DALLA SPAGNA/ Così Rajoy e Draghi possono salvarci

- int. Javier Morillas Gomez

Ieri lo spread spagnolo ha toccato un nuovo massimo storico, salvo poi scendere. La situazione di Madrid resta difficile e serve un intervento della Bce, come spiega JAVIER MORILLAS GOMEZ

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Bandiera spagnola, immagine d'archivio

Martedì il ministro delle Finanze spagnolo, Luis de Guindos, ha incontrato a Berlino il suo omologo tedesco, Wolfgang Schauble, e ieri ha fatto tappa a Parigi, per incontrare il proprio collega francese Pierre Moscovici. Madrid cerca insomma il supporto dell’Europa per far fronte a una situazione sempre più drammatica. Lo spread tra Bonos e Bund ieri è sceso a 611 punti base, ma ha toccato un massimo intraday di 650: un nuovo record storico. Ai problemi delle banche sembra essersi aggiunto negli ultimi giorni quello dei bilanci delle Comunità autonome. Per meglio capire la situazione della Spagna, abbiamo rivolto alcune domande a Javier Morillas Gomez, Professore di Economia applicata all’Università San Paolo-Ceu di Madrid.

Professore, negli ultimi giorni le cose stanno continuano a peggiorare. Cosa sta succedendo in Spagna?

La verità è che l’economia spagnola sta recuperando competitività, la bilancia commerciale è più equilibrata e i conti pubblici sono molto più sani di un anno fa. C’è però un problema di tempo: il governo pensava che fosse più facile far volgere al meglio la situazione, come nel 1996, ma il punto è che il deficit era in realtà molto superiore a quello dichiarato dal precedente esecutivo socialista (il 9,21% e non il 6%) e la situazione della liquidità dell’economia internazionale è peggiorata. Ci vorranno sei mesi perché si possa vedere il cambiamento e gli effetti delle riforme amministrativa, lavorativa e produttiva che stanno avvenendo in Spagna. Ma al di là dei problemi dell’economia spagnola, i fondi internazionali stanno muovendo ingenti quantità di denaro per scommettere contro l’euro e in favore del dollaro; e Spagna e l’Italia sono esposte in prima linea.

Valencia, Murcia, Catalogna: sembra che i conti delle Comunità autonome presentino parecchie criticità.

I debiti delle Comunità autonome sono inclusi nel debito complessivo del Paese, che è uno dei più bassi dell’eurozona, intorno al 78% del Pil; il problema è che adesso i loro titoli vanno in scadenza e i prestatori non si fidano più di loro, data la leggerezza con cui hanno gestito le proprie spese. Non dimentichiamo che la prima misura adottata nel 2004 dal governo dell’ex premier Zapatero è stata l’eliminazione della Legge di stabilità di bilancio, che obbligava al deficit zero, un livello già conseguito dall’economia spagnola (che era riuscita anche a ridurre il debito sotto il 40% del Pil). Questo è ciò che ha permesso l’aumento della spesa pubblica nei sette anni successivi del governo socialista, fino alla situazione attuale.

È un problema più serio di quello delle banche?

È un problema diverso da quello del sistema bancario, che non è un problema “delle banche” spagnole, bensì delle casse di risparmio: istituzioni nate in molti casi su iniziativa della Chiesa (alcune più di 300 anni fa, come la Caja Madrid, fondata da Padre Piquer), ma i cui organismi di controllo nel tempo sono finiti nelle mani dei politici e si sono trasformati in tentacoli della loro rete clientelare, con casi di mancanza di professionalità e crediti non rimborsati. Le banche spagnole, come Santander, Bbva e altre, non hanno invece nulla a che fare con questa vicenda. Questo chiarimento è importante, perché tra gli investitori internazionali si sta creando una gran confusione sul tema.

 

Come si può risolvere il problema delle Comunità autonome? È necessario cambiare la Costituzione?

