SPILLO/ Mps e il “Btp day” di Caltagirone

- Gianni Credit

L’anno scorso si tennero i famosi Btp day, per invogliare gli italiani a investire in titoli di debito pubblico. Titoli di cui Mps era piena. L’analisi di GIANNI CREDIT

Mps_CartelloR439
Infophoto

Abbiamo letto ieri su un importante quotidiano una ricostruzione “insider” di una riunione del consiglio d’amministrazione di Mps del settembre 2011. In quell’occasione Francesco Gaetano Caltagirone (azionista privato al 4% e vicepresidente) avrebbe espresso preoccupazioni sul fatto che la banca senese fosse “lunga” in Btp: tanti, troppi e a troppo lunga scadenza per un equilibrato “asset and liability management” in bilancio.

Con fin troppa cautela il quotidiano osserva che pochi mesi dopo – fra dicembre e gennaio – l’immobiliarista romano vendette la sua quota in Mps, si rafforzò in Generali e acquisì l’1% di UniCredit, nel cui board oggi siede il figlio Francesco. Un caso di studio che meriterebbe forse qualche riflessione a sé sul piano della governance societaria e sugli standard tollerati dalle authority. Ma è probabilmente più interessante notare che quel quotidiano non riserva invece alcun cenno al fatto che poche settimane dopo quel cda Mps furono lanciati i “Btp day”: la sottoscrizione “a commissioni zero” di titoli pubblici di nuova emissione, nel pieno dell’attacco speculativo all’Italia.

Proprio quel quotidiano se ne fece promotore-principe e i “Btp day” si tennero effettivamente il 28 novembre e l’11 dicembre 2011, accompagnando l’insediamento del governo Monti. Molti italiani comprarono Btp, anche agli sportelli Mps. Il Monte scaricò alcuni dei suoi, così come avevano fatto molte banche italiane ed estere con i famigerati bond Cirio e Parmalat avviate al fallimento? Non lo sappiamo, ma è probabile che anche la Rocca – come tutte le altre banche aderenti all’iniziativa fatta propria dall’Abi – abbia invece effettivamente spinto il collocamento di nuovi titoli: un aiuto concreto al nuovo ministro dell’Economia “ad interim”, lo stesso premier Monti. Un’operazione “oro alla patria” di stampo mussoliniano che fece storcere qualche naso, fra cui quello de Il Sussidiario. Ma tanto fu: li volevano l’Europa, i mercati, i “due Mario”, Draghi e Monti. E li voleva fortemente quel quotidiano che oggi pretende di fare “giornalismo investigativo” postumo solo sulla solita Siena “rossa”.

In quelle stesse settimane, quel quotidiano applaudì anche la Bce, che dall’estate 2011 aveva comprato Btp sul mercato per arginare l’esplosione dello spread italiano. Fu Draghi da Francoforte, all’inizio del 2012, a concedere liquidità “a rubinetto” alle banche italiane perché si accollassero loro pacchi di Btp divenuti ad alto rischio, ma anche ad alto rendimento. L’effetto – in chiaroscuro – lo si è già visto nei conti intermedi di tutte le banche italiane nel 2012: investimenti a rischio supplementare in titoli governativi italiani a fronte dei debito contratto a tasso zero nelle aste Ltro; e un po’di metadone ai profitti, giustificato però anche dalle ingiuste penalizzazioni subite dal sistema bancario italiano nelle selvagge battaglie regolatorie.

Tutto questo – il vero intreccio fra “politica e banca” sui cosiddetti mercati, non quello contradaiolo della Toscana meridionale – meriterebbe più di una riflessione: bastano le comunicazioni ufficiali del mercato, non occorrono intercettazioni telefoniche “a orologeria” o verbali di consiglio usati come pericolosa foglia di fico. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori