FINANZA/ La Grecia brinda, ma la Cina si “mangia” Atene

- Mauro Bottarelli

Il colosso cinese Cosco è pronto a investire nel porto del Pireo. La Grecia festeggia e pensa di poter risolvere i suoi problemi, ma si sbaglia, dice MAURO BOTTARELLI

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Cosa ne pensi del caso Grecia lo sapete da almeno tre anni, quindi è anche inutile che io vi debba elencare un’altra volte tutte le mie convinzioni al riguardo. Basta sintetizzarle: la Grecia ha sbagliato, perché attraverso quegli swap ha truccato i conti del proprio debito pubblico (vizio abbastanza diffuso), ma la ricetta che è stata usata per cercare di salvare il salvabile è in realtà servita unicamente prima a prendere tempo affinché le banche tedesche e francesi riuscissero a scaricare tutto il debito ellenico che avevano comprato (pur sapendo di quegli swap, anzi proprio grazie a quegli swap che avevano tramutato i bond di Atene in materiale altamente speculativo), poi a permettere un bel haircut per i creditori deciso da Merkel e Sarkozy durante una passeggiata sulla spiaggia a Deauville, talmente utile che oggi i conti ellenici sono peggio di prima.

Chiuso l’argomento, se ne apre un altro. Già, perché ieri la troika ha festeggiato, sono volati tappi di champagne nei palazzi che contano: il gigante della navigazione commerciale cinese Cosco ha infatti raggiunto un accordo con l’autorità portuale del Pireo, in base al quale il colosso asiatico investirà 230 milioni di euro per creare un quarto molo nel terminal in grado di attrarre 4,75 milioni di container in più all’anno. Il ministro della Marina mercantile greco, Miltiadis Varvitsiotis, era raggiante parlando con la Cnbc: «Questo accordo segnala la grande fiducia degli investitori nella nostra nazione e potrebbe aprire le porte a ulteriori privatizzazioni. È il singolo, più grande investimento diretto estero in Grecia da quando è scoppiata la crisi. È importante, è cruciale che la Grecia stia accumulando nuovi investimenti». Ma trattasi di investimenti o di svendita per disperazione, visto che senza le privatizzazioni la troika non sbloccherà le prossime tranche di aiuti?

Attenzione, poi. Il porto del Pireo sta diventando uno dei più grandi del Mediterraneo e in virtù di questo accordo raddoppierà la sua capacità operativa, il numero di navi che vi transiteranno e, ovviamente, anche i posti di lavoro. Quest’ultima conseguenza è positiva e benvenuta, ma siamo proprio certi che dare in mano al nostro competitor commerciale più grande (e non certo più leale a livello di concorrenza) una delle chiavi d’accesso al Mediterraneo sia poi questa geniale intuizione? È di questo avviso l’Ue, la quale ha già dato il via libera all’accordo, forte anche del primo investimento cinese nell’infrastruttura, il terminal per container acquistato dai cinesi nel 2010 e tramutato in un successo commerciale.

Bene, l’area ha beneficiato a livello occupazionale di quella cessione? No, chi vi opera sono cinesi o comunque uomini provenienti da aree geografiche dove le parole diritti e lavoratore non vanno d’accordo. Anzi, proprio non si conoscono. Ma tant’è, il ministro greco è entusiasta e ieri ha chiesto ufficialmente che l’Ue, dopo l’ok di massima, ratifichi e presto quello formale: nelle sue intenzioni, infatti, c’è la speranza di riuscire a privatizzare non solo tutto il porto del Pireo, ma tutti i porti del Paese, un trofeo di caccia all’infrastruttura da portare su un vassoio d’argento alla troika, affinché elargisca ancora un po’ di metadone alla Grecia.

Dichiarava il ministro alla Cnbc ieri: «Per la prima volta stiamo usando la nostra posizione geografica per attrarre investimenti nei nostri porti, nel sistema ferroviario e in quello infrastrutturale dei trasporti in genere». Balle, l’unico asset che ha interessato investitori esteri sono i porti, guarda caso un nodo strategico nelle rotte commerciali con l’Asia. E guarda caso sono stati proprio i cinesi a buttarsi a pesce: per il resto, l’azienda nazionale della gestione gas ha visto l’asta andare deserta o con un’unica offerta al di sotto del minimo accettabile e le due fabbriche ancora statali – automobili e armamenti – chiuse di imperio dalla troika perché improduttive e generatrici di perdite per le casse statali. Per il resto, zero interesse, eccezion fatta per le banche nazionalizzate che come vi ho già raccontato sono diventate prede degli appetiti degli hedge funds statunitensi, tanto che ora il governo per l’acquisto di quote di Eurobank sta pensando di porre dei vincoli temporali per chi compra azioni, avendo fiutato l’aria da classico “pump&dump” speculativo (a occhio, l’hanno fiutata tardi, tra poco ve ne accorgerete).

