FISCO RECORD/ Arrigo: prendiamocela con lo Stato non con gli evasori

- int. Ugo Arrigo

UGO ARRIGO spiega come si è arrivati al primo posto mondiale per imposizione fiscale e perché lo Stato si è rivelato, fin qui, incapace di porre rimedio alla situazione.

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Che il regime fiscale italiano si fosse esteso nel tempo in maniera incontenibile, fino a esplodere in un’ indigeribile costellazione di tasse, imposte e gabelle si sapeva. In ogni meandro della vita civile, infatti, si annida un obolo da destinare allo Stato; che, addirittura, l’ammontare tributario del nostro Paese fosse il più alto al mondo, però, non era pensabile. E, invece, è quanto tristemente si apprende dall’Ufficio studi di Confcommercio. Nel 2012, la pressione fiscale effettiva (ovvero il gettito atteso se non ci fosse evasione, derivante, quindi, dall’applicazione teorica di tutte le aliquote su tutti gli imponibili) viaggia al 55%; più di Danimarca (48,6%), Francia (48,2%) e Svezia (48%). Quella, invece, derivante dal rapporto reale tra gettito e Pil, pur non trovandosi al gradino più alto del podio, è comunque nella top ten. Siamo al quinto posto, con il 45,2%, dietro a Danimarca (47,4%), Francia (46,3%), Svezia e Belgio (entrambi 45,8%). Abbiamo chiesto a Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica presso la Facoltà di Economia dell’Università Bicocca di Milano, a cosa ci condurrà un simile trend.

In genere, un Paese con un livello contributivo estremamente elevato cosa offre in cambio?

Negli altri Paesi, la pressione fiscale è alta a fronte di un welfare estremamente esteso ed efficiente. Addirittura, i cittadini di quei Paesi sono propensi a non chiederne l’abbassamento perché temono il calo delle prestazioni sociali. E’ evidente, del resto, che ritengono che i servizi ricevuti dallo Stato abbiano un valore decisamente superiore all’ammontare del loro esborso in tasse.

E da noi?

Il nostro welfare, come può facilmente vedere chiunque, è disastroso.  

Tasse altissime e servizi insufficienti: com’è possibile?

Si tratta di due aspetti legati, che dipendono dalle pessime performance della pubblica amministrazione. Che, da un lato, chiede al cittadino molti soldi ma, dall’altro, gli rende pochissimo. Possiamo paragonarla a un’automobile difettosa che ha bisogno di consumare enormi quantità di carburante per riuscire a fare pochi chilometri.

Quali sono le ragioni di una tale inefficienza?

La Pubblica amministrazione italiana è sempre stato un mondo autoreferenziale, messo in piedi non tanto per soddisfare i bisogni dei cittadini, quanto per preservare un sistema clientelare. Un esempio valga per tutti: numerosi musei nazionali chiudono proprio nei giorni di maggiore afflusso turistico, come il primo maggio o a Ferragosto.

Secondo Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, buona parte dell’elevata tassazione è attribuibile all’evasione fiscale.

E’ un ragionamento che non sta in piedi. Mettiamo il caso che lei vada al ristorante con un gruppo di amici e che, alla fine della cena, il ristoratore si sbagli, addebitando sul vostro scontrino anche la cena dei clienti che si sono seduti al tavolo prima di voi. Cosa ci aspetteremmo?

 

Che correggesse il conto…

 

Esatto. Se per caso il ristoratore non accettasse di correggerlo, come minimo, cambieremmo ristorante. Ecco: analogamente, non è accettabile che lo Stato, siccome ci sono gli evasori, faccia pagare alla gente onesta anche la loro quota.

 

Quindi?

 

Che si perseguano i trasgressori e si faccia pagare agli altri il giusto. Anche perché la logica sin qui adottata rappresenta un incentivo all’evasione. Se ci sarà sempre qualcuno disposto a pagare al posto degli evasori, essi continueranno a evadere. Nel momento in cui i cittadini non accettassero più di essere tartassati, allora sì che il fisco andrebbe a stanarli. Cosa che, attualmente, al di là di blitz mediatici dalla dubbia utilità, non sta facendo.

