FINANZA/ 2. I nuovi numeri che fanno tremare l’Europa (e l’Italia)

- Mauro Bottarelli

Gli ultimi dati sull’Eurozona non sono confortanti dato che si avvicina la recessione tecnica. E la situazione dei singoli paesi non migliora. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Cartoline (estive) dall’Europa dell’austerity. Rinfrancati dal fatto che la Corte costituzionale tedesca non prenderà ulteriore tempo per esprimesi sulla legittimità del fondo salva-Stati permanente Eam (sarebbe stato francamente troppo, a quel punto anche il club filatelico di Colonia e quello del tutela del wurstel di Amburgo avrebbero potuto accampare ragioni in nome della democrazia e chiedere un rinvio), tocca prendere atto di una serie di poco edificanti esempi di come stia evolvendo la crisi.

Martedì la Grecia ha raccolto 4 miliardi di euro collocando titoli di Stato a tre mesi, con rendimenti in rialzo al 4,43% dal 4,28% della precedente asta. Un conto salato ma necessario, ben 3,2 miliardi dei 4 raccolti servono infatti per ripagare i bond ellenici in pancia alla Bce che scadono il 20 agosto. Per Atene una scelta obbligata, dopo il rifiuto dei partner dell’eurozona di concedere un prestito ponte finalizzato a rimborsare i titoli di stato in pancia all’Eurotower. Peccato che, al netto del fatto che così agendo Atene aumenta lo stock di debito invece di ridurlo come voluto dalla troika, la Bce si farà sì rimborsare il bond ma avendo aumentato la disponibilità di intervento della Banca centrale greca presso l’Ela fino a 7 miliardi, ci troviamo comunque di fronte a un chiaro schema Ponzi. Ma tant’è.

In compenso, inizia lo shopping a prezzo di saldo. Porti turistici in gestione a terzi, per fare cassa: in Grecia un apposito comitato interministeriale ha dato l’ok al fondo di privatizzazione del Paese (Taiped) per rilasciare, nell’ambito del programma del governo di coalizione per rimpinguare le casse statali, concessioni a eventuali investitori per la gestione di 23 piccoli porti e marine su tutto il territorio nazionale. Nel gruppo dei porti che saranno dati in appalto figurano anche quelli dell’isola di Zante (Zakintos), Katakolon (a Sud di Patrasso) e Argostoli (sull’isola di Cefalonia) e i porticcioli turistici di Glyfada, sobborgo meridionale di Atene e su un certo numero di isole e località balneari. Porti e marine continueranno a funzionare normalmente finché non si troveranno gli investitori. Venerdì scorso, lo stesso comitato governativo per le privatizzazioni aveva approvato la vendita di azioni dello Stato del servizio postale ellenico (Elta) e dell’industria automobilistica statale (Elvo). Ma non solo. Alcune compagnie greche di navigazione costiera (quelle che gestiscono i collegamenti con i traghetti da e per le isole) potrebbero chiudere i battenti nel giro di pochi mesi a causa delle pesanti ristrettezze economiche in cui si trovano a operare a causa del prezzo troppo elevato del carburante e degli aumentati costi di manutenzione delle navi uniti al crollo del traffico passeggeri. Lo riferiva la stampa ateniese citando i dati del rapporto annuale redatto dalla compagnia di consulenza d’affari ellenica Xrtc.

Secondo lo studio, il settore del cabotaggio marittimo greco è sotto forte pressione per il quarto anno consecutivo a causa di molti fattori negativi. Gli operatori si trovano ad affrontare un forte calo dell’attività che su alcune rotte – nel periodo 2009-2011 – è stato di circa il 15% per i veicoli e quasi il 25% per il traffico passeggeri e la tendenza al ribasso continua. La situazione è aggravata dall’incremento del costo del carburante che costituisce più del 50% delle spese operative quotidiane dei traghetti. A ciò si aggiunge il fatto che il governo greco – per mancanza di fondi – ha rinviato l’erogazione di sovvenzioni per le rotte non redditizie per periodi che arrivano sino a otto mesi.

E tanto per non farci mancare niente, ecco la perla. La Federazione degli insegnanti delle scuole primarie (Doe) greche ha lanciato l’allarme sul serio rischio che, per mancanza di finanziamenti statali, il prossimo inverno molte scuole non saranno in grado di pagare la sempre più costosa bolletta del gasolio per il riscaldamento. La Doe, come riferiva la stampa di Atene, in un suo comunicato ha reso noto che la prima rata dei fondi pubblici destinati alle scuole lo scorso anno scolastico è già stata tagliata di un terzo. La seconda rata, che era attesa lo scorso aprile, deve essere ancora pagata, ma – ha aggiunto la Doe – se i tagli andranno avanti di questo passo «è certo che le scuole non saranno in grado di acquistare il gasolio di cui hanno bisogno per l’inverno». Nella nota del Doe si critica inoltre il fatto che il governo abbia assunto soltanto 200 nuovi insegnanti a fronte dei quasi 5mila che, secondo il sindacato, sono andati in pensione negli ultimi tempi.

