FINANZA/ Fortis: senza euro l’Italia starebbe meglio

- int. Marco Fortis

Secondo MARCO FORTIS, l’euro è diventato una sorta di camicia di forza per l’Italia. Pur non potendo uscirne, se ne fosse fuori ne avrebbe dei vantaggi e sarebbe più forte

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Dopo aver sfiorato lunedì quota 500, lo spread tra Btp e Bund ieri è sceso di qualche punto, ma si è mantenuto sopra i 480. E la Banca d’Italia nel suo ultimo Bollettino economico diffuso proprio ieri spiega che “nell’ipotesi che lo spread tra il rendimento del Btp a dieci anni e quello del corrispondente titolo tedesco si mantenga intorno a 450 punti base, il Pil si ridurrebbe, in media d’anno, del 2% nel 2012 e dello 0,2% nel 2013”. «Uno scenario – spiega a ilsussidiario.net l’economista e Vicepresidente della Fondazione Edison, Marco Fortis – influenzato soprattutto dal calo dei consumi interni, che è la vera determinante della diminuzione del Pil. È chiaro che se lo spread dovesse mantenersi per uno o due anni su livelli superiori le cose potrebbero ulteriormente peggiorare».

Attualmente, siamo sopra i 450 punti base. Perché secondo lei?

Gli elementi cruciali sono le ultime dichiarazioni di Angela Merkel e la decisione della Corte Costituzionale tedesca di rimandare a settembre la decisione sull’Esm. Tutto questo determina incertezza sui mercati, dato che sono stati cancellati in un sol colpo i progressi compiuti negli ultimi vertici europei. I tedeschi parlano tanto di coerenza, ma poi non sono capaci di rispettare i patti. Mi riferisco allo scudo anti-spread, che poteva bloccare l’arrembante attacco della speculazione.

Uno strumento, lo scudo anti-spread, su cui l’Italia ha spinto molto.

L’Italia non ha chiesto la luna, anzi finora si è impegnata a mettere i soldi per salvare gli altri paesi, e ha chiaramente detto che per il momento non ha bisogno di interventi. Addirittura, nel caso ci fosse lo scudo anti-spread e il nostro Paese intendesse farvi ricorso, il 18% del costo dell’operazione sarebbe a suo carico. Lo scudo anti-spread poteva essere uno strumento verso l’Italia di solidarietà motivata. Molto più dell’aiuto che viene concesso alla Spagna. In Italia non ci sono da salvare banche e non c’è un debito pubblico insostenibile. Bisogna tracciare un solco ben preciso tra Italia e gli altri paesi che hanno richiesto finora aiuto.

Tutti puntano però il dito contro il livello del nostro debito pubblico.

Se guardiamo al debito pubblico per abitante, noi nel ‘95 eravamo a quota 20.000 euro, contro una media dell’Eurozona di circa 13.000. Allora sì che il nostro debito era elevato rispetto agli altri. Alla fine del 2011, però, la situazione è cambiata, perché noi siamo arrivati a 31.000. La Germania è passata da 12.600 a 25.000, raddoppiando il suo debito per abitante. La Francia è passata da 11.000 a 26.000. Gli Stati Uniti addirittura da 19.000 dollari sono arrivati a 49.000. Penso che se anche avessimo un debito/Pil al 100% la situazione non cambierebbe: ci attaccherebbero comunque.

 

Perché rimaniamo sotto attacco?

 

È evidente che non c’è più rispetto per i fondamentali dell’economia. L’Italia si è imposta la recessione tra il 2011 e il 2012 attraverso le manovre finanziarie per far vedere ai tedeschi che sta onorando i propri impegni. Non è abbastanza per avere diritto a uno scudo contro gli attacchi speculativi? Lo ha detto anche Carlo Cottarelli del Fmi: ci sono almeno 200 punti di spread che sono immotivati. Siamo il Paese che più di tutti è “paralizzato” dall’euro, che è diventato per noi come una camicia di forza.

 

Meglio allora uscirne?

 

Io ho sempre creduto e credo ancora nell’euro. Non penso se ne possa uscire. Anche lo studio di Confindustria mostra che i costi sarebbero pazzeschi. Paradossalmente, però, se noi fossimo fuori dall’euro saremmo un Paese molto più solido della Gran Bretagna e degli Usa. Non ci attaccherebbero, dato che non subiremmo i timori sulla tenuta dell’euro. I nostri fondamentali sarebbero eccellenti e riconosciuti sui mercati. Oggi invece ci ritroviamo a cercare di competere con una zavorra sulle spalle.

 

In che senso?

 

Partiamo ogni anno con 60 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico da pagare: tutte risorse sottratte alla crescita. Ora, con questa corsa dello spread, corriamo il rischio di pagarne 90. Perché noi, che abbiamo il debito al 120% del Pil, dobbiamo avere rendimenti così alti per i nostri titoli di stato mentre gli Usa, che sono arrivato al 110%, hanno tassi negativi? Tutto questo si spiega semplicemente col fatto che loro hanno il dollaro, mentre noi siamo intrappolati nell’euro.

 

(Lorenzo Torrisi)

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