L’attività correlata alla marina mercantile e commerciale pesava per il 7% del Pil greco e garantiva un buon bacino occupazionale, quindi una manna per un Paese con il tasso di senza lavoro al 27,3%: peccato che generasse quei numeri e quei flussi, prima di finire in recessione secca da oltre quattro anni. Certo, grazie alla posizione strategica del Paese, rimane un punto di forza, qualcosa su cui fare leva per cercare di ripartire: ma siamo sicuri che sia questa la strada per privatizzare? Mi pare infatti molto strano che questo accordo ellenico-cinese, a cui si lavorava da tempo, sia stato chiuso a tempo di record proprio mentre la troika era tornata in Grecia e il ministro delle Finanze, Yannis Stournaras, annunciava che era quasi stata trovata una soluzione per il gap di finanziamento del budget 2014, scritto da lui ma sotto dettatura della troika: senza quei conti che quadrano, niente nuova tranche. Oplà, quei 240 milioni di euro potrebbero proprio fare al caso greco, ovvero garantirsi la paghetta per campare ancora qualche mese e pagare il servizio del debito, stante le sofferenze bancarie a quota 65 miliardi – dati di PWC – e il fondo di ricapitalizzazione con accantonati solo 50 miliardi.

Ma il mondo è festante: Stephane Deo, capo dell’asset allocation di Ubs, ha dichiarato che «i progressi della Grecia recentemente sono stati impressionanti, cominciamo a vedere i risultati di tanti sforzi passati e questo tipo di investimento dimostra che siano vicini alla fine del tunnel e molto probabilmente vedremo una ripresa economica». E già, dopo che tutto il mondo ha detto chiaro e tondo che la ricetta della troika in Grecia è stata un fallimento, ecco che invece cambia tutto: sta funzionando perché i cinesi vengono a prendersi letteralmente per una ciotola di riso un’infrastruttura strategica. Insomma, in un mondo dove certamente non c’è attività commerciale così fiorente, basti guardare indici come il Baltic Dry, sarà lo shipping a guidare la rinascita globale?

Mi torna in mente cosa dichiarò in un’intervista lo scorso 12 novembre il professor Christian Marazzi della Scuola Universitaria della Svizzera Italiana: «Si pensi che la Commerzbank è esposta per un quarto su attivi legati allo shipping, e questo in un periodo in cui il commercio mondiale è in netta diminuzione e tutto il settore della logistica sta attraversando una vera e propria crisi da sovrapproduzione. Per questo i tedeschi vorrebbero una supervisione dei bilanci condotta dalle autorità monetarie di ciascun Paese, appunto per gestire a modo loro questa crisi bancaria finora sempre mascherata». D’altronde, quando da poche ore possiamo gioire per un accordo-lampo tra Usa e Iran, che ha fatto imbestialire Israele, ma che ha garantito ancora una speranza a chi aveva giocato troppo con i futures petroliferi, come non affidarsi alle massima di Giulio Andreotti e lasciarsi andare un po’ al pensar male?

D’altronde, è proprio di ieri la notizia che in base a Moody’s l’attività dry cargo dovrà patire ancora per circa 12-15 mesi. Ma non importa, l’importante è che lo shipping – ovvero la scommessa di chi credeva a una ripresa sostenuta e sta per farsi molto male – torni a tirare: sia esso attraverso accordi come quello greco oppure su pressione sul mercato petrolifero come quella derivanti dallo storico accordo Washington-Teheran. Insomma, gioite, le Grecia riparte dagli occhi a mandorla. Io però oltre a leggere le notizie ufficiali, a volte leggo anche altro.

Già, perché per capire economia e finanza non serve sempre leggere siti ad hoc, a volte è più educativo per capire lo stato di salute di un Paese, leggere l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Ecco cosa scopriamo leggendo il capitolo dedicato alla Grecia. I suicidi sono saliti del 17% dal 2007 al 2009 e del 25% nel 2010, mentre il ministero della Sanità parla di un aumento del 40% dei suicidi nella prima metà del 2011 rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Sono inoltre aumentati i tentativi di suicidio, raddoppiati i numeri relativi a omicidi e rapine-furti, ma soprattutto un dato ci spiega quanto la Grecia sia fuori dalla crisi grazie alla troika: è aumentato significativamente il numero di dipendenti da eroina e di persone con Hiv, oltre la metà delle quali si sono ammalate volontariamente per poter ricevere i benefit da 700 euro al mese e un’ammissione più rapida a programmi sanitari di cura per la disintossicazione.

Già perché l’accesso alle cure del sistema sanitario nazionale è crollato, il budget per gli ospedali tagliato del 40% e 26mila addetti nel sistema (di cui 9100 dottori) perderanno il loro lavoro nei prossimi mesi per le richieste della troika. Condannarsi a morte, devastare senza rimedio il proprio sistema immunitario contraendo volontariamente l’Hiv da una siringa infetta per vedersi garantito ciò che è un diritto in tutte le nazioni civili, ovvero la sanità, scusate ma da solo farebbe meritare una denuncia per crimini contro l’umanità a chi ha ridotto così quella che è stata la culla della civiltà. Ora divenuta patria della svendita ai cinesi e dell’Hiv autoprocurato. In compenso, abbiamo l’euro. Gran bella soddisfazione e gran bella consolazione. 



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