SPY FINANZA/ I rumors che fanno tremare le banche

- Mauro Bottarelli

Martedì sono volati gli stracci tra Berlino, Bruxelles e Francoforte. E il motivo del contendere siamo stati noi, per l’esattezza le nostre banche, spiega MAURO BOTTARELLI

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Martedì sono volati gli stracci tra Berlino, Bruxelles e Francoforte. E il motivo del contendere siamo stati noi, per l’esattezza le nostre banche. A scatenare le ire dei nostri partner – immaginate con chi in testa – i due grafici riportati a fondo pagina. Dicono chiaramente una cosa: i nostri istituti hanno preso molto dalle due aste Ltro e hanno ridato ancora poco di quel denaro che, seppur a tasso bassissimo, va restituito all’Eurotower. E non è una questione da poco, vi assicuro. Per più di un motivo. Primo, da settimane è nell’aria la volontà di Draghi di dar vita a un nuovo Ltro singolo entro fine anno, per cercare di sbloccare il meccanismo di trasmissione del credito, soprattutto tra i periferici. Ovviamente, mettere sotto la lente d’ingrandimento i nostri istituti – insieme a quelli spagnoli – per la poca propensione a ridare quanto ottenuto, fornirebbe un’arma straordinaria alla Bundesbank per porre il veto su quell’ipotesi.

Secondo, se c’è un brutto momento per mettere tensione sulle banche è proprio questo. Anche in questo caso, i sintomi di un qualcosa che si sta disvelando nelle segrete stanze ci sono tutti. Lunedì prossimo, i ministri delle Finanze dell’eurozona discuteranno infatti le misure di garanzia per le banche europee che dovessero risultare sottocapitalizzate dopo le verifiche condotte dalla Banca centrale europea e gli stress test. Una fonte Ue ha sottolineato che al momento non ci sono motivi di preoccupazione visto che «il settore privato dimostra interesse a investire nelle banche e i tempi per le eventuali ricapitalizzazioni sono abbastanza lunghi». Quanto ai tempi per le eventuali ricapitalizzazioni delle banche dell’eurozona che si dovessero trovare sottocapitalizzate, il calendario prevede gli stress test nella prima metà del 2014, eventuali richieste di ricapitalizzazione da parte della Bce nell’autunno e a quel punto altri sei mesi per trovare il capitale necessario.

Insomma, ottimismo e cautela con il badile, la parola d’ordine pare essere tranquillizzare. Ma così non è. Perché qualcosa che potrebbe mettere pressione enorme sulle banche sarebbe già in lavorazione, come al solito grazie a quei mattacchioni dell’Eba. Stando a indiscrezioni filtrate in ambito europeo – e alle quali l’Eba stessa ha risposto con un laconico “no comment” – in vista degli stress test del prossimo anno, si intenderebbe penalizzare qualsiasi banca che rimanga troppo dipendente dal denaro delle due Ltro. Quindi, primo rischio: se questa scelta verrà confermata o, quantomeno, non smentita, le banche – soprattutto italiane e spagnole – si affretteranno a ridare i soldi alla Bce, nei fatti ritrovandosi nella necessità di finanziare il gap di capitale in qualche modo, primo tra i quali sarà l’ulteriore restrizione nella concessione di credito ad aziende e cittadini. Ma basterà? Ne dubito. Insomma, l’Eba vuole tenere conto negli stress test del maggiore costo della raccolta che le banche avrebbero senza l’utilizzo delle Ltro: una specie di apocalisse per le nostre banche e quelle spagnole.

