FINANZA/ 1. Pelanda: il “piano” tedesco fa a pezzi l’Italia

- Carlo Pelanda

Per l’Italia, il costo di rifinanziamento del debito è al 6%. Per la Germania è all’1%. Eppure i conti italiani sono più in ordine di quelli tedeschi. L’analisi di CARLO PELANDA

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Angela Merkel e Mario Monti (Infophoto)

Il mercato non ha tenuto conto del declassamento esagerato, forse viziato da motivi oscuri, del debito italiano da parte di Moody’s, ma mantiene un atteggiamento negativo sull’Italia. Un dato è quello chiave: il costo di rifinanziamento del debito. Per l’Italia, ora, questo è attorno al 6%. Per la Germania è attorno all’1%. La differenza, “spread”, è quasi del 5%. Un’enormità.

Entro il 2012 l’Italia dovrà rifinanziare almeno 200 miliardi di debito, cioè emettere nuovi titoli per pagare quelli giunti a maturazione. Da un lato, il governo ha calibrato la politica di bilancio per poter reggere costi aggiuntivi nel breve termine. Dall’altro, considerando una caduta del Pil attorno al 2% nell’anno in corso e la conseguente riduzione del gettito fiscale, l’Italia potrebbe non reggere tali costi di rifinanziamento nel medio periodo. Per tale motivo il mercato pretende un elevato premio di rischio per comprare debito italiano. Infatti, la spesa per interessi sta salendo verso i 90 miliardi annui.

Se il mercato ci valutasse come la Germania, tale cifra sarebbe meno della metà. Ma cosa abbiamo in meno della Germania? Roma ha messo l’obbligo al pareggio di bilancio in Costituzione dal 2013 in poi, mentre Berlino lo rispetterà dal 2016. Il debito italiano è al 120% del Pil, ma quello tedesco viaggia verso il 90% per un deficit annuale superiore a quello italiano. La somma tra debito pubblico e privato italiani è inferiore a quella tedesca, calcolando che la Germania non inserisce nel debito pubblico statale circa 300 miliardi di spesa in deficit delle agenzie pubbliche. In sintesi, i conti italiani sono tendenzialmente più in ordine di quelli tedeschi.

Certo, l’Italia viene valutata incapace di fare crescita e di ripagare con questa il debito. Ma i tagli alla spesa, che promettono un futuro taglio delle tasse e conseguente stimolazione economica, cominciano a essere reali. Come mai il mercato non anticipa una maggiore fiducia all’Italia? Perché il debito è troppo elevato, l’Eurozona non lo garantisce, e non è ancora chiaro se dopo le elezioni 2013 ci sarà un governo capace di tagliare spesa e tasse e ripagare il debito con crescita. Questo è il motivo di un costo aberrante di rifinanziamento al 6%.

Per ridurlo, nel breve, l’Italia dovrà attutire queste incertezze. Il governo sta tentando di farlo, ma trova ostacoli. L’ostilità tedesca a costruire almeno un minimo di garanzia contro i costi eccessivi dei debiti di Italia e Spagna non ha senso sul piano strategico. Se, infatti, queste due nazioni andassero in insolvenza il danno maggiore sarebbe per la Germania. Nel caso di scioglimento dell’euro vedrebbe ridotta la sua area di influenza, per dissoluzione dell’Ue, e la sua competitività economica, mentre l’Italia pagherebbe un durissimo prezzo, ma aumenterebbe competitività valutaria e crescita. Così la Spagna. Ma ha senso sul piano tattico, pur con il rischio di spaccare tutto, per Angela Merkel che vuole intercettare nelle lezioni del settembre 2013 il consenso del 55% del suo elettorato che non vuole finanziare eurogaranzie.

Inoltre, la Germania, dai primi del 2011, sta esagerando le difficoltà dell’Italia per condizionarla meglio. Da un lato Monti otterrà un minimo di eurogaranzie, dall’altro saranno insufficienti per convincere i mercati se l’Italia non sarà capace di ridurre debito, spesa e tasse. Quindi la riduzione del costo di rifinanziamento del debito, alla fine, dipende dal segnale che ci sarà in Italia un governo consistente dopo le elezioni nella primavera 2013. Prima verrà dato e meglio sarà.

 

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