IDEE/ Ikea e low cost, si può fare di più per risparmiare

- Mauro Artibani

I profitti, spiega MAURO ARTIBANI, vanno reinvestiti per ridurre il prezzo delle merci in modo da aumentare il potere d’acquisto dei consumatori che, a quel punto, compreranno altre merci

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Andiamo a ficcare il naso dove stanno i problemi irrisolti della crisi. Un mercato del lavoro sovraffollato, l’aumento della produttività guadagnato con la riduzione del costo del lavoro, le migrazioni dal sud al nord del mondo, l’automazione dei processi produttivi e chissà quant’altro ancora hanno ottenuto un non trascurabile risultato: i redditi erogati dalle imprese a chi lavora per produrre sono risultati insufficienti per smaltire il prodotto. Quando accade questo, si finisce con il generare un’offerta in eccesso e una domanda in difetto e si blocca il meccanismo dello scambio. La crisi, al netto di un credito surrogatorio ormai inattingibile, sta tutta qui.

E noi qui, in mezzo al guado, per uscirne diamo un colpo al cerchio e uno alla botte. Al cerchio, quello rappresentato dalle imprese che per poter vincere nella competizione globale hanno l’obbligo di sottoporre a dieta i costi: quelli del lavoro, primi da comprimere, costi quel che costi. Alla botte mezza vuota, quella dei consumatori, della risorsa di reddito adeguato a fare la spesa. 

La produttività totale dei fattori viene alterata: quella del capitale sale; quella del lavoro che produce reddito si riduce; quella dell’esercizio di consumazione, sospesa l’efficacia della risorsa di reddito, smette di fare la spesa mettendo in stand by pure altre risorse: ottimismo, attenzione, tempo

Ricominciamo daccapo: inderogabile la riduzione del costo del lavoro per stare sul mercato e fare profitti? Inderogabile avere nel portafogli il denaro per acquistare quanto prodotto per far fare profitto? Bene, a profitti fatti e per continuare a farli occorre reinvestirli, magari riducendo il prezzo delle merci, per rimpolpare i consumatori di quel potere d’acquisto che smaltisce le merci altrimenti svalutate. Difficile, non impossibile. Ci sono imprese che già lo fanno insieme a un rinnovato profitto.

Per stare ai fatti: Ikea, remunera il tempo del montaggio del mobile acquistato con il prezzo più basso per quel prodotto. Le televisioni commerciali, ma anche le “free press” remunerano la mia attenzione alla loro pubblicità con la gratuità del prodotto/servizio. Il mondo low cost e quello dei social shopping, coi loro prezzi rassodano l’ottimismo.

Si può fare di più che gongolare per queste offerte, che mostrano ancora carattere occasionale, facendosi domandanti ben altro che acquirenti. Si può fare ancor di più. I consumatori che fanno impresa per fare commercio dell’unica merce scarsa sul mercato: la domanda (a pag. 201 del mio libro “La domanda comanda”, Aliberti Editore 2013, si trova il business plan prodromo all’impresa). Bene, quando tutto questo accade, accade pure che quelle risorse tornano agenti. Ottimo per tornare a far crescere proprio quella bistrattata produttività totale dei fattori. 

Se si ritenesse necessario dover ancorare l’equilibrio di tali processi a un fondamento stabile, si può ricorrere a un paradigma nuovo di zecca: “La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera”.

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