Ma c’è un “ma”. Tale ipotesi, infatti, sarebbe eliminata nel momento in cui la Banca centrale europea varasse una nuova asta Ltro, iniziativa che allungherebbe le tempistiche per l’uscita da questo tipo di finanziamento e metterebbe meno sotto stress le banche per ripagare tale tipo di finanziamento. Insomma, Draghi conosceva l’intenzione dell’Eba e ha cominciato a parlare di terza asta oppure quella dell’Eba è una mossa concordata per fornire al capo dell’Eurotower l’alibi per indire l’operazione di rifinanziamento, stante il rischio sistemico cui si andrebbe incontro? Chi lo sa: vista l’aria che tira in Europa in queste ore, c’è proprio da navigare a vista. Una cosa è certa, anzi due. Primo, se passerà questa richiesta dell’Eba, l’attrattività dell’asta Ltro calerà e di molto, spingendo le banche ad altre forme di finanziamento: magari, come capita per le banche spagnole, un abuso delle self-help transactions, ovvero auto-emettere obbligazioni, farsele garantire dal governo di Madrid e poi usarle come collaterale presso la Bce per ottenere liquidità. A oggi dei circa 1,1 triliardi di euro delle due aste, sono rientrati alla Bce 352,9 miliardi di euro: il problema è che dei 665,7 miliardi ancora da restituire, le principali sette banche italiane sono tra le più esposte, con un aggregato di circa 120 miliardi di euro. Nodo che ha fatto volare gli stracci in sede Ue nelle ultime ore.

Secondo, con tempismo a dir poco perfetto, martedì il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, parlando a Berlino ha inviato i seguenti due siluri a Mario Draghi: «La sorveglianza bancaria da parte della Bce deve essere solo temporanea. Nel lungo periodo, è desiderabile una divisione della sorveglianza attraverso un’istituzione europea indipendente. Inoltre, la Bce rischia di dover fronteggiare potenziali conflitti d’interesse tra la sua responsabilità di sorveglianza e il suo mandato di politica monetaria». Per finire, la chicca: «Le insolvenze bancarie devono essere possibili senza mettere a repentaglio la stabilità del sistema finanziario». Insomma, guerra totale. Con cotè di operazioni sotterranee che fanno capire come qualcosa fosse a grande rischio in queste ore. E forse lo sia ancora.

Con un atto quasi senza precedenti, la Bank of England ieri ha dato vita a un’operazione repo a lungo termine su tasso variabile, nei fatti un Ltro in piena regola. E decisamente emergenziale, visto che definire operazione repo a lungo termine un’asta con data di maturity 9 gennaio 2014, ovvero tre mesi, vuol dire che qualcuno era semplicemente disperato nel cercare liquidità. Una grande banca inglese stava pagando lo scotto a qualche operazione spericolata? Oppure il nuovo governatore della Bank of England, Mark Carney, ha fatto un favore al suo ex sodale in Goldman Sachs, Mario Draghi, aprendo i rubinetti di Threadneedle Street, non potendo la Bce intervenire emergenzialmente senza far rumore sui mercati e senza far aggrottare le ciglia al già iperattivo Weidmann? Nei desk londinesi girava voce di questa operazione almeno da una settimana, quindi che qualcosa scricchiolasse nelle segrete stanze di chi dà le carte lo si sapeva.

Altra certezza, l’operazione non servirà per intervenire sugli stati patrimoniali delle banche che parteciperanno ma per garantire un flusso di liquidità, in perfetto stile Qe. Qualcuno sta scherzando con il fuoco. E qualcun’altro invece sta sfruttando la situazione, tanto per non farci mancare un altro potenziale scossone a livello globale. Insomma, dietro le quinte si stanno creando le condizioni per un potenziale terremoto nel sistema bancario. A dare la stura a ulteriori dubbi, ci ha pensato John Podesta, ex capo dello staff presidenziale di Bill Clinton e oggi presidente del Center for American Progress, il quale si è sentito in dovere di lanciare un allarme contagio in caso gli Usa andassero davvero incontro al default: «Se i regolatori europei decideranno che le banche dell’eurozona avranno bisogno di uno stress test riguardo la loro esposizione a un default statunitense e cominceranno a chiedere un innalzamento dei requisiti di capitale, questo sarebbe disastroso. D’altronde, l’hanno fatto per il Portogallo, l’hanno fatto per la Grecia. Perché non dovrebbero farlo per gli Usa?».

Insomma, potrebbe esserci la tentazione di contemplare i rischi di un potenziale default Usa nei bilanci della banche europee, di fatto innescando una nuova crisi di panico e un delevarage violentissimo. Sono certo che non accadrà. Perché potrebbe essere una vera roulette russa.

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