GEOFINANZA/ I guai che gli Usa vogliono nascondere

- Mauro Bottarelli

Oggi è senza dubbio un giorno importante per la crisi dell’Eurozona, ma sull’altra sponda dell’Atlantico le cose non vanno benissimo. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Timothy Geithner (Infophoto)

«La Banca centrale europea non deve oltrepassare il suo mandato. L’indipendenza della Bce è una caratteristica che i padri fondatori dell’Unione europea le hanno dato per metterla al riparo dalla mancanza di volontà della politica o da conflitti con la politica. Bisognerebbe essere consapevoli che questa indipendenza richiede anche il rispetto del mandato». Parole e musica del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, in un’intervista rilasciata a pubblicazione interna proprio della Banca centrale (insomma, se la canta e se la suona), resa nota dalla stessa istituzione.

Di più, per Weidmann «certamente non direi che siamo solo una delle 17 banche centrali. La Bundesbank è la banca più grande e importante dell’eurosistema e ha un peso maggiore rispetto a molte altre banche centrali. Ciò significa che abbiamo un ruolo diverso rispetto alle altre banche e non a caso manteniamo il ruolo più attivo nel dibattito pubblico europeo sul futuro dell’unione monetaria». Della serie, Monti faccia tutti i tour che vuole in giro per l’Europa e Hollande firmi tutti gli appelli che vuole, le regole le facciamo noi. E tanto per darvi il senso di questo vero e proprio tackle con piede a martello della Buba, basta scoprire che l’intervista risale al 29 giugno, ma, guarda caso, è stata pubblicata proprio ieri sul sito della banca centrale tedesca, in occasione dei 55 anni dalla sua fondazione. Tu guarda che combinazione!

Ma ce ne sono troppe, in queste ore, di combinazioni. E poi non dite che non l’avevo scritto. In tre mesi Deutsche Bank ha infatti ridotto di quasi la metà i titoli di Stato spagnoli nel suo portafoglio, mentre ha aumentato da 2 a 2,5 miliardi i bond italiani. Secondo quanto reso noto martedì mattina dall’istituto di Francoforte con la presentazione del bilancio del secondo trimestre, alla fine di giugno l’istituto di credito possedeva ancora 873 milioni di euro di bond spagnoli: tre mesi prima erano circa 1,4 miliardi. La più grande banca privata tedesca ha inoltre ridotto ulteriormente il volume di titoli pubblici di altri Stati dell’eurozona in difficoltà: al momento Deutsche Bank ha ancora in pancia 143 milioni di euro in bond portoghesi, 338 milioni di euro di titoli Irlandesi e 35 milioni di euro in certificati greci. Questi i dati presentati martedì, come stia operando in questi giorni non è dato però a sapere: una cosa è certa, esattamente come lo scorso luglio, il cerino nella pineta resa secca dal sole della speculazione è stato lanciato da Deutsche Bank. Bravi, davvero bravi.

In compenso, sono altri i dati bancari a farmi paura. I crediti deteriorati netti delle banche italiane hanno sfondato a marzo 2012 la soglia dei 100 miliardi di euro (+7,9% sul trimestre precedente): lo certifica la R&S 2012 del Centro Studi di Mediobanca sulle 50 maggiori società quotate, in cui viene evidenziato che il portafoglio derivati a fine 2011 ha toccato un totale di 193,3 miliardi. C’è poi la Grecia, la quale non è affatto scomparsa dai radar del pericolo e, anzi, si sta avvicinando a passi spediti verso l’addio all’eurozona, come di fatto auspicato dai tedeschi. A confermarlo ci ha pensato nientemeno che il vice-ministro delle Finanze, Christos Staikouras, parlando alla tv di Stato Net: «Le nostre riserve di contanti sono praticamente a zero. È rischioso dire fino a quando dureranno, visto che dipende dall’esecuzione del budget, dagli introiti e dalle spese».

Il problema è che il 20 agosto va in scadenza un bond da 3,2 miliardi di euro e in caso Atene non onori la scadenza, la Bce non pare avere intenzione di intervenire: a quel punto non ci saranno soldi per pagare nulla delle spese correnti di un Stato, dai servizi essenziali agli stipendi alle pensioni. In parole povere, cosa ha detto il vice-ministro? Che hanno sovrastimato le entrate e sottostimato le spese: cosa farà ora Atene? Tenterà, come fatto in passato, di evitare la bancarotta dilazionando i pagamenti oppure emettendo debito a breve scadenza per raggranellare qualche euro in attesa che la troika dia il via libera allo sblocco dei fondi? Questa volta no, la Bce è stata chiara: il 20 agosto quel bond va rimborsato. Punto.

