasso di interesse più basso del dovuto, ma non sfruttano questo vantaggio per sistemare i conti, mentre i membri più forti come la Germania ottengono un tasso di cambio più vantaggioso che favorirà l’export. Smettiamola col dire che la Germania paga per tutti».

Tanto più che, diciamolo per l’ennesima volta, se Angela Merkel non avesse voluto pensare unicamente alle sue banche e assicurazioni (le stesse che hanno innescato la crisi estiva dello scorso anno, gridando ai quattro venti che stavano vendendo bonds periferici e comprando cds), garantendo loro il tempo necessario a scaricare le loro detenzioni di debito greco, la situazione di Atene si sarebbe potuta chiudere già tre anni fa con 130 miliardi di euro. Insomma, grazie all’atteggiamento tedesco, nonostante il geniale salvataggio del sistema bancario spagnolo e l’esito sperato delle elezioni ad Atene, ieri i mercati sono sprofondati.

Il perché è presto detto. Primo, il rischio di un default greco con uscita dall’eurozona è tutt’altro che scongiurato, nonostante il voto. Tanto più che, a conti fatti, il 52% dei cittadini ellenici ha votato per partiti dichiaratamente anti-memorandum, fatto che spiega l’immediata presa di posizione di Samaras al riguardo, desideroso com’è di chiudere in fretta le consultazioni e varare un governo di emergenza nazionale. Il debito totale greco, oggi, grazie ai mille salvataggi e allo swap che ha subordinato mezzo mondo, è ora di 1,3 trilioni di dollari, la gran parte del quale in pancia alle Bce sotto forma di obbligazioni sovrane dirette o di securities come prestiti, mutui e asset-backed garantite da banche fallite, insolventi o ancora vive solo per l’aiuto continuo e diretto dell’Ue o da governi i cui conti certamente non rappresentano un collaterale accettabile.

Fino a oggi, non si è fatto altro che azzerare debito greco creandone di nuovo: queste elezioni non sono la soluzione a nulla, semplicemente garantiscono all’Ue un negoziatore meno oltranzista con cui scontrarsi. Tuttora, poi, le nazioni dell’Ue hanno un’esposizione totale di 552 miliardi di euro verso l’economia greca attraverso appunto i due salvataggi, i prestiti della Banca centrale (politiche monetarie della Bce, programma Smp, Target2 ed Ela) e quelli del settore bancario: il 67% in più rispetto al giugno dello scorso anno! Vediamo nel dettaglio: l’Austria è esposta per 15,5 miliardi, il Belgio per 17,7, Cipro per 1,1, l’Estonia per 0,7 miliardi, la Finlandia per 8,5, la Francia per 138,9, la Germania per 139,4, la Grecia stessa per 7,7 miliardi, l’Irlanda per 7,8, l’Italia per 84,9 miliardi, il Lussemburgo per 1,3, Malta per 0,6 miliardi, l’Olanda per 30,7, il Portogallo per 19,8 miliardi, la Slovacchia per 2,7, la Slovenia per 2,3 e la Spagna per 55,7 miliardi. Mentre fuori dall’eurozona, la Bulgaria per 0,2 miliardi, la Repubblica Ceca per 0,3 miliardi, la Danimarca per 0,5, la Lituania per 0,1, l’Ungheria per 0,3, la Polonia per 0,4, la Romania per 0,3, la Svezia per 0,9 e il Regno Unito per 13,5 miliardi. Totale, 551,8 miliardi di euro.

Secondo, al netto della Grecia, ieri i mercati prezzavano il fatto che i prestiti tossici delle banche iberiche sono arrivati all’8,72% del totale, il livello peggiore dal 1994, ma anche decisamente sottostimato, visto che molti di questi sono riportati al valore facciale, essendo tramutati in securities e scaricati presso la Bce. Ma anche prendendo per buono questo dato, siamo a quota 6,1 miliardi di dollari, 73,2 miliardi di dollari su base annualizzata. Al netto della farsa del piano di salvataggio da 100 miliardi (di fatto necessari solo per colmare il buco prodotto dai prestiti tossici al settore real estate), con il rendimento dei decennali spagnoli al 7,15% e dati simili che arrivano dal mercato bancario, c’è forse motivo di festeggiare qualcosa?

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