CORTE TEDESCA/ 1. Un “sì” che mette nei guai Monti e la Merkel

- Stefano Cingolani

Gli otto giudici costituzionali tedeschi hanno dato il via libera all’Esm. Una decisione che lascia Raojy, Monti e Merkel di fronte a scelte difficili. L’analisi di STEFANO CINGOLANI

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Angela Merkel e Mario Monti (Infophoto)

Abbiamo tutti tirato un gran sospiro di sollievo ieri, leggendo la sentenza dell’Alta corte tedesca. Gli otto giudici costituzionali hanno dato il via libera all’Esm, il meccanismo europeo di stabilità, in sostanza lo strumento per evitare il collasso degli stati oberati dal debito pubblico. Il semaforo verde non è senza se e senza ma: le condizioni ci sono e molto rigorose. Per esempio, le risorse messe a disposizione dalla Germania non potranno superare i 190 miliardi di euro già stanziati (su un totale di 500). Un limite alle disponibilità liquide del fondo il quale non può agire come una banca e quindi emettere titoli sul mercato per aumentare le proprie disponibilità (una proposta di Mario Monti bocciata dal governo tedesco).

Ciò, agli occhi della corte di Karlsruhe, tutela la sovranità nazionale e la responsabilità dello stesso Esm (i denari provengono dalle tasche dei contribuenti, possono essere stanziati solo dopo una decisione dei legittimi rappresentanti del popolo), ma paradossalmente lascia ancor più margini di manovra alla Banca centrale europea che ha deciso di intervenire sul mercato secondario senza limiti di sorta. Principi e realtà non sempre coincidono e quando entrano in contrasto, per lo più prevale la realtà. Tuttavia, la decisione di ieri chiude una fase importante, turbolenta e pericolosa della battaglia economico-politica ingaggiata in Europa tra governi e mercati. E apre un ciclo diverso, forse ancor più complicato.

Lo scontro campale, cominciato un anno fa, è stato vinto da Angela Merkel e da Mario Draghi. Proprio la convergenza tra i due, dopo un periodo in cui si sono a lungo studiati, ha segnato la svolta, maturata nel giugno scorso alla drammatica vigilia del vertice europeo. Adesso si leva il sipario su un altro atto, il quarto se cominciamo l’intera recita dalla crisi dei subprime nell’agosto 2007 per poi proseguire con il crac Lehman e la crisi dei debiti sovrani. L’allarme ora non riguarda più finanza, banche, governi, ma industrie, lavoro, reddito. Perché la priorità da questo momento in poi diventa senza alcun dubbio la recessione. E qui saranno nuovi guai per la Merkel, per Monti, per Mariano Rajoy, per i governi dei paesi in difficoltà, ma anche per quelli finora “virtuosi”: la virtù non dura in eterno, meno che mai in economia.

John Plender, editorialista del Financial Times insinua un dubbio atroce: “Nessuno può essere davvero sicuro – scrive sul quotidiano vicino alla City – che anche dopo la recente riduzione del costo dell’indebitamento, Spagna e Italia siano davvero paesi solvibili. L’Italia non ha mostrato nessuna crescita nell’ultimo decennio e resta fondamentalmente non competitiva, con un mercato del lavoro rigido. Il debito netto del settore pubblico è superiore al 100% del prodotto lordo. Come il resto dell’Europa meridionale, è stata costretta a restringere la politica fiscale in senso pro ciclico proprio nel momento in cui ritorna in una recessione che provocherà una riduzione dei redditi imponibili e i debiti si accumuleranno in un sistema bancario sottocapitalizzato. L’aritmetica del debito con un ambiente di non crescita e tassi sui titoli governativi decennali che superano il 5% è, per dirlo in modo gentile, implacabile. Lo stesso vale per la Spagna anche se le circostanze economiche sono diverse”.

Un’analisi spietata, ma realistica. In sostanza, la Bce ha risolto un problema di accesso al mercato e ha fatto guadagnare tempo. “Ma qualcuno crede che il successore di questo governo tecnocratico in Italia ne farà buon uso?”, si chiede ancora Plender il quale non fa altro che esprimere il senso comune che circola sui mercati.

