FINANZA/ Quei 400 miliardi che fanno traballare le banche

- Mauro Bottarelli

Anziché dar vita a operazioni di deleveraging, le banche europee hanno aumentato i loro asset, facendo crescere così anche i propri rischi. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Dopo “la droga a un tossicodipendente”, ora “le tentazioni del diavolo”. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha rilanciato le sue critiche contro il piano di possibili acquisti calmieranti di titoli di Stato della Bce, scomodando Goethe e il suo capolavoro e gettando ombre messianiche sull’operato dell’Eurotower. Sebbene il banchiere centrale tedesco non abbia citato direttamente le manovre della Bce, a un convegno ha utilizzato una serie di citazioni che hanno tracciato parallelismi fra le strategie dell’istituzione e il “Faust” dell’autore tedesco.

Nel celebre dramma, Mefistofele convince l’imperatore del Sacro Romano Impero a risolvere una crisi economica stampando banconote, agganciate all’oro che tuttavia non è nell’effettiva disponibilità dell’Impero. Sulle prime la cosa funziona, ma poi il continuo stampare carta moneta finisce per creare una spirale inflazionistica. Il classico scenario da incubo che i banchieri centrali della Germania vengono addestrati a evitare a ogni costo fin dai tempi dell’iperinflazione di Weimar: «Nel Faust – ha detto Weidmann – lo Stato riesce a scaricarsi dei debiti stampando danaro, mentre la domanda dei consumatori aumenta creando una forte ripresa. Ma questo più in avanti porta a un’inflazione che distrugge il sistema monetario e porta a un rapido deprezzamento della valuta». Insomma, la normale logica dei tedeschi, piaccia o meno.

Ora, al netto di uno spread basso, ma ancora allarmante, e del fatto che martedì il cds spagnolo a 5 anni ha preso 20 punti base intraday, segnale che i mercati temono un’eccessiva dilazione da parte di Rajoy nella richiesta di aiuti a fronte di dati macro in perenne peggioramento, una cosa è certa: la Bce ha certificato che le due aste Ltro non sono servite a nulla, se non a far guadagnare tempo alle banche. Ricordate quando un anno fa gli istituti europei certificarono la necessità di tagliare assets per almeno 1,2 triliardi di dollari per riuscire ad affrontare la crisi del debito sovrano, il cosiddetto deleveraging? Bene, non solo non si sono messe a dieta, ma sono ingrassate ulteriormente.

I principali istituti dell’eurozona hanno infatti aumentato i loro assets del 7%, portandoli alla fine di luglio a un totale di 34,3 triliardi di euro, come certificato dalla Bce stessa. Ad aumentare maggiormente gli stati patrimoniali, Bnp Paribas, Santander e Unicredit, le top dell’ingrasso nei dodici mesi terminati alla fine dello scorso mese di giugno. Insomma, le aste, lungi dall’aumentare la capacità di prestito, sono servite solo a fornire denaro per acquistare debito pubblico e per eliminare gli effetti del credit crunch sul breve termine, eliminando la dipendenza delle banche dal finanziamento sull’open market. Tra non molto, quindi, servirà una nuova iniezione di capitale, per fare roll over sulle prime due o anche soltanto per mantenere operativi i bilanci delle banche.

Royal Bank of Scotland lo scorso anno stimò in 5 triliardi di euro il numero di assets bancari da eliminare nei cinque anni seguenti, mentre lo stesso Fmi in un report dello scorso aprile parlava di 3,8 triliardi. Niente di tutto questo. I prestiti totali nell’area euro sono saliti a 18,6 triliardi di euro al 31 luglio contro i 18,5 triliardi della fine del 2011, mascherando l’impatto reale della crisi in Paesi come la Spagna. Insomma, impieghi in aumento a fronte di assets in aumento: ma cosa ci fanno le banche con i soldi? Acquistano bond, qualcosa che solo reinvestendo nell’obbligazionario i soldi delle aste Ltro può garantire un profitto del 10% del totale, una manna per chi deve in ogni modo far fronte a nuovi e più stringenti requisiti di capitale.