Ma grazie a Dio, non c’è solo la Grecia. La quale, di fatto, è un caso limite. Forse. Martedì il premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha infatti annunciato che la Spagna non ha ancora preso alcuna decisione sul ricorso allo scudo anti-spread e non ne prenderà fino a quando non vi saranno dettagli chiari sul piano di aiuti da parte della Banca centrale europea. A stretto giro di posta, la risposta del Commissario Ue, Olli Rehn, il quale ha confermato che «non c’è ancora alcuna decisione della Spagna su un’eventuale richiesta di aiuto, ma Madrid è aperta a una possibile richiesta. L’Ue è pronta ad agire, se c’è una richiesta». Insomma, sarà salvataggio o no? L’unica certezza, comunicata dalla Banca di Spagna, è che gli istituti iberici hanno preso in prestito a luglio dalla Banca centrale europea 375,5 miliardi di euro, un nuovo record dopo i 337,5 di giugno. Insomma, le banche spagnole sono morte senza le continue trasfusioni dell’Eurotower. Dall’inizio dell’anno, poi, la Spagna ha ottenuto prestiti per 257 miliardi di euro, di fatto inesigibili e non ripagabili. Siamo alla sindrome di Stoccolma, la Spagna è felice ostaggio della Bce ed entrambi sanno che continueranno a vivere solo se tutti i due continuano a resistere.

In compenso, la Spagna non avrà ancora deciso se chiedere o meno il salvataggio, ma ha già approntato un piano per infliggere perdite immediate tra il 50% e il 70% verso i correntisti che hanno acquistato prodotti ad alto rendimento (e quindi ad alto rischio), salvo ripagarli in pieno dell’investimento nell’arco di 4-6 anni, grazie ai soldi comunitari per la ricapitalizzazione. E chi è stato il campione di collocamento di quei prodotti degni di un hedge fund londinese? Bankia, la banca del Real Madrid, che ne ha distribuito per il controvalore di 3 miliardi di euro tra 80mila clienti desiderosi di rendimenti quasi a doppia cifra e che se ora pagheranno in conto, in un futuro prossimo si vedranno rimborsati con i soldi di tutti noi. Alla faccia del rischio di mercato.

Buone notizie per le banche italiane, invece, le quali a luglio hanno ricevuto dalla Bce prestiti per 283 miliardi, “solo” 2 miliardi in più rispetto a giugno. Ma si sa, qual è il problema? Lo schema Ponzi prevede che le banche possano continuare a emettere bonds con garanzia governativa, motivo per cui il nostro debito pubblico lunedì ha sfondato un nuovo record. Evviva! Ma la situazione, cari lettori, comincia a scricchiolare a livello generale. Se è vero come è vero che la Germania ha emesso BuBills a sei mesi per 3,7 miliardi pagando un rendimento negativo record al -0,499%, è altrettanto vero che la domanda è scesa da 1,7 volte rispetto l’offerta a 1,3 volte e che il rendimento del Bund a 10 anni è passato dall’1,38% all’1,40% in un solo giorno, sintomo che si comincia a scaricare i titoli tedeschi a lunga scadenza e a soppesare il fatto che il contagio potrà toccare anche Berlino.

Le cifre, d’altronde, parlano chiaro. Nel secondo trimestre il Pil dell’Eurozona è tornato sottozero con una contrazione congiunturale pari al -0,2%, non accadeva dal quarto trimestre del 2011 (-0,3%), mentre il primo trimestre di quest’anno aveva registrato crescita zero. Tra le quattro maggiori economie dell’Unione monetaria, la Germania continua sì a navigare in controtendenza archiviando il secondo trimestre con una variazione trimestrale pari al +0,3%, ma aziende leader come Bmw o Puma cominciano a fare i conti con un netto rallentamento del loro export in Europa. Tiene la Francia, ma solo aggrappandosi alla crescita zero. La Spagna ha accusato una flessione al -0,4%. Fanalino di coda l’Italia al -0,7%. La frenata del ciclo potrebbe essere ancora in corso, gli indicatori suggeriscono un ulteriore indebolimento della crescita all’inizio del terzo trimestre. Mentre l’indice pmi composito è leggermente salito a luglio, l’indice eurocoin è sceso più in basso.

Queste tendenze sono coerenti con una contrazione del Pil dell’Eurozona nel terzo trimestre compresa tra il -0,3% e il -0,4%. Va ricordato che due contrazioni trimestrali consecutive del Pil definiscono tecnicamente una situazione di recessione. Il tutto, non scordando che l’Eurozona ha già registrato anche un calo della produzione industriale dello 0,6%. Nella notte tra lunedì e martedì, la clearing house Lch ha alzato i margini per la detenzione di debito italiano e spagnolo, per il semplice fatto che – come abbiamo visto prima – le banche di quei due Paesi stanno continuamente aumentando i loro prestiti presso la Bce. Altro giro, altro regalo: per quanto possa reggere il giochino, però, non è dato a sapersi.

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