CASO MPS/ 2. Uno scandalo che rovina i “piani” di Monti, Grilli e Moavero

- Giuseppe Pennisi

Le vicende riguardanti il Monte dei Paschi di Siena hanno ripercussioni che vanno al di là del sistema bancario italiano e arrivano in Europa. GIUSEPPE PENNISI ci spiega perché

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Qualcuno, ci auguriamo, pagherà per i danni inferti agli italiani dalle vicende del Monte dei Paschi di Siena. Se i fatti narrati in questi giorni nelle cronache giornalistiche sono documentati e provati. Vale la pena di capire a quanto ammonta il danno al fine di un eventuale risarcimento. Agli italiani. Se si stima il danno sulla base dei Monti bond, che comprendono anche il rifinanziamento dei Tremonti bond, il danno finanziario sarebbe di 4 miliardi di euro. Quando negli anni Novanta si verificarono scandali di natura analoga in banche americane, stime econometriche portarono il danno reputazionale a 12-16 volte quello finanziario (ossia attorno ai 50-70 miliardi). La magistratura le accettò. Alcuni istituti chiusero i battenti. Alcuni manager, un tempo ritenuti “brillanti”, stanno ancora in prigione.

Non abbiamo la strumentazione econometrica per effettuare stime analoghe. Non vogliamo certo portare via il lavoro alla magistratura (inquirente e giudicante) e agli organi di controllo che paiono meritarsi anche loro una bella lavata di capo e lustrata. Non possiamo, però, non porre il problema. Tanto più se gli italiani sono stati pronti, vent’anni fa, a dimenticare presto le vicende del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia, né i nostri connazionali, né gli europei potranno accantonare quelle del Monte dei Paschi – molto più gravi nella sostanza e molto più pesanti per gli intrecci con una parte politica che ha la tendenza a volere dare lezione d’etica al resto dell’universo-mondo.

In Europa è in corso una trattativa per giungere a una banking union. Il Governo Monti – dobbiamo dargliene atto – e una pattuglia di euro-deputati guidata da Roberto Gualtieri sono riusciti a far sì che almeno uno dei tre capitoli del negoziato (quello relativo alla supervisione bancaria europea) non morisse sul nascere. Il compromesso che ha portato a quella che potrebbe essere la base di un accordo è stato in gran parte orchestrato dalla delegazione italiana.

Non vogliamo togliere alcun merito al Presidente Monti, ai Ministri Grilli e Moavero e alla diplomazia finanziaria dell’Italia nel sottolineare che il loro lavoro è stato facilitato dalla resistenza mostrata dal sistema bancario italiano alla crisi finanziaria in corso dal 2007. Lo scorso autunno – è vero – il Global Financial Stability Report del Fondo monetario internazionale ha scritto, in sostanza, che la resilience (capacità di essere dura e pura) della finanza italiana era ben inferiore di quanto mostrassero le apparenze – e da allora è in corso una vertenza epistolare tra Abi e Fmi – , ma mentre negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Irlanda, in Ungheria e in tanti altri paesi si era dovuti ricorrere a salvataggi e nazionalizzazioni, il sistema bancario italiano era rimasto forse vecchiotto e provinciale, ma indenne da serie difficoltà.

Ora il “caso Monte dei Paschi” mostra ai nostri interlocutori parte del sistema bancario come padri di famiglia in grisaglia ma grandi frequentatori di case di tolleranza. Svela legami non tanto occulti con un partito politico, prestiti elevatissimi (e privi di garanzie reali) a congiunti e parenti stretti degli amministratori, un uso di “derivati” da campagnoli poco astuti che si recano per la prima volta in città, un meccanismo di governance da fiaschetteria, un sistema di vigilanza e di controlli a cui è facile occultare documenti essenziali e prendere per il naso autorità i cui componenti sono tra i più retribuiti al mondo. Insomma, un quadro a metà strada tra Pirandello e Totò.

Inoltre, fa sorgere il dubbio che molti istituiti sono recalcitranti a finanziare imprese e famiglie perché i prestiti Bei vengono probabilmente utilizzati in portafogli apparentemente immacolati ma con titoli tossici di cui nessuno conosce l’entità. In questo quadro, i nostri interlocutori, europei e anche internazionali, si chiedono, giustamente, se siamo affidabili, se è possibile andare a braccetto con noi verso la banking union.

Che fare? Per contenere il danno, a mio avviso, si dovrebbe: a) nazionalizzare il Monte per porlo sul mercato (per rami d’impresa) man mano che i singoli rami sono risanati; b) iniziare “azioni di responsabilità” nei confronti degli amministratori e dei dirigenti; c) dare un nuovo statuto alla “new bank” tale da rendere difficile, ove non impossibile, che un partito politico la utilizzi come suo strumento; d) riesaminare il sistema di controlli e vigilanza. Non è tempo né di piagnistei né di pannicelli caldi.

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