Basti pensare che il Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index ha guadagnato il 17% quest’anno, a fronte del solo +12% dell’indice Euro Stoxx 50. Insomma, i soldi della Bce hanno ridotto l’incentivazione a ripulire i bilanci per le banche: si incassa e si evita – o, almeno, si rimanda – in questo modo il processo di ristrutturazione interna. E l’immondizia, sotto il tappeto, continua a crescere. Intesa San Paolo ha aumentato gli acquisti di debito italiano fino a 80 miliardi di euro nel giugno scorso dai 64 di un anno prima, portando il totale degli assets al 30 giugno a 666 miliardi di euro, un aumento del 3%. Unicredit ha aumentato gli assets del 4%, portandoli a un totale di 955 miliardi di euro nello stesso periodo. Acquistare, soprattutto con i soldi della Bce, è infatti più facile che vendere, visto che per gli assets peggiori, i compratori chiedono sconti anche del 50% sul valore facciale, un qualcosa che andrebbe a erodere capitale nei libri della banca che vende.

Le banche spagnole, ad esempio, in attesa dei 100 miliardi europei per la ricapitalizzazione, sono a forte rischio di deleveraging obbligato, vista la decisione governativa di aprire una bad bank dove parcheggiare i prestiti tossici al settore real estate. Santander ha espanso i suoi assets addirittura del 5% a 1,29 triliardi di euro nei dodici mesi terminati il 30 giugno scorsi, grazie ai prestiti in forte aumento in America Latina e Usa che hanno annullato i cali netti in patria e in Portogallo. Gli assets bilanciati al rischio, invece, sono scesi del 3,3%, sintomo che si è venduto ciò che di buono – o di meno peggio – c’era in casa, ma nulla rispetto a quanto in realtà necessita.

Ora, però, la festa potrebbe essere alla fine. Al netto di una improbabile terza asta Ltro, le banche devono aumentare il livello della vendita di assets per andare incontro alle nuove scadenze della regolamentazione di Basilea, qualcosa come 400 miliardi di euro solo per il Core Tier1. Insomma, Draghi ha forse evitato qualche fallimento a breve termine, ma ha rallentato e ritardato passi necessari per gli istituti: le banche sono, di fatto, l’anello debole dell’economia e devono essere obbligate a vendere assets, visto che se si garantisce loro di poter utilizzare gli scadenziari graditi, il ritardo e il rimando divengono legge.

Siamo al rischio di “giapponificazione” del sistema bancario, ovvero un periodo eccessivamente prolungato richiesto per ripulire gli stati patrimoniali. Siamo passati dal rischio di una deleveraging accelerata, al contrario: non è detto che questo sia meglio, nonostante così paia. Ma c’è un altro rischio che sta colpendo le banche europee, soprattutto quelle dei Paesi cosiddetti periferici: le fughe di capitale, vera e propria minaccia al sistema finanziario integrato europeo.

Eurobank, seconda banca greca, ha perso il 22% dei suoi depositi nei dodici mesi terminati il 31 marzo scorso. Banco Santander, prima banca spagnola, nel solo mese di luglio ha perso il 6,3% dei suoi depositi domestici, mentre Banco Popular Espanol, sesta banca del Paese, ha conosciuto addirittura un -9,5% nello stesso mese. Le banche di Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia, nei dodici mesi conclusisi il 31 luglio, hanno conosciuto capitali in fuga per 326 miliardi di euro, guarda caso poco più dei 300 miliardi di nuovo capitale giunto come inflow nelle banche dell’Europa core, Germania, Francia e Olanda.

Altro che unione bancaria, siamo alla frammentazione totale, alla vera disintegrazione dell’area euro, visto che le aziende pagano fino a 2 punti percentuali in più per prendere a prestito denaro nell’Europa periferica. Non si può pensare di crescere, stante la recessione, in condizioni di tale divergenza. Ecco spiegato perché, pur di mantenere i depositi, in Grecia si arrivi a pagare fino al 5% di interesse ed ecco perché il tasso medio per nuovi prestiti a istituzioni non finanziarie ha toccato oltre il 7% in Grecia, il 6,5% in Spagna e il 6,2% in Italia contro il 4% di Germania, Francia e Olanda.

Insomma, a pagare sono sempre e comunque cittadini e imprese, quelli che dovevano essere i beneficiari delle due aste Ltro della Bce. Urge agire, altrimenti la Bce potrà fare ben poco.

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