AUTO/ L’esperto: −20% di Fiat? Meno tasse per fermare il contagio

- int. Franco Oppedisano

FRANCO OPPEDISANO spiega perché la crisi che ha colpito il mercato automobilistico italiano potrebbe facilmente estendersi ad altri settori della nostra economia

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Peggio di così non poteva andare. L’ad di Fiat, Sergio Marchionne, con un eufemistico «mese non bello in Italia», ha descritto il peggiore andamento del mercato automobilistico degli ultimi tempi. Le previsioni su agosto, infatti, registrano un -20% di vendite rispetto all’anno scorso. Marchionne, a margine di una cerimonia in onore del trentennale dell’uccisione del generale Alberto Dalla Chiesa, ha, inoltre, fatto presente di non aver «mai visto un numero così basso in vita mia» ma che si tratta pur sempre di cifre in linea con le, seppure tristi, previsioni. Il timore, è che dal comparto dell’auto si estenda un contagio in grado di deteriorare molti altri settori dell’economia. Abbiamo fatto il punto della situazione con Franco Oppedisano, giornalista economico ed esperto di mercato automobilistico.

Potrebbe scatenarsi un effetto a catena?

Sì, purtroppo. E’ da mesi che la situazione peggiora. Tuttavia, un dato così negativo non si vedeva da vent’anni almeno. E non c’è alcun segnale che lasci intendere che ci sarà un’inversione di tendenza, nulla che lasci sperare che nei prossimi mesi si determinerà un cambio di rotta. Il che produrrà profonde ripercussioni su tutto l’indotto. Calerà, di conseguenza, il Pil nazionale, mentre i numeri del mercato occupazionale si ridurranno ulteriormente.

E’ così solo in Italia o in tutta Europa?

E’ così in tutta Europa anche se i dati italiani sono particolarmente bassi. In ogni caso, a livello di continente, ci sono molte più fabbriche di quelle di cui ci sarebbe bisogno. Molte di esse chiuderanno, mentre molte altre hanno già chiuso. Basti pensare che, in Italia, si era convinti che non si sarebbe mai scesi sotto il limite di 1milione e 960mila auto prodotte; quest’anno, invece, sarà già tanto se si riuscirà a produrre circa 1milione 450mila vetture. Fino a cinque anni fa, inoltre, se ne vendevano attorno ai 2,4 milioni.

C’è il rischio che il mercato dell’auto si stabilizzi su livelli così bassi?

Va detto che tutte le misure sin qui assunte dalla politica, specialmente  in Italia, non hanno fatto altro che penalizzarlo ulteriormente: dal rincaro dei bolli all’aumento delle accise sulla benzina, dal costo delle assicurazioni ai tassi di finanziamento. Comprare un’auto, d’altro canto, è sempre più difficile. Si sta acuendo, oltretutto, la tendenza a farne a meno. Sta di fatto che, secondo gran parte degli analisti, il mercato dell’auto uscirà realmente dalla crisi tra 8 anni, nel 2020.

Come facciamo a esserne sicuri?

Non ne siamo sicuri. 8 anni, economicamente, sono troppi per fare previsioni realmente attendibili. Sta di fatto che, per allora, le vetture che circolano attualmente saranno stravecchie, avranno centinaia di migliaia di chilometri e andranno necessariamente cambiate.

Marchionne, dal canto suo, sta seguendo la strada giusta?

Direi di sì. Sta cercando di espandere sempre di più la produzione, tentando, in particolare, di approdare o di stabilizzare il proprio business nei Paesi emergenti. Resta il fatto che difficilmente i problemi che ha in Italia saranno risolvibili.

Si riferisce ai rapporti con i sindacati?

Non solo. Anzi. Quello, tutto sommato, è un problema secondario. Quello fondamentale restano le scarse vendite. Se, ogni mese, segnassero un +10%, tutte le tensioni con il mondo sindacale tenderebbero a raffreddarsi. Si acuiscono, invece, proprio a causa della difficilissima contingenza. Basti pensare che, se escludiamo Chrysler, Fiat ha perso, in Europa, centinaia di milioni di euro.

In ogni caso, quali misure sarebbe necessario adottare per facilitare la ripresa?

La maggior parte delle auto sono vendute attraverso finanziamenti; che, tuttavia, sono attualmente così onerosi dal far desistere dall’acquisto. Sarebbe necessario, quindi, operare con maggior disponibilità, modificando i tassi al ribasso. Occorrerebbe, inoltre, diminuire l’imposizione fiscale, elevata a tal punto da essere divenuta anch’essa un fattore fortemente disincentivante; e, oltretutto, come è ben noto, in casi come questi, va a finire che, di norma, diminuisce il gettito fiscale, riducendosi la base imponibile. Infine,  se si mettesse a punto una macchina realmente in grado di superare i limiti tradizionali delle elettriche, e che non andasse a benzina o a gasolio, i consumatori potrebbero essere invogliati a comprarle e il panorama potrebbe cambiare.  

 

(Paolo Nessi)

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