FINANZA/ I numeri che smontano l’ottimismo delle borse

- Mauro Bottarelli

Mentre l’emorragia di capitali non si arresta, spiega MAURO BOTTARELLI, i miliardi promessi al sistema spagnolo non saranno sufficienti nemmeno a finanziare le esigenze delle regioni

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Mariano Rajoy (Infophoto)

Nel 2007, quando il boom di Wall Street era al suo culmine, Louise Yamada sentenziò: vendete. Ebbe ragione. Gli analisti tecnici, d’altronde, tendono a non seguire le emozioni o i rumors: seguono trend e indicatori, freddi come solo numeri e pattern possono essere. Oggi, Louise Yamada sta intravedendo gli stessi segnali di allora, con crescite continue delle Borse europee e statunitensi a fronte non solo di dati macro che tutto giustificano tranne che euforia sull’azionario ma anche della continua fuga degli investitori retail: nel solo mese di luglio i mutual funds americani hanno ritirato dal mercato qualcosa come 12,7 miliardi di investimenti.

Insomma, siamo in pieno rally da ricopertura degli shorts degli hedge funds. D’altronde, i volumi sono bassi e continuano a scendere, l’indice statunitense dei titoli legati al trasporto è rimasto indietro rispetto agli industriali del Dow Jones, un segnale di allarme storicamente riconosciuto. Insomma, in base alla cosiddetta Dow Theory siamo di fronte a un segnale di vendita. Nonostante i prezzi delle azioni siano ancora bassi in termini assoluti, la sbornia da debito ancora in atto non consente di superare la ratio price/earnings sopra quota 11. Sia l’indice Vix, quello che misura la volatilità, che la ratio tra put e call sul mercato delle opzioni, poi, segnala un trend simile a quello registrato nei picchi precedenti. Le posizioni speculative al rialzo sul Nasdaq cominciano a strizzarsi e il Brent sta avvicinandosi ai 120 dollari al barile, altro segnale chiaro che si stanno toccando i picchi prima della correzione.

D’altronde, i numeri parlano chiaro: l’S&P 500 da inizio giugno ha guadagnato il 10%, il CAC40 francese il 16%, il Dax tedesco il 15%, nonostante entrambe i Paesi stiano flirtando con la recessione. Non parliamo poi di Italia e Spagna, nazioni in piena depressione economica i cui indici in tre mesi hanno guadagnato rispettivamente il 20% e 24%, questo nonostante i rendimenti sui decennali sovrani siano 400 punti base sopra il tasso nominale di crescita del Pil, un trappola mortale. Inoltre, cresce sempre di più tra gli analisti la convinzione che il 12 settembre prossimo la Corte costituzionale tedesca possa bocciare il fondo ESM, ipotesi che alla Morgan Stanley quantificano del 40%: a quel punto, la correzione potrebbe essere davvero dolorosa, visto che impatterebbe direttamente sul mercato obbligazionario, legato a doppio filo ai titoli bancari, vista la quantità di debito sovrano che sta in pancia agli istituti del Vecchio continente.

Prendiamo l’esempio della Spagna, il cui ministro delle Finanze, Luis De Guindos, ieri ha reso noto che il Fondo di ristrutturazione bancaria ordinata (Frob) «procederà con un’iniezione di capitale per Bankia che sarà annunciata nelle prossime ore» (l’ammontare dei finanziamenti oscilla, secondo le previsioni, tra i 4 e i 5 miliardi di euro, necessari a coprire le perdite di 4,45 miliardi accumulate nel semestre e rese note da Bankia venerdì scorso). Tra dicembre 2011 e fine marzo 2012 le banche spagnole hanno comprato debito sovrano iberico per 109 miliardi di dollari, aiutate dalle politiche della Bce, la quale prima ha dato vita alle due aste LTRO e poi ha proceduto a sempre maggiori allentamenti dei requisiti per il collaterale, accettando di fatto anche la carta igienica come garanzia. 

Da marzo in poi, però, il trend ha conosciuto un’inversione, visto che – stante le posizioni di capitale inadeguate – gli istituti iberici hanno venduto debito sovrano del loro Paese per 21,3 miliardi di dollari, 11,7 dei quali solo nel mese di luglio, anche a causa delle fughe di capitale.

Come vi ho già detto la scorsa settimana, la Banca di Spagna ha certificato che solo nel mese di giugno 70,90 miliardi di dollari hanno detto addio alle banche spagnole, mentre a luglio la cifra è arrivata addirittura a 92,88 miliardi di dollari, pari al 4,7% di tutti i depositi bancari spagnoli. Nei primi sette mesi dell’anno, il totale degli outflows ha raggiunto i 368,80 miliardi di dollari, pari al 17,7% del totale dei depositi e il trend appare decisamente in traiettoria di continuo peggioramento. Anche a fronte di questi numeri, alcune banche cominciano a porre dei limiti all’acquisto di debito: BNP Paribas recentemente ha imposto un massimo di 12,5 miliardi di dollari per nazione e molti altri istituti stanno seguendo l’esempio. Di più, la stessa BNP Paribas ha ridotto le sue detenzioni di debito sovrano del 35% da giugno dello scorso anno: nel solo mese di luglio di quest’anno, l’aggregato della riduzione di detenzioni di debito sovrano delle banche francesi ha toccato gli 8,7 miliardi di dollari. Insomma, segnali che contrastano con l’ottimismo delle Borse e portano acqua al mulino di chi predice una correzione.

D’altronde, il rendimento del decennale spagnolo viaggia in area 6,8%, il trentennale è al 7,34% e, peggio ancora, lo stock di debito rischia di peggiorare nonostante l’austerity, a causa delle sempre crescenti necessità di salvataggio delle varie regioni del Paese. Dopo la Catalogna, Valencia e la Murcia, ieri è stato il turno dell’Andalucia di chiedere 1 miliardi di euro di aiuti al governo centrale attraverso il fondo speciale di salvataggio: peccato che i circa 22 miliardi di dollari di cui dispone il veicolo governativo non si avvicinano nemmeno alle reali necessità di finanziamento delle regioni, quantificate tra i 50 e 75 miliardi di dollari. Nel solo mese di ottobre, poi, la Spagna ha maturazioni di bonds sovrani per 25 miliardi di dollari, a cui va aggiunto nuovo debito da emettere: insomma, auguroni. Anche perché, al netto degli annunci del ministro delle Finanze, l’iniezione di capitale per Bankia porta con sé un effetto collaterale non da poco: l’istituto, infatti, ha emesso azioni privilegiate a molti suoi correntisti, titoli che saranno polverizzati se verranno utilizzati fondi europei per ricapitalizzare sotto l’attuale legislazione. In soldoni, Rajoy rischia di trovarsi le strade piene di cittadini-contribuenti infuriati con il governo. Con un tasso di disoccupazione al 25,1%, più alto della Grecia e addirittura al 53% per gli under-25, l’ultima cosa che serve al governo spagnolo è la rivolta anche dei correntisti-azionisti di Bankia. Insomma, cosa abbiano da festeggiare le Borse rimane decisamente un mistero.

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