BORSE IN FESTA/ Il ribaltone di Draghi

- Ugo Bertone

Mario Draghi ieri ha rotto un silenzio che durava da giorni con parole che hanno riportato ottimismo sui mercati. E il suo compito non sembra finito. L’analisi di UGO BERTONE

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Mario Draghi (Infophoto)

“La Bce è pronta a fare tutto quanto è necessario per salvaguardare l’euro. E, credetemi, sarà sufficiente” perché l’Eurozona, che ha fatto grandi progressi, “ha il potere per sconfiggere la speculazione sui mercati”. Sono bastate queste parole di Mario Draghi, pronunciate in mattinata a un convegno londinese, a dare ai mercati finanziari quella scossa positiva che la politica, in pratica ingessata dal vertice di fine giugno di Bruxelles, si era rivelata incapace di garantire.

Di qui la robusta inversione di tendenza dei listini azionari, già apatici e sdraiati sulle quotazioni depresse di inizio settimana. Ancor più rilevante, la risposta sul fronte dello spread. Nel giro di pochi minuti è stata bucata al ribasso la soglia dei 500 punti, con una rapida convergenza verso quota 450. Merito di parole che non lasciano margini a equivoci (“l’intervento sullo spread rientra nel mandato della Bce, nella misura in cui il livello di questi premi di rischio impedisce la giusta trasmissione delle decisioni di politica monetaria”), ma anche per la scelta dei tempi per trasmettere il messaggio ai mercati.

Draghi, in questi giorni, si era distinto per “l’assordante silenzio”. Dopo l’intervista a Le Monde dello scorso weekend (“difenderemo l’euro senza tabù”), il numero uno della Banca centrale europea aveva evitato interventi pubblici nonostante l’eurozona avesse mostrato, tra lunedì e martedì, evidenti segni di collasso. Ormai una bella fetta della finanza internazionale dà la Grecia per perduta (“c’è il 90% di possibilità di un’uscita di Atene” prevede Citi). La sorte della Spagna è ad altissimo rischio: non solo l’aiuto alle banche, al contrario di quanto già previsto, dovrà passare dallo Stato, con il risultato di far schizzare il debito pubblico su livelli “italiani”, ma dalla periferia delle regioni arrivano segnali sempre peggiori. La sola Catalogna denuncia, per ora, un “buco “ di 42 miliardi. In questa cornice, Mario Monti si appresta ad alzare le barricate di agosto, il mese ideale per una spallata ai danni del Bel Paese. Non a caso, di qui a lunedì, il Tesoro intende raccogliere 18 miliardi prima di chiudere i battenti delle aste di Stato per agosto.

Insomma, in questa cornice il silenzio di Draghi poteva essere un segnale di impotenza, sulla scia delle numerose dichiarazioni dei protagonisti della partita europea (per non parlare della gaffe spagnola sul falso appello a tre con Italia e Francia per la pronta esecuzione degli accordi di Bruxelles). Oppure, come speravano i più ottimisti, l’indizio che era in corso all’Eurotower un confronto serio, probabilmente non facile, sulle terapie da illustrare al mondo. Nella convinzione che, stavolta, al chirurgo non era consentito sbagliare.

La sortita odierna di Draghi sta a dimostrare che, come capita di rado, gli ottimisti hanno avuto ragione. Anzi, la Bce ha seguito un copione che ricorda le svolte del Cremlino negli anni del “centralismo democratico”. Come capitava nella Mosca sovietica, il primo a lanciare il segnale della svolta è stato un rappresentante della tesi sconfitta: mercoledì il membro austriaco della Bce, Ewald Nowotzsky, per tradizione il potavoce delle tesi della Bundesbank, era uscito allo scoperto annunciando che “era possibile” la concessione della licenza bancaria presso la Bce all’Esm, il meccanismo salva Stati che avrebbe così potuto rifornirsi dei capitali sufficienti per intervenire sul mercato a sostegno dei Bonos spagnoli e dei Btp.

Ma andrà proprio così? O solo così? Già a marzo, così come nell’inverno scorso, la Bce ha fornito al mercato le munizioni, con i prestiti Ltro, per assicurare il collocamento dei titoli di Stato italiani e spagnoli. L’operazione è servita a guadagnare tempo, risultato non banale visto che in questi mesi qualche risultato sulla strada dell’unità fiscale e la vigilanza comune sulle banche è stato compiuto. Ma si è verificata anche una pericolosa controindicazione: i prestiti della Bce sono serviti alle banche spagnole e italiane per fare il pieno di titoli di Stato dei rispettivi Paesi, rendendo ancor più stretto e pericoloso il cordone ombelicale che lega le sorti delle banche e del debito pubblico.

