GEOFINANZA/ I conti della Germania che “seppelliscono” l’euro

- Mauro Bottarelli

Sono in molti a ritenere che la Germania sia in grado di mettere in salvo l’Europa. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché si tratta di una convinzione da mettere in discussione

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Angela Merkel (Infophoto)

Accidenti, siamo alla lesa maestà! Moody’s rivede le stime di crescita della Germania e addirittura parla di downgrade! Ma come, solo perché si continua a credere alla favoletta che sia la Germania con la sua – presunta – economia forte a dover salvare l’eurozona? Con un’economia di 3,2 triliardi di euro, è un po’ duretta che Berlino possa supportare e puntellare da sola un’economia da 15,3 triliardi, per di più in piena recessione. E altri dati parlano questa lingua. Prosegue, infatti, a luglio il rallentamento dell’industria tedesca: questo mese l’indice Markit che misura l’attività manifatturiera è sceso per la terza volta consecutiva a 43,3 punti (-1,7), raggiungendo il valore più basso da oltre tre anni a questa parte.

Lo ha reso noto ieri lo stesso istituto Markit attraverso un comunicato stampa, dove si legge di un calo degli ordinativi industriali in Germania ai livelli dell’aprile 2009. L’economia tedesca «ha sempre più problemi» ha commentato il capo-economista di Markit, Chris Williamson, secondo cui i paesi più forti «sono colpiti oggi maggiormente dalla crisi». Stando ai dati raccolti da Markit tra centinaia di imprenditori, il mese scorso l’indice composito destagionalizzato, che comprende anche i servizi, è calato inoltre di 0,8 punti a 47,3, il dato peggiore dal luglio del 2009: la soglia dei 50 punti fa da spartiacque tra contrazione ed espansione.

Ma non basta. Per comprarsi una bottiglia di birra, un tedesco medio deve lavorare tre minuti, esattamente come venti anni fa. Lo rivela uno studio dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), dal quale emerge che il potere d’acquisto dei lavoratori in 20 anni non è mutato, poiché gli aumenti salariali sono stati erosi dall’inflazione. Dal 1991 al 2011 i salari orari netti sono aumentati del 45%, ma nello stesso periodo anche i prezzi al consumo sono saliti del 43%. A essere letteralmente esploso nel giro di 20 anni è stato il prezzo della benzina, poiché per un litro di super bisogna lavorare oggi 6 minuti, invece dei 4 del 1991. Per fare un pieno un lavoratore deve sgobbare oggi quasi due ore in più rispetto a quanto faceva 20 anni fa.

Ancora non basta? L’indice Ifo, che misura il clima di fiducia delle imprese tedesche, è sceso a luglio per il terzo mese consecutivo, ai minimi da marzo 2010: il calo è stato oltre le attese (104,7 punti) a 103,3 punti dai 105,2 punti di giugno. Ma nonostante questi bei dati macro, prosegue la follia obbligazionaria, la stessa che ieri mattina prezzava il nostro spread addirittura in area 550 punti base: la Germania ha venduto Bund a 30 anni per 2,32 miliardi di euro con tassi al nuovo minimo storico e domanda solida. Il rendimento medio è sceso al 2,17%, un livello mai toccato dal 1994, dal precedente minimo del 2,41% dell’asta di aprile, mentre la domanda ha raggiunto i 3,367 miliardi, superando l’importo massimo previsto di 3 miliardi. Verrebbe da chiederli chi li compra, visto che gli investitori veri i sovrani non vogliono vederli nemmeno in fotografia, come testimonia il successo dell’emissione di martedì del bond Coca Cola, un’obbligazione da 350 milioni in euro, cosa che non accadeva dal 2010.

Ma come fanno, quindi, i tedeschi a salvarci? E cosa ci sarebbe da salvare, poi? Stando a quanto riferito da fonti comunitarie citate dall’agenzia Reuters, la Grecia non riuscirà a rispettare gli obiettivi di riduzione del debito concordati con l’Ue e il Fondo monetario internazionale e sarà quindi costretta a varare nuove misure di ristrutturazione del debito. Evviva, lo swap risolutore di ogni guaio europeo, quello per cui a marzo le Borse brindarono e ora ne facciamo un altro, in modo che l’haircut raggiungerà il 99% per chi aveva in mano la carta igienica greca e ha accettato di tenersela ancora per qualche anno a rendimento falcidiato e sarà distrutto, per sempre, il concetto stesso di risk-free per l’obbligazionario europeo.

E l’Italia? Martedì il nostro titolo di Stato a due anni ha toccato il 5% di rendimento per la prima volta dal gennaio 2011, il decennale oltre il 6,5% con lo spread ai massimi dell’era Monti. Ieri, effetto sufflè per le solite voci di corridoio riguardo l’intervento di Mazinga Z o Godzilla, pronti ad acquistare debito sovrano come se piovesse: ormai ci siamo abituati. La Spagna, poi, sta molto peggio. Si è registrata l’inversione della curva dei rendimenti tra il Bonos quinquennale e decennale, segnale gravissimo a cui si aggiunge la rapidità con cui è avvenuto questo evento, fatto che suggerisce un collasso totale della fiducia nei mercati rispetto alla sostenibilità del finanziamento a breve termine della Spagna. Di più, l’abnorme spread registrato tra il differenziale dei bonds e dei cds – il cosiddetto basis -, sintomo che il mercato comincia ormai a prezzare una ristrutturazione del debito spagnolo verso i detentori privati, in stile greco. Insomma, per i mercati la troika presto sbarcherà a Madrid per un salvataggio in pieno stile, evento che spiegherebbe i bagni di sangue anche sul mercato obbligazionario. Siamo in perfetta corrispondenza con la parabola del Portogallo.

