FINANZA/ Italia in saldo, la nuova sfida dei “poteri forti” a Monti

- Mauro Bottarelli

Mentre la Germania blocca il varo dell’Esm, in Italia non lo si è ancora votato e si allarga il fronte contrario al governo Monti, con terribili conseguenze. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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«I paesi “virtuosi” potranno chiedere l’intervento del meccanismo anti-spread firmando un memorandum d’intesa leggero, non un memorandum plus come quello dei Paesi sotto assistenza, che sono soggetti alla troika». Parole di Mario Monti dall’Ecofin di martedì, nei fatti un nuovo sì alla strategia italiana dopo che l’Eurogruppo aveva stabilito che la Spagna riceverà un primo versamento di 30 miliardi di euro entro la fine di luglio, oltre a concedere a Madrid un anno in più per riportare il proprio deficit sotto la soglia del 3%.

Di più, sempre il premier italiano sarebbe stato il protagonista dell’altra, importante decisione presa, ovvero quella che rende operativa l’intesa di fine giugno, la quale prevede che la Bce sia l’agente del fondo salva Stati Efsf-Esm per l’acquisto dei bond sul mercato secondario, in funzione anti-spread. Tutto risolto, quindi?

A parole sì, ma il perché si tratti solo di un’ennesima vittoria di Pirro non è legato all’esito dell’Ecofin o alle parole di questo o quel politico, bensì alle dichiarazioni giunte sempre martedì da Karlsruhe in Germania, sede della Corte costituzionale. Il presidente del massimo organo tedesco, Andreas Vosskuhle, ha infatti chiaramente fatto capire che una decisione finale sulla costituzionalità del fondo Esm e del Fiscal Compact, approvati dalla maggioranza dei due terzi del Bundestag lo scorso mese, non sarebbe giunta in giornata, come era attesa. «È difficile decidere se dare vita a un’ingiunzione, che verrebbe letta dalla stampa straniera come uno stop al salvataggio dell’euro o a dare un via libera al Trattato, col rischio che questo non possa più venire bloccato in caso venga decisa, in un secondo tempo, la sua incostituzionalità», ha dichiarato Vosskuhle.

Nel corso dell’audizione tenutasi ieri, i giudici costituzionali hanno dunque deciso che una decisione in due parti appare la soluzione migliore, la prima riguardo l’eventuale ingiunzione da prendere entro tre settimane, mentre entro l’inizio del 2013 vi sarà il pronunciamento sulla questione costituzionale in generale. E se il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, ha dichiarato che un ritardo nella decisione «potrebbe avere serie conseguenze economiche per l’eurozona e la Germania», gli oppositori dell’Esm – la cui nascita il 1° luglio dalle ceneri dell’Efsf è già stata rallentata dalla Corte – e del Fiscal Compact ricordano come questi due strumenti minerebbero per sempre e alla base i poteri di budget del Parlamento, questione che comporterebbe la necessità di una riforma della Costituzione.

Sembrano discussioni di lana caprina e dotte disquisizioni giuridiche a fronte dell’urgenza di interventi imposta dai mercati, ma non è così e a confermarlo ci ha pensato domenica scorsa il presidente tedesco in persona, Joachim Gauck, il quale ha chiesto in via ufficiale alla Cancelliera, Angela Merkel, di spiegare ai cittadini perché la Germania ha bisogno di salvare l’euro, con grosso esborso da parte dei cittadini e cosa sarà necessario a tal fine. In un’intervista televisiva, Gauck ha dichiarato che la Merkel «ha il dovere di descrivere con dovizia di dettagli con significhi restare nell’euro, incluso cosa questo implichi per il budget».

Che succede, quindi? Al riguardo appare abbastanza esaustivo il timing con cui sempre martedì in mattinata, Deutsche Bank ha reso nota un’analisi in base alla quale «da luglio a ottobre, l’Esm può prestare soltanto 100 miliardi di euro. Se questa cifra è già stata allocata per la Spagna, non rimane più nulla nella disponibilità del fondo fino a ottobre. Qualsiasi intervento prima di quella data, sarà quindi sotto l’egida dell’Efsf». E quindi, oltre a creare subordinazione e richiesta di collaterale in base alla “negative pledge” già invocata dalla Finlandia nel caso greco, vedrà rinsaldarsi per il “no” il cosiddetto fronte nordico. Anche perché i tempi non paiono rapidissimi, a dispetto della decisione a favore della banche spagnole presa dall’Eurogruppo: realisticamente, prima degli inizi di settembre, l’Esm non sarà in grado di prestare denaro, toccherà ancora all’Efsf.

