MOODY’S/ La “guerra dei mondi” resterà senza vincitori?

- Sergio Luciano

Il recente downgrading dell’area euro da parte di Moody’s, lungi dall’essere qualcosa di “imparziale”, è l’ennesimo atto di una “guerra dei mondi”. SERGIO LUCIANO

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Quella che attizza la brace della crisi finanziaria del Vecchio Continente è qualcosa in più di una “tempesta perfetta” dei mercati finanziari. E’ una guerra di mondi. Da una parte, la vecchia Europa, con il suo capitalismo di modello renano, basato sull’attenzione per gli “stakeholder” (portatori d’interesse verso le imprese: azionisti sì, ma anche dipendenti, fornitori, territorio) prioritaria rispetto all’attenzione per gli “shareholder” (azionisti); basato sull’impresa familiare, sui rapporti stabili banche-imprese e sulla nazionalità delle imprese; e si può aggiungere un quinto pilastro, figlio del primo, cioè la concertazione permanente tra datori e prestatori di lavoro. Dall’altra parte, il modello anglosassone, con imprese che si focalizzano più sul marketing che sul sistema produttivo, più sui mercati finanzari che sulla banca, più sugli investitori finanziari che sulla famiglia fondatrice, più sulla mobilità che sulla stabilità del lavoro.

Già queste, sarebbero differenze sufficienti a rendere quei mondi incompatibili. Ma c’è ben di più e ben di peggio. C’è un mondo occidentale che ha vissuto tutto al di sopra dei propri mezzi, almeno negli ultimi 25 anni. Ed è tutto troppo indebitato. Non sa più da chi farsi finanziare questo debito, visto che in giro ci sono più debiti da vendere che acquirenti per comprarli. Scatta così una concorrenza spietata tra emittenti: di fronte a un’Eurozona che ha un debito medio sul pil inferiore al 100%, ci sono gli Stati Uniti d’America che supererebbero il 140% se solo accettassero di adottare le stesse contabilità pubbliche dell’Europa. Questo vuol dire che quando il Tesoro Usa o uno dei ministeri del Tesoro dei Paesi dell’euro si trovano concorrenti sul mercato mondiale del risparmio, in cuor suo ciascuno spera che l’altro salti.

Che meraviglia se poi Moody’s e Standard and Poor’s, le due grandi agenzie di rating american, non perdono occasione per abbassare il rating all’Europa – l’altro giorno, hanno ridotto l’outlook a tutta l’Eurozona – oltre che per martellare questo o quello stato europeo più debole? Ovvio, a prescindere da qualunque vera o inventata ricostruzione sulle ragioni recondite di simili scelte…

Alla base del fatto che la Gran Bretagna, pur aderendo opportunisticamente all’Unione europea, non si sia mai sognata di apportare la propria sterlina all’euro, c’è anche questa nitida percezione di “alterità”, di incolmabile differenza tra quel Paese, ormai una colonia della finanza americana, e gli altri. Perché la Gran Bretagna punta sugli States, per il suo futuro, non certo sui “consoci” della malcilenta Europa.

Tutto questo discorso serve solo per aiutare a capire il perché di quello strano avvicendamento tra le esternazioni durissime della Merkel contro i mercati, ovvero contro gli speculatori che vi imperversano (“Non sono amici del popolo”, ha detto la Cancelliera) e il downgrading dell’outlook (mamma mia: significa la riduzione del voto prospettico) dell’Unione europea da parte di Moody’s, a causa delle “prospettive negative dei Paesi che danno un contributo maggiore al bilancio dell’Ue (Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi)”.

L’incompatibilità tra i due modelli non poteva esprimersi più chiaramente. Il paradosso è che tra i due litiganti non ce n’è un terzo che possa godere; e per molte ragioni può darsi che entrambi soccombano a una crisi globale che travalica questa “guerra dei mondi” ed esprime l’impotenza ormai conclamata delle istituzioni politiche a gestire un sistema troppo complesso, dove la forza auto-regolatoria (si fa per dire) dei mercati è sfuggita di mano ai legislatori e ai governanti e li sovrasta, finendo spesso con lo schiacciarli.

E mentre Europa e Usa divergono sempre di più, sinistri segnali di scricchiolii arrivano anche dai Paesi che ci avevano abituato a una crescita galoppante, Brasile, Russia, India e Cina. Costringendoci a chiederci dove mai il mondo ritroverà quella locomotiva della crescita che dovrebbe sostituire le vecchie motrici di Stati Uniti o Europa “germanica” o, peggio ancora, entrambe, che stanno infilandosi sul binario morto.

 

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