CASO BARCLAYS/ L’esperto: difficile dimostrare la “truffa” sul Libor. Ora nuove regole

- int. Emilio Colombo

EMILIO COLOMBO, parlando fuori dal coro, afferma che il fatto che i vertici di Barclays abbiano effettivamente taroccato i tassi Libor è una circostanza ancora tutta da dimostrare

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Il caso Barclays continua a imperversare Oltremanica e potrebbe assumere proporzioni davvero rilevanti. Basti pensare, infatti, che sui tassi di riferimento Libor – i tassi d’interesse del mercato interbancario londinese – vengono scambiati ogni giorno 350 trilioni di dollari. Se Barclays truccava volutamente tali tassi con l’intenzione di speculare mentendo sulla propria effettiva solidità finanziaria, i guadagni illeciti e la distorsione del mercato finanziario risulterebbero di macroscopica entità. Per Emilio Colombo, docente di Economia internazionale presso l’Università Bicocca di Milano «si tratta di una questione completamente da definire e tutt’altro che semplice. Il tasso Libor, infatti, può essere assimilato a un prezzo di mercato. Barclays è accusata di averlo manipolato dopo il crollo di Lehman Brothers. Il problema è che, in quel periodo, nel tardo autunno del 2008, il mercato interbancario era crollato. Praticamente, non esisteva. Le banche non si prestavano soldi tra di loro. In assenza di mercato, quindi, come si fa a determinare un prezzo? E come si fa a stabilire quando tale prezzo stia deviando da quello standard?». L’accusa sarebbe relativa, in particolare, al periodo della crisi. «Se si guarda i grafici di allora, effettivamente, i tassi erano decisamente diversi da quelli delle altre banche. Tuttavia, in seguito, si sono riallineati».

Eppure, in vertici di Barclays sono stati “decapitati”, la banca costretta a pagare 360 milioni di euro di multa, mentre è in corso un’inchiesta parlamentare. «E’ vero. Dobbiamo, tuttavia, considerare il fatto che viviamo in un momento in cui la finanza è ritenuta responsabile delle nefandezze più terrificanti. Oltretutto, Barclays è invischiata nell’affare Brontos; un sistema in cui erano stati costruiti dei prodotti con l’obiettivo di far risparmiare, in maniera, fraudolenta, alle banche coinvolte, ingenti capitali. E’ possibile che, quindi, tutto ciò costituisca una sorta di patteggiamento per evitare di avere ulteriormente i fari dell’opinione pubblica puntati addosso».

Resta capire se l’operazione possa avere prodotto ripercussioni sul nostro sistema bancario. «Direi che è un’ipotesi da escludere. In Italia, infatti, la presenza di Barclays è sempre stata estremamente modesta, con una quota di mercato minimale. Oltretutto, paradossalmente, la solidità della società non è stata messa in discussione. O, quantomeno, rimane meno esposta ai rsischi di molti altri istituti di credito. E’ stata, del resto, tra le poche che ai tempi della crisi non ha chiesto aiuti al governo. Certo si tratta di un colpo alla sua reputazione. Ma niente di più». 

A fronte di quanto è accaduto, si rende comunque necessario interrogarsi su cosa fare per impedire, in futuro, episodio del genere. «Sicuramente, occorre una vigilanza più estesa, con controlli più efficaci. Va detto che la Bank of England è sempre stata precisa e puntuale nelle sua analisi, mentre il mercato, ormai, è diventato talmente sofisticato da rendere praticamente impossibile accertare la natura fraudolenta di alcuni comportamenti». Rispetto al sistema americano, però, c’è una differenza importante che l’Inghilterra, come il mercato europeo, farebbe bene a importare: «Se realmente sussiste dolo, e non si tratta di un semplice errore strategico, negli Usa, si va in galera».

 

(Paolo Nessi)

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