PRIVATIZZAZIONI/ Perché non “svendiamo” l’euro?

Sembra che la strada individuata dall’esecutivo per contrastare il debito pubblico sia quella delle privatizzazioni. GIOVANNI PASSALI ci spiega perché non è d’accordo con questa strada

25.11.2013 - Giovanni Passali
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“Chiedo di essere giudicato alla fine di questo percorso”. Queste le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Letta. Sembrerebbe una dichiarazione ragionevole. Ma su cosa chiede di essere giudicato? “Applicando le misure ora decise, io sono convinto avremo il debito e il deficit che scende, le tasse e le spese che scendono, la crescita finalmente e i primi segnali della lotta alla disoccupazione”. Ma è ragionevole questa richiesta, dopo oltre cinque anni dall’inizio della crisi (agosto 2007)? Dopo che ce ne hanno dette di tutti i colori fin dall’inizio? Ricordate? All’inizio hanno addirittura negato che ci fosse, poi hanno ammesso che c’era ma era di poco conto, l’economia era sana, poi hanno iniziato a parlare dell’immoralità di salvare la finanza e le banche più esposte, poi dopo il fallimento della Lehman (nel settembre 2008) e lo spavento mondiale le hanno salvate tutte, decidendo di fatto di far pagare il conto all’economia reale.

Così è iniziata la spirale dell’indebitamento degli stati, con gli stessi coinvolti nel salvataggio delle banche in difficoltà. E poi le politiche di austerità, per costringere gli stati a pagare gli interessi sul debito, sempre a favore del medesimo sistema bancario. E così hanno mandato alla malora il bene comune e i servizi sociali, inseguendo una sostenibilità che ha una sola condizione vincolante, il continuo pagamento degli interessi. In queste condizioni, la sostenibilità non esiste, perché non si ha la proprietà della moneta; e ogni crescita, come è logico, prevede anche l’emissione di nuova moneta presa a debito, cioè nuovo debito che prima o poi chiede di essere pagato.

E così la richiesta di Letta è destinata a cadere nel vuoto, rendendo irragionevole ogni richiesta di attesa. Del resto, perché attendere fiduciosi? Forse il governo Letta rispetto ai precedenti (soprattutto rispetto al governo Monti) ha davvero fatto un salto di qualità? Ha davvero cambiato marcia? Davvero ha approvato una riforma radicale del sistema fiscale, abbassando le imposte sul lavoro (questo è solo un esempio)? Non mi risulta.

Perché attendere fiduciosi allora? Non c’è motivo: le dichiarazioni di Letta saranno come al solito smentite dai fatti, dalla dura realtà dei numeri che, qualche mese dopo, ci renderanno statisticamente manifesta una realtà che già vediamo tutti i giorni, nella vita quotidiana. A ben vedere, quello di Letta (o di chi gli ha suggerito certe informazioni) è veramente un delirio: minore debito, minori tasse, crescita e maggiore occupazione, tutto insieme. E perché mai dovrebbe accadere, vista l’attuale congiuntura negativa e nessuna operazione fiscale o di politica finanziaria dirompente? Lo ripeto: cos’ha di sostanzialmente diverso la politica economica del governo Letta dal precedente governo Monti? Niente: e allora perché non dovrebbe raggiungere gli stessi risultati disastrosi?

Cos’ha fatto di straordinario il governo Letta? Ha spostato di qualche mese l’aumento dell’Iva dal 21% al 22%, coprendo questa modestissima iniziativa con l’aumento dell’anticipo di altre tasse. Anzi, ormai siamo al delirio per cui il governo chiede un anticipo pari al 101% della tassa prevista. Nel suo disperato bisogno di liquidità, il governo tenta di fare cassa con i contribuenti. Quanto potrà durare? Fino a quando i cittadini non si stufano: e si stanno stufando.

A questo punto, l’uscita di Letta fa pensare male (e ogni tanto a pensare male ci si azzecca…). Fa pensare che lui stesso non ritiene di durare tanto a lungo da dover rispondere di queste sue ardite affermazioni. Che abbia già previsto la fine del suo governo e il ritorno alle elezioni entro l’estate 2014?