 

Non si deve modificare la Costituzione. Il problema si può affrontare eliminando le loro imprese pubbliche, le loro reti televisive, ecc., riducendo al tempo stesso il numero delle assemblee, dei consiglieri (e i loro salari), che devono essere sostituiti da organismi più leggeri e con un numero limitato di sedute. Non bisogna consolidare 17 baronie medievali con reti clientelari locali che si insinuano nel bilancio pubblico e che vivono grazie ai soldi dei contribuenti.

 

Il governo sta affrontando bene la situazione?

 

Il lavoro del governo negli ultimi sei mesi è stato notevole: una forte riforma del lavoro, una riduzione degli oneri amministrativi, una Legge di stabilità di bilancio più dura e forme di maggiore responsabilizzazione nella gestione del denaro pubblico in futuro, una riduzione degli adempimenti burocratici e delle sovvenzioni alle organizzazioni imprenditoriali, sindacali, politiche e alle Ong. Inoltre, c’è stato anche l’innalzamento dell’Irpef (fino al 56% in alcuni casi), che diventa tra i più alti dell’Ue, dietro a Danimarca e Svezia. Ultimamente, però, sembra che il governo abbia ridotto il suo impulso riformista.

 

Dopo il piano di tagli da poco approvato dal Governo, pensa che ce ne potranno essere altri?

 

Non servono tagli, ma più riforme: eliminare del tutto (non solo del 40%) le sovvenzioni ai sindacati e ai partiti; privatizzare le radio e le televisioni pubbliche; licenziare i quasi 300mila impiegati statali che non sono entrati nella Pubblica amministrazione per merito o attraverso un concorso, ma con contratti di lavoro interinale o precari. Non c’è altra soluzione. Questa forza lavoro si orienterà verso attività più produttive nel settore privato, come quelle legate all’export. Di fatto è ciò che già sta accadendo: il saldo commerciale con l’Ue, infatti, è già positivo.

 

Quanto potrà resistere la Spagna con questo livello di spread?

Se non si applicano tutte queste misure, fino a ottobre.

 

Ci vorrà un intervento della Banca centrale europea?

 

La Bce deve essere consapevole che sebbene siano Spagna e Italia a essere sotto attacco, in realtà gli speculatori stanno scommettendo contro l’euro. Italia e Francia hanno un numero di dipendenti pubblici rispetto al totale della forza lavoro superiore a quello della Spagna (che a sua volta ne conta più di Germania, Olanda e Regno Unito). Per questo Hollande si sta agitando tanto per chiedere l’intervento dell’Ue: perché il prossimo bersaglio potrebbe essere proprio la Francia. Se vuole mantenere in vita l’euro, la Bce deve sostenere le misure (che sono reali e non fittizie) che il governo spagnolo sta adottando, comprando i titoli di stato sul mercato secondario.

 

È vero che la Germania si sta opponendo a tutto ciò che potrebbe stabilizzare la situazione in Spagna e in Europa?

 

La Germania capisce e conosce la situazione ed è al corrente del lavoro che sta facendo il governo spagnolo, ma comprendiamo il fatto che ai suoi cittadini possa arrivare un’immagine distorta della realtà. Ci sono anche Olanda, Finlandia, Lussemburgo e Austria che fanno pressioni. In Spagna si celebrano in questo periodo gli 800 anni dalla Battaglia di Las Navas de Tolosa (che diede una svolta alla Reconquista).

 

Come mai sta ricordando questo fatto storico?

 

Rajoy deve sparare tutti i colpi che ha in canna, anche a rischio di doversi sacrificare; proprio come disse nel 1212, prima di attaccare gli Almohadi (venuti persino dall’Africa), il re Alfonso VIII all’Arcivescovo di Toledo, che pure andava a combattere: “Qui, Arcivescovo, io e lei moriremo”. Oggi in Spagna non ci sono alternative a Rajoy: non ci sono Monti, Rato o Almunia. Solo lui può fare le riforme necessarie per stabilizzare la situazione, anche se questo vuol dire morire politicamente.

 

(Lorenzo Torrisi) 

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