Se Roma e Madrid piangono, a Berlino non c’è molto da ridere. La crisi finanziaria ha mostrato quanto siano interconnessi i paesi europei. Dirk Schumaker della Goldman Sachs calcola che la Germania ha accumulato un credito in termini di investimenti netti pari a 2.700 miliardi di euro (poco meno del Pil tedesco) in altre economie della zona euro, soprattutto fino al 2008. La Bundesbank pubblica, dal canto suo, una tabella impressionante. Mille miliardi sono incagliati nei cinque paesi più travagliati. Se l’euro crollasse questi crediti verrebbero svalutati, dal 30% al 50% almeno, trascinando nel baratro banche e imprese tedesche. Salvando i paesi in difficoltà, dunque, il Modell Deutschland salva anche se stesso. Ma anche questa è una soluzione solo di breve periodo. Perché l’unico modo per uscire davvero dal pantano è che l’insieme dell’Europa torni a crescere. E affinché ciò avvenga, bisogna che la Germania faccia da locomotiva. Invece, la sua strategia rimane sostanzialmente ancorata al dogma dell’austerità sempre e comunque, con il rischio che anche l’economia tedesca finisca in recessione.

Quando aumenta la disoccupazione, anche Herr Otto, ossessionato dall’inflazione, comincerà a preoccuparsi dell’altro corno del dilemma, scaricando, però, colpe e responsabilità all’esterno, sui paesi “viziosi”, sul trasferimento di risorse, sulla Bce spendacciona e compagnia cantando. In un anno elettorale, nessuno sarà in grado di convincerlo che è ora di cambiare passo e guidare una politica di rilancio. Dunque, almeno fino al prossimo settembre, non c’è da sperare che gli angeli dello sviluppo volino sopra Berlino.

Né si può prevedere che il traino venga dagli Stati Uniti impegnati in una confusa campagna presidenziale. Al di là di demagogiche promesse a destra come a sinistra, né Romney, né Obama hanno mostrato una ricetta convivente. Anche l’America, dunque, resta appesa alle mosse della Federal Reserve che oggi dovrebbe cominciare la terza tranche del quantitative easing, mettendo in circolazione altra moneta. Ma pure Helicopter Ben ha un limite e a Jackson Hole, il 30 agosto scorso, ha fatto capire chiaramente che c’è arrivato vicino. La parola, dunque, è ai governi anche sull’altra sponda dell’Atlantico.

Tutto ciò lascia con le spalle al muro la Spagna e l’Italia. Entrambi i paesi sono dilaniati da potenti forze centrifughe. Il crac della Catalogna sta aizzando i sentimenti indipendentisti (come se lo scialo di Barcellona non ricadesse anche sui catalani) e una dopo l’altra si sfaldano le grandi regioni tenute insieme finora da un boom artificioso pieno di bolle… e di balle. Ma in Italia il rischio di decomposizione è sia verticale sia orizzontale. A mano a mano che ci si avvicina alle elezioni, emerge un Paese senza meta.

Le stesse preferenze elettorali, oggi come oggi, indicano una ingovernabilità di fondo. Mentre la crisi finanziaria è diventata produttiva e l’emergenza economica si è fatta sociale. Anche se è evidente che il problema si chiama produttività, è scattato il solito scaricabarile, di chi è la colpa, chi deve fare la prima mossa. Monti ha dato alle parti sociali un mese. Il governo chiede loro di trovare un’intesa. Confindustria e sindacati pretendono sostegni, aiutini, incentivi, come se nulla fosse. Tra ribellismo di operai disperati e apparati sindacali in riscaldamento per la solita parata di scioperi più o meno generali, c’è il rischio di consumare le poche settimane rimaste di qui a novembre. Poi, è finita. Il trimestre elettorale sarà una saga di promesse e di bugie.

La City e i suoi corifei perseguono i loro interessi; pensano male, tutto il male possibile, e peccano senza nemmeno pentirsene; ma siamo così sicuri che si sbaglino?

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