E questo anche perché la ratifica di Fiscal Compact ed Esm in Italia è stata fatta solo dalla Commissione Esteri del Senato, ma non dai due rami del Parlamento, impegnati come sono nelle loro dispute sul nulla e nella guerra di posizionamento in vista del voto autunnale (Monti a settembre manda tutti a quel Paese, statene certi): pensate che onorevoli e senatori rinunceranno alle loro meritate e agognate vacanze per ratificare i due provvedimenti e, di fatto, sancire la nascita del nuovo Fondo, contestualmente al passaggio parlamentare anche in Bulgaria e Regno Unito? Se anche così fosse, si parla almeno di metà agosto: il che implica che fino a settembre l’Esm non avrà capacità giuridica e finanziaria per operare, quindi se la Spagna riceverà davvero 30 miliardi entro fine luglio, significa che li sborserà l’Efsf, con tutto ciò che ne consegue. E agosto, per stessa ammissione di Mario Monti, sarà un mese di fuoco sui mercati: «L’Italia potrebbe avere bisogno di un sostengo temporaneo con acquisti su mercato secondario e primario di titoli per contenere le fluttuazioni degli spread», le sue parole di martedì all’Ecofin.

Io rispetto e ammiro la serietà con cui i tedeschi guardano e approcciano al loro mandato costituzionale, siccome però i loro tempi appaiono volontariamente più messicani che teutonici, perché non decidono una volta per tutte se tengono più alla loro sovranità o al surplus che l’euro garantisce loro? Sapete com’è, i togati rossi di Karlsruhe sono persone degnissime, ma il fatto che non facciano nascere l’Esm, perché devono strizzare ancora per un po’ i loro cervellini, potrebbe far friggere le terga mie e dei miei connazionali per tutta l’estate sulla griglia bollente dei mercati, quindi Berlino faccia il piacere e decida, subito: dentro o fuori.

Anche Mario Monti pare averlo finalmente capito e sta perdendo la pazienza. Ma come anticipato, Monti non resterà alla guida del Paese ancora per molto: i segnali, d’altro canto, si stanno moltiplicando a vista d’occhio. L’abbandono dell’interim all’Economia e la nomina di Grilli a ministro (la classica mossa della disperazione per cercare di sparigliare le carte), Berlusconi che annuncia la sua ricandidatura a premier, Bersani che alza la voce con i quindici esponenti del suo partito che invocano un’agenda Monti per il futuro governo di centrosinistra del Paese, Squinzi che parla come Landini per non apparire uomo dei salotti buoni, i suoi associati che si dissociano (scusate il gioco di parole) pur rappresentando quanto di più lontano dal libero mercato e il peggio del conflitto d’interessi e del monopolismo. E infine la Camusso, la quale ieri ha lanciato un attacco al primo ministro in grado di svelare quanto sia ampio il fronte conservatore che, alla luce dei privilegi finalmente toccati dalla spending review (strano come molti ammiratori di questa pratica quando era Tony Blair a portarla avanti – con civil servants spostati manu militari da Londra a Manchester o Liverpool, pena la perdita del posto -, ora parlino come delegati di Democrazia Proletaria…), si arrocca e prepara la grande ammucchiata per cacciare il governo tecnico (i cui difetti ho più volte sottolineato) e tornare al vecchio doroteismo all’italiana, benedetto dai poteri forti che puntano a un bello shopping a prezzo di saldo delle nostre aziende migliori, utilities incluse.

Ecco le parole della leader Cgil: «Credo che non sappia di cosa sta parlando (riferendosi alla concertazione, ndr). Vorrei ricordargli che l’ultima concertazione nel nostro Paese è quella del 1993: un accordo che salvò il Paese dalla bancarotta, con una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal suo governo… Le lezioni di democrazia sono sempre utili. Le rappresentanze sociali sono elette e misurate sulla base del consenso. Prendere lezioni di democrazia da chi è cooptato e non si è misurato col voto è un po’ imbarazzante per il futuro democratico del Paese».