In verità c’è una situazione nella quale, solo temporaneamente, qualche indicatore economico potrebbe migliorare. Questo potrebbe accadere per la massiccia svendita di beni dello Stato. In tal caso, anche realizzando una cifra straordinaria pari a circa 200 miliardi, sarebbe solo il 10% del debito attuale (a tal proposito, ha raggiunto il nuovo record di 2068 miliardi di euro, come volevasi dimostrare circa gli effetti del governo Monti). Ma un temporaneo abbattimento del debito (non si può fare mica tutti gli anni, si tratta di una misura una tantum) non produce certo un aumento della occupazione, né crescita duratura. E alla lunga, soprattutto nel caso di aziende produttive che vengono privatizzate, migliori risultati finanziari possono essere conseguiti con efficienze tecnologiche che possono portare a una diminuzione della forza lavoro, cioè nuova disoccupazione.

Insomma, la vendita di beni dello Stato possiede tutta una serie di controindicazioni che sono state già evidenziate da un articolo ben documentato di Paolo Annoni su queste pagine. Come giustamente osservato, cedere asset che producono dividendi non sposta di molto gli indicatori economici (il risparmio sugli interessi per minore debito viene sostanzialmente diminuito dai mancati introiti dei dividendi), ma rischia di essere catastrofico sul lungo periodo, soprattutto quando vi sarà una ripresa.

Solo una politica miope può prevedere la dismissione di asset di Stato, poiché questi rischiano di dare un contributo al debito inferiore al reale valore (soprattutto in tempi di recessione, quando viene valutato di meno), mentre rischia di essere totalmente controproducente sulla sostenibilità del debito nel lungo periodo. Ma quello che rende catastrofica tale soluzione è il fatto di non avere la proprietà della moneta, poiché questa condizione non farà che far crescere il debito. E a questo punto la crescita del debito dello Stato diventa insostenibile per la mancanza di crescita dell’economia reale, che rischia di essere sempre insufficiente (sempre inferiore) al tasso con cui si paga la moneta.

Come già osservato in altri articoli, lo Stato non ha il potere di decidere la crescita del Pil per il futuro (al massimo può influenzarlo), mentre la Bce ha il potere di decidere in modo totalmente autonomo il tasso di interesse della moneta. E come mostrano i dati storici, la Bce finora ha operato per mantenere un tasso sempre superiore (magari di poco, ma superiore) al tasso di crescita del Pil dei paesi europei, con una politica monetaria che non esito a definire “criminale”. In tal modo si è proceduto, silenziosamente ma decisamente, alla distruzione dell’economia reale, favorendo e sostenendo invece il sistema bancario e finanziario.

Nel frattempo, la realtà economica e sociale del Paese, stanca di aspettare una politica che (finora) non ha capito nulla, si sta muovendo per cambiare davvero tutto. Nel finesettimana a Roma si è svolto il “Forum Economia” con la partecipazione di importanti economisti. L’incontro è stata l’occasione per incontrare anche numerosi responsabili di varie associazioni e movimenti, che sempre più decisamente consolidano un fondamento comune da cui partire e ampliano il consenso ad altre associazioni. E qual è il fondamento comune? In sostanza, il recupero della sovranità monetaria e il ritorno a una moneta nazionale.

Ma non è solo questo. Dall’8 dicembre in poi, l’Italia intera correrà il rischio di essere logisticamente ferma o quasi, poiché un numero sempre crescente di movimenti aderisce all’iniziativa di andare in strada e manifestare per chiedere un cambiamento radicale, in modo da difendere finalmente l’economia reale. Si tratta di tante associazioni di produttori agricoli, stavolta uniti con trasportatori, categorie che in questi anni di crisi durissima hanno sofferto più di altre. Insieme a questi vi saranno anche i “forconi” siciliani, già protagonisti di una protesta che lo scorso anno ha sicuramente sorpreso per la durata e il favore popolare.

L’autunno è ormai inoltrato, e rischia di riscaldarsi davvero. C’è di che ben sperare, perché si sta muovendo un popolo.

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