In compenso, altrove le cose non vanno bene ma nessuno ne parla, abbagliato da rendimenti ai minimi storici frutto di manipolazione ma che fanno gridare al Paese rifugio e al fly-to-safety. Indovinello: quale nazione sta per vedere il proprio servizio postale nazionale fare default su due pagamenti dovuti al Tesoro? La Grecia, forse? O la Spagna, magari. No, gli Stati Uniti. Ieri, infatti, lo U.S. Postal Service non ha onorato un pagamento da 5,5 miliardi di dollari dovuto al Treasury per i futuri benefit sanitari dei dipendenti in pensione e lo stesso accadrà per un’altra scadenza il prossimo settembre: non è una previsione pessimistica, lo ha confermato l’azienda lunedì, annunciando come stia studiando modalità per posticipare altri obblighi di pagamento. Nei prossimi mesi, infatti, dovrebbe versare 1,5 miliardi di dollari al Dipartimento del Lavoro per le compensazioni dei lavoratori, oltre a milioni di pagamenti di interessi al Tesoro. Gli uffici postali non chiuderanno, ovviamente, la posta sarà consegnata, i dipendenti verranno pagati così come i lavoratori in pensione, ma le continue perdite e la crisi di solvibilità dell’azienda potrebbero portare alla bancarotta, se il Congresso non emanerà una legge ad hoc, attualmente bloccata.

Questo per far capire che il Paese che in questi giorni sta facendo il tagliando alle riforme di Italia e Spagna, spalleggiato da Wolfgang Schauble in visita a Tim Geithner, non solo è lo stesso che ha dato vita alla crisi nel 2008, ma appare giorno dopo giorno sempre con i conti più fuori controllo. Ben peggio di quanto non accada in Europa. Quando lo scorso 30 aprile, il Treasury statunitense rese note le proprie proiezioni di finanziamento del debito, più di un’analista si chiese – a bassa voce, come si conviene – come potessero essere sostenibili quei 447 miliardi di nuovo debito negli ultimi due trimestri dell’anno, a fronte di aziende con oltre 100 milioni di riserve cash che pagano virtualmente zero tasse e sempre più lavoratori che vedevano il loro impiego trasformato da tempo indeterminato a temporaneo, con salario quindi più basso e minore imposizione fiscale. L’America aveva forse trovato la formula magica per aumentare le entrate fiscali?

Detto fatto, lunedì il Treasury ha ammesso che nel trimestre che ha inizio a settembre si aspetta di emettere 276 miliardi di dollari in debito negoziabile netto, dando per assodato un cash balance per la fine di settembre di 60 miliardi di dollari. Questa stima di prestito è già di per sé superiore di 12 miliardi di dollari rispetto a quanto annunciato ad aprile ed è direttamente riconducibile a minori entrate, maggiore spesa pubblica, redemptions di detenzioni in portafoglio al sistema della Federal Reserve e maggiori emissioni di securities statali e del governi locali. Insomma, il Treasury lunedì ha ammesso candidamente di aver introitato meno a livello fiscale e di aver speso in eccesso e quindi di avere necessità fiscali per il quarto trimestre non di 253 miliardi di dollari, ma di 272 miliardi, il tutto dopo aver registrato necessità di finanziamento superiore per 5 miliardi di dollari anche nel terzo trimestre.

Insomma, numeri alla mano gli Stati Uniti infrangeranno il tetto di debito un’altra volta e ben prima della fine dell’anno, potenzialmente in autunno e in piena campagna elettorale per le presidenziali. Al 30 settembre 2012, stando alle previsioni del Treasury, il debito sarà di 16.132 miliardi di dollari, mentre al 31 dicembre sarà di 16.448 miliardi di dollari: tanto per dare un’idea, il tetto di debito è fissato a 16.394 miliardi. Inoltre, il totale del debito contratto dagli Usa nella seconda metà del calendario del 2012 è stimato in 592 miliardi di dollari, mentre le necessità di finanziamento sono attese a quota 603 miliardi di dollari. E ancora, il totale del debito contratto nel quarto trimestre è stimato in 316 miliardi di dollari più del previsto, maggiore sia del terzo (276 miliardi) che del quarto (310 miliardi) trimestre. Per l’intero calendario fiscale 2012, il debito contratto dagli Usa è stimato in 1.165 miliardi di dollari, contro i 1051 dell’intero 2011. In parole povere, il 2012 vedrà un incremento del debito totale Usa del 10%, con il Pil totale atteso in crescita sotto il 2% per tutto l’anno.

Partendo dal presupposto che i numeri del Treasury siano attendibili, ogni giorno della seconda metà del 2012 vedrà il Treasury emettere in media 3,3 miliardi di debito ogni giorno e 136 milioni ogni ora, numero che se calcolato in base ai giorni lavorativi porta con sé 4,8 miliardi di nuovo debito al giorno e 200 milioni all’ora lavorata. Partendo da un crescita sequenziale del Pil dell’1%, gli Stati Uniti chiuderanno il 2012 con un ratio debito/Pil del 103,4%. Temiamo, però, che fra tre mesi, quando il Treasury renderà di nuovo note le previsioni di rifinanziamento, le cifre cambieranno ancora e non certo in meglio. Standard&Poor’s e Moody’s non ha nulla da dire al riguardo?

Certo, l’America ha il vantaggio di avere la Fed e un governo per l’Unione che parla con una voce sola, una politica economica e fiscale unica e un’unica agenzia per il debito. Ciò non toglie che, al netto dei numeri e delle responsabilità, un certo squilibrio di giudizio è presente. O, forse, non è voce così minoritaria nella composizione psicologica dei prezzi, spread sovrani in testa. Ma si sa, loro sono gli Usa, così come la Bundesbank è quasi una dea mitologica. Forse è giunta l’ora di un po’ di sana iconoclastia finanziaria ed economica.

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