SPENDING REVIEW/ Ecco perché i tagli del governo non bastano

Dopo tanta attesa sulla spending review, spiega GIUSEPPE PENNISI, la prima uscita pubblica non sembra essere andata bene. Sia per ragioni di procedura che di sostanza

04.07.2012 - Giuseppe Pennisi
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Quelli che Richard Nixon chiamava “gli gnomi di Zurigo” e che oggi vengono, molto più appropriatamente, chiamati “i mercati” guardano all’inizio zoppicante della spending review. In effetti, il riassetto quantitativo e qualitativo della spesa pubblica è uno dei punti centrali del “sottostante” che governa gli spread (si veda quanto scritto su queste pagine lo scorso 23 giugno). Dopo tanta attesa, la prima “uscita pubblica” non è andata bene: minacce di scioperi generali, linguaggio da trivio alla Camera dei Deputati. Non certo ciò che l’Esecutivo Monti e i Commissari chiamati a coadiuvarlo auspicavano o si attendevano.

Il primo “round” non è andato bene per ragioni sia di procedura, sia soprattutto di sostanza. Le ragioni di procedura riguardano l’avere, incautamente, attivato il processo di consultazione con le Parti sociali e le autonomie locali quale delineato nel “Patto Sociale” del 1993. Ciò che andava bene 19 anni fa in un contesto in cui c’era una prospettiva di entrare da protagonisti in Europa non funziona necessariamente oggi. Purtroppo gran parte di coloro che siedono nei banchi del Governo sono reduci di quella stagione e se ne sono innamorati tanto quanto i “legionari” del Carnaro si erano innamorati del “Natale di sangue” nell’avventura fiumana.

Non hanno metabolizzato che la giovinezza è l’unica stagione che non ritorna. Riproporre ora quanto funzionò quattro lustri fa è come se i nostri eroi ormai in gran misura prossimi alla settantina tentassero corteggiamenti con gli aperitivi e le musiche di fine Novecento-inizio Ventunesimo secolo. Andrebbero certamente in bianco. L’aspetto è tanto più curioso perché un Governo “tecnico”, retto da una “strana maggioranza”, non deve seguire alcun rito “concertatorio”. Basta che presenti un programma ben articolato di misure al Parlamento, lasciando alle Camere decidere se approvarlo o se prendersi la responsabilità di chiedere al “popolo sovrano”, andando al più presto alle urne.

A questo errore procedurale si aggiunge il fatto che le misure proposte assomigliano non tanto al risultato di una review, quanto alla consueta manovra estiva, fatta di aumenti di pressione tributaria (il paziente, l’Italia, già moribondo, darebbe l’ultimo respiro) ma di “tagli” non molto differenti di quelli di tremontiana memoria. Il colto e l’inclito (dalle Parti sociali a molti parlamentari) non capisce perché utilizzare termini in inglese per servire la solita zuppa. Quindi, si inalbera. Pure scostumatamente. Sarebbe bastato porre l’accento su the quality of spending – parallelo di scienza delle finanze della quality of mercy con cui, travestita da avvocato, Porzia scioglie i vari nodi ne Il mercante di Venezia di William Shakespeare.

Non basta tagliare le spese pubbliche con bassa utilità per la collettività. Occorre migliorare la qualità della spesa sia complessivamente, sia nei singoli comparti. Il primo passo consiste in un migliore equilibrio tra spese pubbliche di parte corrente per consumi collettivi e spesa pubblica in conto capitale tale da attivare, in fase di cantiere, capacità produttiva non utilizzata (un tasso di disoccupazione al 10% delle forze lavoro indica che in Italia ce n’è, purtroppo, a iosa) e di aumentare la capacità produttiva multifattoriale grazie al miglioramento del capitale fisso sociale.

L’emergenza è duplice: da un lato, l’investimento pubblico in percentuale del Pil è giunto all’1,2% (rispetto a una media europea attorno al 2,5%), da un altro è dagli anni Ottanta che non si aggiornano parametri di valutazione e criteri di scelta per le spese pubbliche. In breve, da recenti studi della Banca d’Italia e da un documento di Osservazioni e Proposte del Cnel, emergono questi temi:

1- Le politiche e gli investimenti privati (sempre più chiamati a partecipare al finanziamento di infrastrutture) devono remunerare gli investitori a un tasso che non sia inferiore al costo opportunità del capitale. Quali misure adottare quando una politica o un investimento ha un valore economico per la collettività nel lungo periodo (una gamma di investimenti che va dalla tutela del patrimonio artistico e paesaggistico alla televisione digitale terrestre), ma potrebbe avere risultati insoddisfacenti nel breve periodo? In passato, il divario veniva colmato da varie forme di aiuto di Stato – oggi non più contemplabili a ragione non solo della normativa Ue, ma anche dei vincoli di bilancio. Occorre, quindi, pensare di colmare il divario con la regolazione, nazionale o europea? I grandi investimenti europei – ad esempio le reti transeuropee – non dovrebbero essere il grimaldello per una regolazione europea? Specialmente una “regolazione” che dia certezze di stabilità e di non essere frequentemente mutata sotto la spinta di interessi particolaristici pure di breve periodo.

2 – Le politiche e le spese pubbliche pure di parte corrente (a supporto del miglioramento della qualità della vita) avranno effetti anche sulle generazioni future, che in molti casi ne saranno le principali beneficiarie. Ciò solleva due ordini di interrogativi. In primo luogo, secondo Ocse e Banca mondiale, il tasso di attualizzazione utilizzato per valutare l’investimento pubblico in molti Paesi Ue (a lungo la Francia è stata un’eccezione) e dalla Commissione europea riflette il vincolo di bilancio pubblico e misura il declino del valore sociale delle risorse pubbliche liberamente utilizzabili. Non è il caso di seguire invece la più antica proposta di scegliere un tasso di attualizzazione che rispecchi il tasso d’interesse sui consumi. Secondo stime disponibili (anche da me effettuate), il primo approccio comporta un tasso di attualizzazione sull’8%, il secondo sul 2,5%; il primo non “cattura” quindi costi e benefici alla collettività nel lungo periodo. Né l’uno, né l’altro, poi, “catturano” costi e benefici alle generazioni future: due scuole si confrontano su “come farlo”, ambedue sono cariche di implicazioni di politica pubblica. Non è il caso di promuovere un’intesa a livello europeo?

3 – Le metodologie di analisi delle politiche e della spesa pubblica hanno posto l’accento sin dagli anni Settanta su come coniugare efficienza (intensa nel senso di redditività) con efficacia (intensa nel senso di distribuzione del reddito e, in un secondo tempo, delle opportunità). In materia si sono sviluppati metodi, tecniche e procedure basate sulle “ponderazioni variabili” dei costi e dei benefici a seconda dei livelli di reddito o di consumo delle varie categorie di soggetti coinvolti nell’“intrapresa”. Nel Ventunesimo secolo, e in Paesi avanzati a economia di mercato, l’enfasi si deve spostare su come coniugare il breve e medio con il lungo termine. Dato che previsioni e scenari (specialmente se controfattuali) a lungo termine sono ardui da costruire con un grado realistico di accuratezza, non è il caso di spostare l’accento dall’analisi del rischio all’analisi dell’incertezza?

Si tratta d’interrogativi non solo tecnici, ma anche politici a cui la spending review avrebbe dovuto iniziare a dare una risposta sin dalla sua prima fase. Tale risposta avrebbe costituito quelle cornice alla singole misure che oggi pare mancare.



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