FINANZA/ 1. Bertone: così la speculazione “fantasma” mette in ginocchio l’Italia

- Ugo Bertone

Quanto visto ieri sui mercati non è certamente un buon segnale. UGO BERTONE ci spiega perché l’Italia, e anche gli altri paesi, continuano a rischiare una profonda recessione

Draghi_Bce_ChinoR439
Infophoto

Benvenuti al cinema della Grande Crisi. Da ieri, come previsto, è in programmazione “Recessione 2, minaccia finale” in tutte le sale d’Europa, Regno Unito compreso, più quelle della Grande Cina. Manca all’appello quello che resta il palcoscenico più importante, cioè gli Usa. Ma non temete: presto Ben Bernanke entrerà in azione, nonostante le resistenze dei Repubblicani consapevoli che, nel 2008, la recessione costò loro la Casa bianca.

I tagli della Bce, in contemporanea con gli interventi della Bank of England e della People Bank of China sono stati, agli occhi dei mercati, la conferma che la situazione dell’economia globale è brutta proprio come sembra. Come nel 2008/09, quando la crisi di Lehman Brothers si rivelò una mina ben più grave di quanto previsto dalle autorità Usa. Forse anche di più perché, come dimostra l’aumento dello spread dei titoli italiani e spagnoli, schizzato dopo gli annunci oltre quota 450 (e verso l’abisso dei 600 punti base per la Spagna), la grande finanza non crede affatto che la cooperazione internazionale, soprattutto a livello Ue, stia procedendo nella direzione e con la velocità necessaria.

Certo, come sempre, qualche motivo di consolazione c’è. Tanto per cominciare, vale il detto “mal comune mezzo gaudio”. A differenza di quel che succedeva anche solo un mese fa, come ha sottolineato Mario Draghi, il problema ha investito nello stesso modo tutti, sia l’Europa del sud che la Germania, che scopre di non essere immune dal contagio. Anche se cresce il differenziale tra Btp e Bund, Berlino non ha motivi per sorridere: il crollo della domanda dei clienti del made in Germany, comprese Audi e Mercedes, sta facendo precipitare la redditività della pur efficientissima locomotiva tedesca che non può più contare sullo sbocco in Cina.

È una novità di non poco conto, che ha convinto la Bundesbank ad aderire non solo al taglio dei tassi ai minimi di sempre, ma anche all’azzeramento degli interessi per i depositi presso la Bce, finora pari allo 0,25%. È passato poco più di un anno da quando la Siemens, una volta ottenuto lo status di banca (al pari di Volkswagen e altri colossi tedeschi) ha prelevato tutti i fondi dalle banche straniere (in quel caso la francese Société Générale) per parcheggiarli a Francoforte. Fu l’inizio della grande ritirata che ha poi investito in pieno le banche italiane e i Btp, oltre che prosciugare, di riflesso, le riserve necessarie per gli impieghi.

Oggi, dopo che il terremoto iniziato ad Atene sta provocando i suoi effetti anche presso i clienti più recenti ed entusiasti del made in Germany (vedi la Cina, dove non si contano gli industrialotti che devono fare economie, a partire dall’auto di lusso), i big di oltre Reno prendono atto che non basta produrre belle macchine. O investire in casa propria per creare macchine ancora più belle e più redditizie per le imprese. Prima o poi, infatti, occorre venderle. Per il bene di tutti, insomma, sarebbe necessario rimettere in circolo la liquidità ora parcheggiata nelle casse di Francoforte. Di qui la decisione di non pagare alcun interesse, per stimolare gli impieghi in attività produttive riavviando un ciclo virtuoso di investimenti.

Basterà? Forse. Ma la miscela liquidità abbondante, investimenti che ristagnano a fronte di una domanda dei consumatori che scende in sintonia con il crollo della fiducia, ricorda da vicino la trappola della liquidità descritta da John Maynard Keynes negli anni Trenta: nessuno prende più a prestito il denaro perché non ha senso produrre beni per un mercato troppo povero per fare acquisti. La situazione che la nonna di Ben Bernanke, che viveva in una città di calzolai dove negli anni Trenta nessuno aveva i soldi per comprarsi le scarpe, ha raccontato al nipote in anni non sospetti.

Ahimè, spesso la storia si ripete. Nel 1932 il tracollo della Credit Anstalt di Vienna, segnò l’avvio della fase più dura della recessione europea. Ottant’anni dopo, la caduta degli dei, da Bob Diamond di Barclays a Rodrigo Rato di Bankia, senza dimenticare il precedente di JP Morgan, ha il sapore di un amaro vintage. Senza riandare lontano nel tempo, la situazione ricorda da vicino quella del 2008, quando si sottovalutò l’impatto della crisi di Lehman Brothers, con ragionamenti che ricordano da vicino l’apparente flemma dei commentatori tedeschi di fronte al tracollo della Grecia, la bancarotta spagnola e il possibile KO italiano.

Come già avvenuto allora, l’economia globale rischia di inabissarsi in una spirale negativa che è necessario scongiurare al più presto. Purtroppo, da questo punto di vista, la situazione sembra ancor peggiore che nel 2008. Allora, infatti, gli Usa reagirono alla crisi con una svolta di politica economica e con una robusta iniezione di capitali in ossequio al principio per cui, quando cade la domanda dei privati e gli investimenti delle aziende, lo Stato deve iniettare nel mercato i capitali necessari per evitare il collasso. Non è l’atteggiamento, almeno ufficiale, dell’Unione europea, ormai giudicata l’“untore” che sta mettendo a rischio non solo la salute della comunità a 27, compresa la stessa Germania, ma anche la crescita degli Emergenti.

Certo, si può vedere il bicchiere mezzo pieno. Come ha dichiarato Mario Monti in Parlamento pochi minuti dopo la conferenza stampa di Draghi, le conclusioni del vertice europeo sono un esempio di “dinamismo politico”. L’esito del consiglio di Bruxelles, aggiunge Draghi da Francoforte, “pone l’Unione su basi più solide” e dà all’Europa “una road map per arrivare a una vera unione economica e monetaria”.

Tutto vero. Ma lo stesso Draghi ha preso atto che, prima di intervenire sui focolai di crisi, Italia e Spagna, la Bce dovrà attendere le nuove regole sull’utilizzo del fondo salva Stati e dell’Ems, necessario per evitare il tracollo della Spagna, alle prese con uno spread che si avvicina a laghi passi a 600 punti base. Intanto Piazza Affari affonda sotto i colpi della speculazione fantasma: bastano pochi soldi per far precipitare i titoli di casa nostra verso valori risibili, giustificati solo dalla convinzione che per 24-36 mesi (come ha previsto Sergio Marchionne) in Europa non si guadagnerà un euro (ammesso che resista la moneta unica).

Difficile spegnere il fuoco con i secchielli e gli idranti, se gli aerei antincendio restano negli hangar.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori