SCONTRI ALCOA/ I “sacrifici” che dividono governo e sindacati

- int. Francesco Daveri

Secondo FRANCESCO DAVERI, il caso dell’Alcoa riflette la debolezza della nostra politica industriale. Tuttavia, c’è il modo di contemperare le esigenze economiche e quelle sociali

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Gli operai Alcoa (Infophoto)

Mentre al ministero dello Sviluppo economico si trattava a oltranza, fuori infuriavano gli scontri. Tra operai inferociti, petardi, bombe carta, e tafferugli con le forze dell’ordine, si sono registrati una ventina di feriti. Paradossalmente, quelli che si trovavano dentro e quelli che si trovavano fuori agivano col medesimo intento: scongiurare la chiusura dell’Alcoa. Che, se non troverà un acquirente, cesserà la sua attività entro l’anno. Lo stabilimento di Portovesme (Sulcis) produttore di alluminio, infatti, viene etichettato come energivoro; se non avesse goduto, quindi, di una tariffazione agevolata, i costi, per la proprietà americana, avrebbero superato i ricavi. Da quando l’Ue ha identificato tali tariffe come aiuti di Stato illeciti, è così. Abbiamo fatto il punto della situazione con Francesco Daveri, docente di Scenari Economici presso l’Università di Parma.

Tutta la vicenda legata all’Alcoa sta facendo emergere i limiti della nostra politica industriale?

Effettivamente, riflette un problema che non è certo venuto a galla oggi: quello della localizzazione delle imprese manifatturiere in Italia. Un’azienda straniera che volesse approdare in Italia troverebbe condizioni estremamente sfavorevoli. In termini, anzitutto, di costi e burocrazia.

Passera si è detto convinto del fatto che l’Alcoa non sia un caso impossibile.

Credo che il governo non possa fare altro che trovare dei compratori. Certo, potrebbe ipotizzare una conversione produttiva. Ma questo non si improvvisa dall’oggi al domani. In sostanza, siamo di fronte a problemi di non facile soluzione. Oltretutto, siamo in una fase in cui si è prestata la massima attenzione ai vincoli di bilancio al punto che non è escludibile che sia diminuita l’attenzione sulle esigenze di lungo periodo. Ovvero, quelle relative al futuro dell’industria manifatturiera italiana.

Come si risponde a tali esigenze?

Ci sono due opzioni: la prima, consiste nel preservare tutti i posti di lavoro a tutti i costi. Una strada che può funzionare per un periodo di tempo limitato, e in condizioni di risorse pubbliche abbondanti. L’altra, prevalente in tutto il mondo, impone che le aziende che riescono a rimanere in piedi lo facciano da sole, tagliando gli sprechi, localizzando dove i costi dell’energia sono più bassi e ci sia più semplicità nel fare impresa.

Quindi, sarebbe legittimo continuare a erogare aiuti di Stato mascherati per rendere il prodotto appetibile a degli acquirenti stranieri?

Non credo che rappresenti una strategia adeguata a un Paese grande come l’Italia. Meglio, a questo, punto, offrire sussidi alle persone che diano un minimo di respiro mentre cercano un altro lavoro o che offrano loro la possibilità di riqualificarsi. Sarebbe ancora più opportuno determinare quelle condizioni che rendessero appetibile alle grandi imprese sbarcare nel nostro Paese; favorendo, quindi, gli investimenti esteri; altresì, sarebbe necessario garantire il lavoro attraverso le piccole imprese, alimentandone la nascita attraverso la semplificazione burocratica e con sgravi fiscali che incentivino le assunzioni e l’innovazione. 

 

Tra i due modelli di impresa, quindi, quale va maggiormente incentivato?

 

In realtà, la situazione ideale è quella in cui, attorno alla grande impresa, orbiti una costellazione di piccole. Esse, un tempo, nell’ambito dei distretti industriali, garantivano co-gestibilità e creavano, al contempo, posti di lavoro. Favorire una piccola imprenditorialità a sostegno del grande settore manifatturiero, in grado di garantire servizi e segmenti produttivi, consente di contemperare le esigenze di competitività e lavoro. Ovvero: le grande imprese competono sul mercato internazionale, mentre le piccole creano occupazione riuscendo, magari, a esportare in quanto appartenenti alle filiera produttiva imperniata sulla grande.

 

Come valuta il fatto che, nonostante molte aziende versino in condizioni simili, il governo si sia mosso per l’Alcoa in seguito alla protesta degli operai?

Credo che l’azione del governo non dovrebbe essere dettata dalla piazza. E’ pur vero che la necessità di preservare i posti, nella zona in cui è presente l’Alcoa, è più impellente che altrove. Le possibilità di trovare lavoro, lì, sono molto più basse che in gran parte delle altre Regioni italiane. Gli operai, d’altro canto, nella società dell’immagine e dell’audience, non hanno fatto altro che adeguarsi. Non avendo i mezzi di comunicazione a loro disposizione, hanno fatto i modo di finire nei titoli dei tg e dei giornali. 

 

(Paolo Nessi)

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