Insomma, i basis traders – ovvero quegli operatori che comprano bond a buon mercato contro cds – sono sì disposti a vedere salti anche di 50-70 punti base nell’allocazione della loro liquidità, ma quando si entra in territorio di Psi – ovvero, partecipazione del settore privato alla ristrutturazione -, essendo molto difficile che scattino le clausole dei cds come ci ha dimostrato il caso greco, allora gli arbitraggisti cosa fanno? Scaricano i bond: in massa, tutti insieme. Leggi, tracollo. Essendo oggi come oggi questi soggetti gli unici interessati ad acquistare debito spagnolo ed essendo il mercato in via di prezzatura di un Psi, le banche spagnole tremano perché oltre a non trovare fondi per finanziare i loro acquisti di obbligazioni sovrane, vedranno crollare letteralmente il valore di quelle già nei portafogli. Ecco perché a Madrid la Borsa sembra plaza de toros, nonostante ieri la panzana di una licenza bancaria per il fondo Esm (che nemmeno esiste ancora) abbia fatto invertire gli indici e sgonfiare un po’ i differenziali.

E ancora, martedì si è vissuto un mezzo giallo rispetto alla volontà della Catalogna, la regione spagnola più grande e con un’economia pressoché pari a quella del Portogallo, di chiedere aiuto al governo centrale di Madrid, esattamente come Valencia e la Murcia. Prima la conferma, poi la smentita nel pomeriggio da parte della Generalitat, secondo cui si sta ancora valutando questa ipotesi. Sapete quanto paga di rendimento un bond catalano a 8 anni? Il 14,4%: secondo voi è sostenibile o Barcellona con il suo bell’orgoglio catalanista e autonomista dovrà presto presentarsi a Madrid con il cappello in mano? E qui, però, nasce il grande inganno dei famosi 100 miliardi a disposizione delle banche spagnole per ricapitalizzarsi. Il fondo Efsf ha in cassa solo 60 miliardi di euro e l’eventuale nascita della sua versione 2.0, ovvero l’Esm, dipende dalla decisione della Corte costituzionale tedesca, attesa per il 12 settembre (poi non ditemi che non è la Germania a voler far deragliare l’eurozona così com’è, per creare un euro a due velocità): chi finanzia chi? E con quali fondi?

Ora, con 800 miliardi di dollari di supporto alle operazioni di finanziamento del programma Target2, con il 27% del finanziamento totale delle operazioni finanziarie dell’Ue, incluse proprio Eib, Efsf e – se mai nascerà, addirittura con licenza bancaria – l’Esm e con il 22% di finanziamento dei 4 triliardi di dollari di stato patrimoniale della Bce, cosa pensate che possa fare la Germania? Va o resta? Sacrifica la Spagna e mette in ginocchio l’Italia, o si brucia le dita lei? Anche perché volendo arrivare alla soluzione più diretta, ovvero battere le resistenze tedesche e usare il fondo Efsf per comprare debito sul mercato secondario e calare gli spread, prima di poter spendere denaro per acquistare bonds, l’Efsf deve emettere esso stesso debito, ma, guarda caso, ieri Moody’s lo ha declassato, gettando ombre sulla sua solidità.

E se anche il combinato d’uso tra i due fondi riuscisse a fornire un backstop alla situazione spagnola, lo stesso non sarebbe possibile per l’Italia, vittima immediatamente successiva della speculazione in grande stile, visto che già in questi giorni girano report allarmati e allarmanti che ricordano come la nostra vera ratio debito/Pil sia del 202%, stante i 211 miliardi di dollari di esposizione a derivati. Inoltre, tanto per non farci mancare niente, eventuali acquisti di bonds da parte di Efsf/Esm sarebbero visti come seniority per le detenzioni del debito privato e, visto il precedente greco, le paure per nuova subordinazione farebbero infiammare ancora di più i mercati, con potenziali sell-off.

Insomma, quello di ieri è stato il classico rimbalzo del gatto morto: “buy the rumors, sell the news”, la regola è sempre la stessa. Ma ormai il giochino tedesco è scoperto, il re è nudo, anche se nessuno muove un dito. Sarebbe facile: basterebbe chiedere che Deutsche Bank, come fece l’anno scorso con grande clamore, rendesse note le sue operazioni sull’obbligazionario sovrano e sui cds delle ultime due, tre settimane e avremmo la riprova o la smentita. Pronto a ricredermi e scusarmi, come d’altronde lo ero quando ipotizzavo responsabilità di Deutsche Bank anche nel caso Libor.

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