Nel frattempo, i capitali della Grande Germania (ma anche della Svizzera e dell’Olanda) non hanno preso la strada del finanziamento dell’economia reale, bensì sono stati parcheggiati presso la stessa Bce. La Germania continua ad avere ogni anno un enorme surplus nelle partite correnti che si traduce in un afflusso di circa 200 miliardi di euro all’anno che, se non vengono prestati ai paesi in deficit, finiscono presso la stessa Bce. Si genera così un cortocircuito per cui i quattrini raccolti dalle economie del Nord Europa non vengono reimmessi nel ciclo economico.

La Bce ha cercato il mese scorso di scoraggiare il “parcheggio” dei capitali, azzerando l’interesse sui depositi. Ma non è bastato, anche perché, stante le regole di Basilea 2, il peso applicato ai bilanci bancari qualora investiti in titoli di un Paese rating tripla B (come la Spagna) aumenta del 100% rispetto a un parcheggio cash. Ne risulta che, dati gli alti costi del capitale delle banche, conviene assai di più detenere a remunerazione zero i capitali presso la Bce (o, magari, nei Bund) piuttosto che correre il rischio di veder abbassato il proprio Tier e dover procedere a un aumento di capitale.

Perdonate l’approccio tecnico, comunque necessario per spiegare che il vero problema di Draghi non è di fornire a Italia e Spagna i quattrini per il debito pubblico, necessari per pagare gli stipendi agli statali. Semmai è di mettere in atto un meccanismo che convinca i banchieri e gli Stati a prestare di nuovo i soldi ai Paesi del Sud Europa. Rispetto a un anno fa le cose sono cambiate. Allora si trattava di imporre a paesi riottosi un cambio di rotta (vi ricordate la lettera della Bce al governo Berlusconi?). Ora il Sud Europa ha iniziato a fare i compiti. Il problema è spingere il Nord a riaprire i rubinetti che in passato hanno assicurato i finanziamenti all’Europa meridionale.

Per ottenere questo risultato Draghi ha in mano tre armi. La prima, quella più tecnica, passa dall’imposizione di interessi negativi sui depositi presso la Bce. Se le banche della Grande Germania si trovassero con un tasso di deposito alla Bce di fatto negativo, potrebbero provare a comprare altri titoli tedeschi, accentuando la tendenza ai tassi sotto zero. Ma una politica del genere, a lungo andare non regge: o si presta denaro con un interesse o, prima o poi, si fallisce.

Perciò, come ha notato l’economista Daniel Gros, “presto o tardi, le banche del Nord Europa dovranno ricominciare a prestare alla periferia e a investire nel resto del mondo, altrimenti falliranno”. Sempre Gros fa notare che un tasso di deposito negativo potrebbe avere due effetti positivi: un deprezzamento dell’euro (il che sarebbe benefico per i paesi alla periferia dell’euro); in secondo luogo, ridurrebbe l’accumulo di saldi positivi all’interno del sistema Target della Bundesbank, “che sta avvelenando l’atmosfera politica tedesca”.

La seconda arma passa per l’intesa con la Federal Reserve. Prima della riunione di giovedì della Bce, si terrà il vertice della Fed da cui arriverà senz’altro la conferma dei tassi zero fino a fine 2014. Ma la riunione potrebbe riservare altre novità sul fronte delle misure espansive, in attesa che Ben Bernanke, di fronte alla gravità dei problemi europei e al rallentamento dell’economia Usa, spari l’arma suprema a metà mese, al vertice di Jackson Hole: l’annuncio che la Fed d’ora in poi perseguirà l’obiettivo della crescita a tassi nominali. In parole povere l’espansione per l’espansione senza curarsi degli effetti inflazionistici perché, al di qua o al di là dell’Atlantico, il rischio è quello di una spirale recessiva che avviti in depressione. Anche a Washington come a Francoforte, insomma, il problema è di mettere a disposizione dei mercati una rete protettiva che convinca anche i più prudenti a entrare in azione.

La scommessa è ambiziosa, con evidenti risvolti politici. Ed è qui che si trova la terza arma. Sia Draghi che Bernanke hanno ripetuto in questi mesi che la soluzione dei problemi non tocca ai banchieri, ma ai politici. In parte mentivano sapendo di mentire. I banchieri centrali, nei momenti più gravi, possono imporre alla politica un cambio di passo. È successo, in chiave italiana, un anno fa, quando l’ingresso in scena della Bce sul fronte degli acquisti dei Btp provocò la frana degli equilibri politici in Italia. La storia rischia di ripetersi a parti rovesciate: stavolta sono i “falchi” d’Europa (e i Repubblicani Usa) a dover subire la lezione dei due banchieri che attendono un aiuto da parte di Pechino. Dai Draghi al Drago il passo può esser breve.

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