Questa è una dichiarazione di guerra, non una critica o una replica: e se la Camusso esce così allo scoperto è perché sa che il fronte del ribaltone è ormai maggioritario, per quanto si sprechino le attestazioni formali di fedeltà al governo da parte dei leader (sempre più tiepide a dire il vero, tranne quelle di Casini, il quale non sapendo a fianco di chi schierarsi in caso di voto anticipato, punta a prendere tempo, sventolando ai quattro venti il bene superiore del Paese). Probabilmente la Camusso ha ragione quando dice che la concertazione del 1993 salvò l’Italia dalla bancarotta (anche se ho i miei forti, thatcheriani dubbi), ma chi ce l’aveva portata sull’orlo del baratro, con i mercati scatenati nel 1992, l’attacco a lira e sterlina, l’uscita dal serpentone monetario, le svendite di Stato e i miliardi buttati al vento da Carlo Azeglio Ciampi nel tentativo di tenere a galla la nostra valuta contro gli attacchi di Soros? Forse un tentativo di lotta agli sprechi come quello ontologicamente insito nello strumento della spending review? Forse la logica per la quale un dipendente pubblico che non fa il suo dovere può e deve essere licenziato? Forse un tentativo di razionalizzazione delle relazioni sindacali e del mondo del lavoro, che si adegui al mondo globalizzato e non a quello fordista in cui ancora vive la Camusso, insieme ai suoi accoliti e fan di carta stampata e imprenditoria sussidiata (e non sussidiaria)?

Non credo proprio, cari lettori. Il governo Monti ha fatto molti errori e scelte discutibili, l’affaire esodati è stata una vera figuraccia, ma che alternativa forniscono o potranno fornire i partiti, quelli che sentite starnazzare in queste ore di caos generale? E i sindacati, cosa vogliono? Affossare il Paese, amici miei, visto che la loro logica conservatrice è la prima ragione per cui l’Italia, da oltre un decennio, è agli ultimi posti in Europa e nel mondo nell’unico indicatore che sancisce la differenza tra crescita e immobilismo o recessione, ovvero gli investimenti esteri diretti. In compenso, l’Italia è ancora un Paese ricco: per il risparmio privato, per il patrimonio pubblico dello Stato, per le riserve auree e per le aziende, da Finmeccanica alle banche a Generali, che oramai hanno raggiunto prezzi di saldo e che potrebbero diventare presto delle prede per gli appetiti di chi tifa per le urne anticipate e per un bel compromesso storico 2.0 in difesa di privilegi e rendite. Si scrive Camusso, ma si legge fondi sovrani.

 

P.S.: L’altro giorno vi ho parlato del possibile coinvolgimento di Deutsche Bank nello scandalo dell’alterazione del Libor e del fatto che Barclays, da sola, non potesse fare nulla. L’altro giorno, la Fed di New York ha reso noto che era «a conoscenza di argomenti potenziali che coinvolgevano Barclays e il Libor dopo l’inizio della crisi nel 2007. Nel contesto dell’attività di monitoraggio del mercato seguita alla crisi finanziaria, che si sostanziò in migliaia di chiamate ed e-mails con partecipanti del mercato per diversi mesi, abbiamo ricevuto occasionali e aneddotici report da Barclays sui problemi con il Libor. Nella primavera del 2008, a seguito del collasso di Bear Stearns e poco prima che i primi report dei media toccassero l’argomento, abbiamo dato vita a ulteriori ricerche su Barclays e su come venissero condotte le attività sul Libor».

Di più, stando al calendario degli impegni dell’allora presidente della Fed di New York, Tim Geithner, oggi segretario al Tesoro Usa, dalle 14.30 alle 15 del 28 aprile 2008, presso la Fed di New York si tenne una riunione con argomento “Fixing Libor”, a cui parteciparono almeno 8 membri anziani della Fed, tra cui William Dudley, all’epoca capo di Markets Group e successore di Geithner alla guida dell’istituto dal gennaio 2009. Quindi, basta con le idiozie, tutti sapevano, da subito e probabilmente tutti hanno partecipato al taroccamento, la statunitense Citigroup in testa: quindi, o tutti alla sbarra o business as usual per tutti.

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