 

No?

 

Guardi, il fisco conosce ogni nostra mossa, le nostre spese, i nostri trasferimenti in denaro, e dispone di tanti e tali dati, e di strumenti per incrociarli, che non è pensabile che ancora esista un problema del genere.

 

Eppure, esiste…

 

Il fatto è che, da un lato, in passato, sono stati lasciati aperti dei varchi nelle maglie fiscali. Volutamente. E, a oggi, non esiste la volontà di chiuderli. Mi riferisco a tutte quelle categorie cui è ancora consentito di non emettere ricevute fiscali. Categorie che, nel momento in cui si era legiferato in loro favore, erano vicine ai politici di turno. Dall’altro, esiste una forma di evasione estremamente sofisticata, ammantata di legalità e compiuta da chi dispone, in genere, di grandi capitali e strumenti finanziari adeguati. E’ molto più difficile da stanare e combattere, ma non impossibile.

 

Cosa suggerisce?

 

Trattati che impongano, ai Paesi il cui fisco è benevolo con coloro che fanno affluire capitali, di fungere essi stessi da sostituto d’imposta. Non si capisce, ad esempio, perché non abbiamo fatto, come altri Paesi, il concordato fiscale con la Svizzera, né perché abbiamo varato un condono fiscale concedendo in regalo un’aliquota del solo 5%.

 

Già, perché?

Perché di fronte alla legge e al Fisco, c’è chi è più uguale degli altri…

  

In ogni caso, con il precedente governo, la nostra tassazione non aveva ancora raggiunto il record mondiale

 

Beh, ovvio. Il governo Monti ha fatto un’operazione molto semplice: ha aumentato le aliquote senza fare in modo che aumentasse anche la base imponibile e senza impedire che si potesse trovare il modo di rilasciare dichiarazioni dei redditi falsificando le basi imponibili al ribasso.

  

Sempre Befera ha dichiarato che esiste «una maggioranza silenziosa che sopporta una pressione del 55%, in qualche caso anche superiore, alcuni imprenditori mi dicono al 70%». Alcuni?

 

Già prima che venissero attuate le ultime manovre straordinarie, si era calcolato che per 100 euro spesi da un’impresa per un dipendente, solo 40 finissero nelle tasche del lavoratore medio, mentre gli altri andassero al Fisco. Significa che, mediamente, la pressione fiscale per le aziende è al 60%. Considerando tutte le componenti del gettito fiscale e le numerose imprese che hanno visti i propri margini ridotti, direi che al 70% ci arrivano tranquillamente numerosissime aziende. Non, semplicemente, alcune.

 

uali sono gli effetti di questo trend?

 

Quello più evidente è la recessione. Per sfuggire alle aliquote molto alte, esistono solo due modi per sottrarsi: o si evade, o non si produce l’imponibile per non far scattare l’aliquota superiore. E, meno imponibile si produce, più si rende necessario aumentare le tasse. 

 

Come se ne esce?

 

Riducendo il peso dello Stato nel sistema economico. Rendendo alcuni settori pubblici autonomi; vincolando, cioè, l’erogazione dei finanziamenti al raggiungimento di determinati obiettivi. In Svezia, per intenderci, sono le istituzioni scolastiche a scegliersi i propri docenti e i dirigenti possono licenziare i dipendenti giudicati inadempienti; inoltre, chi lavora poco, mediamente, o molto, non viene trattato allo stesso modo. Contestualmente, ogni mamma dispone di un asilo dove mandare suo figlio; può, quindi, andare a lavoro senza preoccupazioni, far crescere il Pil e la ricchezza del suo Paese, contribuendo, in un circolo virtuoso, al benessere della propria famiglia.

 

(Paolo Nessi)

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