ALITALIA/ Coi bond il Governo prepara un altro salvataggio mascherato

- int. Marco Ponti

Secondo MARCO PONTI, la sottoscrizione di obbligazioni da parte del governo rappresenta l’ennesimo salvataggio mascherato. Non resta che sperare nell’acquisizione da parte di Air France

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L’Alitalia agli italiani non si è rivelato un grande affare. L’acquisizione da parte dei Capitani coraggiosi non ha rilanciato l’azienda. Oggi, la compagnia rischia di rimanere a piedi. Letteralmente. Se entro due giorni non troverà i soldi, la flotta potrebbe restare a secco. Eni ha fatto sapere che non è disponibile a concedere ulteriore carburante a credito. Si prospetta l’ipotesi di una formula analoga a quella che venne individuata per salvare Mps, quando furono emessi i Monti-Bond. In pratica, Alitalia dovrebbe emettere delle obbligazioni che sarebbero sottoscritte dal governo. In cambio, l’azienda si impegnerebbe a offrire pesanti interessi. Abbiamo chiesto a Marco Ponti, professore di Economia applicata presso il politecnico di Milano, cosa ne pensa dell’ipotesi.

I bond sarebbero una soluzione?

Si tratta di un’operazione che altera il mercato. Nessuno si sognerebbe di mettere spontaneamente un euro nell’azienda. Il governo si assume, quindi, il rischio di fronte a un piano industriale che non esiste. Si tratta di un salvataggio mascherato. Rappresenta un sussidio implicito, una forma occulta di intervento dello Stato, secondo la stessa logica all’origine dei disastri della compagnia. È sempre stata, infatti, gestita politicamente e mai esposta realmente al mercato.

Lo Stato, quantomeno, non ci rimetterebbe.

Lo Stato, garantendo le obbligazioni, non ci rimette nulla contabilmente. Tuttavia, se Alitalia fallisce definitivamente, o se, comunque vada, non sarà in grado di restituire i soldi che le sono stati prestati (e non lo sarà), ci rimetteranno tutti i cittadini.

Perché lo Stato può fare un’operazione di questo genere ma l’Eni, che è pur sempre di proprietà dello Stato, non può più prestare carburante ad Alitalia?

L’Eni ha obblighi legali diversi dallo Stato. Deve mettere in bilancio anche i rischi. È tenuta a rispettare la normativa di un’impresa privata. Contestualmente, anche la Cdp ha uno statuto che non le consente di salvare Alitalia.

Finanziariamente, qual è la situazione della compagnia?

È un’emorragia continua. Il debito outstanding è di 870 milioni di euro. Quello vero, si stima che sia di un miliardo e 300 milioni. Di fatto, è già fallita. E non si vede all’orizzonte un piano industriale credibile.

Perché no?

I cosiddetti Capitani coraggiosi non distinguono un aereo da un camion; nessuno di loro, prima di entrare in Alitalia, ha mai operato nel settore. Inoltre, lo Stato gli concesse la parte buona dell’azienda, mentre la bad company venne scaricata sul bilancio pubblico. Come se non bastasse, in cambio del loro “sacrificio”, gli furono date vantaggiosissime agevolazioni. Considerate queste premesse, era impensabile che potessero realizzare un piano sostenibile. Che, oltretutto, a oggi comporterebbe tagli lacrime e sangue. Nel merito, è impensabile che una compagnia così piccola e così mediocre dal punto di vista del servizio offerto possa pensare di stare in maniera competitiva su tre mercati così profondamente diversi come quello nazionale, quello europeo e quello intercontinentale.

 

L’acquisizione da parte dei Benetton, già azionisti della compagnia e proprietari dell’aeroporto di Fiumicino, potrebbe essere una soluzione?

Se ci fosse questo interesse, l’avrebbero già comprata. Evidentemente, hanno visto i suoi conti e hanno capito che non gli conviene. Per metterci dei soldi bisogna avere una qualche prospettiva di non perderli. Probabilmente, solo Air France-Klm ha questa prospettiva.

 

Perché Air France sì e i Benetton no?

Air France si comprerebbe per un tozzo di pane un’azienda fallita, e sarebbe in grado di tenerla in vita rilanciandola all’interno di una strategia europea; perché è una grande compagnia. E, a differenza dei Benetton, dispone di un’economia di scala e del know how necessari per far funzionare anche la nostra piccola compagnia.

 

Non crede che Alitalia sia  strategica per gli interessi del Paese?

Se parliamo di settori in cui disponiamo di elevati livelli di  know how, allora è accettabile un ragionevole grado di protezionismo, per non perdere un importante asset industriale. Ma Alitalia non fabbrica aerei. Produce servizi. Per giunta, di livello medio-basso.  

 

La Francia è pur sempre il nostro principale competitor a livello turistico.

Insomma, qualcosa dovremo pur rimetterci. Lo ripeto: Alitalia, di fatto, è fallita. O scarichiamo per l’ennesima volta i costi sui contribuenti o ci accontentiamo di quello che viene. 

 

(Paolo Nessi)

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